“Tu che eri ogni ragazza” è una prelibatezza da stazione ferroviaria, condita alla Salt Bae, e dotata di una punteggiatura che avrebbe inorgoglito Marinetti. Su questo voglio mettere l’accento: saper usare una serie di doppi punti non è da tutti, e neppure iniziare un paragrafo con un segno di interpunzione. Rivela affett(ato) per la lingua e la semantica, e solo per questo una simile penna può infrangere le regole senza infrangerle davvero.
Nulla è a caso – o a casa – infatti Jungla è scappata: fugge da una vita che è un brutto scherzo, fugge non equipaggiata, priva di strumenti mentali o materiali per affrontare la vita nelle parole-luogo.
Crudeltà e crudités. In questo autentico dramma di squallide verità e lirismo squisito, si equilibrano grasso e acido, morbido e croccante, amido e proteine. Una specialità culinaria (o posteriore?), questo romanzo breve, non perché si parli di cibo – non lo si nomina quasi mai, se non contiamo il finto cibo di un noto fast food che instilla moti compulsivi nella protagonista – ma perché parla di culo. Inizia con il “culo enorme” di Jungla che, insieme ad altri elementi di difformità adolescenziale, completano la dicitura sulla sua etichetta: brutta che ce vo’ nantra kategoria. Brutta come il sovrabbondante niente che sente di essere.
Leggetelo pure voi e VOTATE PIETÀ.