I Cannibali quindici anni dopo
{recensione di Filippo Parsciutto}
Il tempo passa per tutti, anche per quell’ineguagliabile compagno di sbronze che è Daniele Brolli, curatore di quella che fu al suo tempo una delle antologie più discusse della nostra storia letteraria recente: Gioventù Cannibale. Ora vengo a scoprire che proprio la settimana scorsa, a quindici anni di distanza da quell’antologia, esce Fibbie. Racconti di giovani in sandali, che fin dalla bandella si propone come risposta equa e solidale a Gioventù Cannibale.
“I giovani sono cambiati” dice Brolli, nell’introduzione. “Alla rabbia espressionista dei ragazzi degli anni Novanta si è sostituita prima la sofferenza silenziosa dei ragazzi degli anni zero e poi l’opposizione fiera, nuova, organizzata dei nuovi ragazzi degli anni dieci”. Poco più sotto: “girano in sandali, portano barbe curate e aprono in continuazione circoli arci dove si mangiano cibi provenienti da altre culture. Organizzano gruppi d’acquisto, fanno la raccolta differenziata e si prestano le biciclette”.
Ok, credo di aver capito (a parte quel “si prestano le biciclette”). La conferma ce l’ho quando scopro la citazioni d’apertura, in ordine: Capossela, De André e Luther Blissett. Al di là dell’operazione commerciale, discutibile, però senza dubbio efficace su un certo tipo di lettori, i racconti contenuti in Fibbie sono qualcosa di stucchevole. Non succede niente. Non c’è tensione narrativa, non ci sono i personaggi. Busilli in Karma-radio-dramma racconta di questo tizio che frequenta una radio e suona la chitarra e un giorno per sbaglio va in onda mentre strimpella alla chitarra una sua canzone, tutti ridono, arriva in radio qualche mail, e poi il racconto si conclude con lui che, offeso, butta l’umido nel vetro e il vetro nella plastica. Vincenzo Corradi, in India, racconta il viaggio in India di un tizio che si chiama Corrado Vincenzi. Siria Lopez, in Come un campanello appeso nel vento, racconta un mondo di fantasia dove folletti intessono tele infinite coi capelli delle persone di tutto il mondo. Paolo Maria Frumento in Tandem, racconta di un gruppo di amici che tenta di costruire un tandem lungo quaranta metri, ma poi ci ripensa. In Fammi danzare piccola luna, Katia Rossi racconta l’esperienza di K. R. che viaggia per tutta l’Europa suonando il flauto per le strade. E così via fino a Priscilla, di Tommaso Coraggio, in cui si trova la frase “affondare a piedi nudi nel bagnasciuga era come affondare nel mondo attraverso la vita”.
Al di là degli scopi commerciali dell’operazione, al di là della strategia di marketing, al di là anche di Brolli stesso, irriconoscibile nell’ingenuità con cui analizza quello che lui chiama lo “spezzone giovanile autoconsapevole”, quello che non capisco, dicevo, è l’assenza di storie e di personaggi. Più che racconti, sembrano descrizioni lineari di cose viste, provate, fatte, e la totale sovrapposizione di questi racconti all’esperienza biografica dei loro autori (come se fosse fatto divieto di inventare storie dal nulla, come se raccontare non fosse altro che riversare nella scrittura le proprie esperienze personali, o come - il che è peggio - se questi autori avessero la convinzione che le proprie vite siano davvero uniche, originali, irripetibili) non lascia spazio a nessuna possibilità critica, ma solo a un liberatorio andate tutti a cagare.
«Ah, usate lo strutto? - disse Flavio, comprensibilmente seccato - Allora io non prendo niente».