Il sesto libro è famoso sì per l'episodio di Sceva, ma ancor più lo è per l'episodio finale, il più lugubre di tutto il poema, in cui Sesto, figlio di Pompeo, in Tessaglia, ove entrambi gli eserciti si sono ora spostati, interroga sul futuro una maga tessala. Sono necrofile le maghe tessale, auspicano guerre nel loro territorio, perché le guerre portano cadaveri e putredine e cadaveri e putredine sono gli strumenti del loro mestiere d'indovine. Fanno parlare i cadaveri recenti, le maghe tessale, quelli morti da poco, usando immondi riti per resuscitarli giusto il tempo che serve loro per interrogarli su quanto sanno dell'al di là e del futuro. La nostra, quella interrogata da Sesto, si chiama Erichto. Eccola al lavoro, celebre esempio di poesia dell'orrido, cimiteriale, sinistra, agghiacciante e notturna, gran colpo di teatro del giovane Lucano. "La lugubre testa avvolta in una folta nube si aggirò fra i cadaveri degli uccisi abbandonati senza sepoltura. Subito fuggirono i lupi, fuggirono, ritratti gli artigli, i rapaci insaziati, mentre la Tessala sceglie il proprio veggente e frugando tra le viscere gelate dalla morte trova le fibre di un polmone gonfie e intatte e cerca di suscitare la voce nel corpo del defunto..." (VI, 625-631). Sono alcune centinaia di versi quelli che Lucano dedica al truce episodio d'Erichto e c'è di tutto, tutto l'armamentario della magia nera, al quale poeti e drammaturghi e romanzieri dei millenni seguenti attingeranno a piene mani. Non mancano "bava di cani idrofobi, viscere di lince, vertebre di iena feroce, midolla di cervo che si sia nutrito di serpi... occhi di drago... sozzure comuni... mormorii dissonanti... latrati di cani... lupi... gufi... vampiri... belve... serpenti..." (VI, 671-690). Rianimato il cadavere dalle pratiche di magia nera d'Erichto "subito il sangue coagulato si scalda, ravviva le nere ferite e scorre nelle vene fino all'estremità delle membra... riappaiono gli occhi... non ha ancora, il cadavere, l'aspetto di un vivo, bensì d'un morente... permangono la rigidezza e il pallore..." (VI, 750-759). Il cadavere parla, prevede le tristi cose che deve prevedere, e poi Erichto lo ricompensa restituendogli la morte - questa volta per sempre - cui ha diritto. Gli erige e gli accende un immenso rogo e il cadavere, coi suoi piedi, vi si getta dentro, per ardere e consumarsi definitivamente.
http://www.tiraccontoiclassici.it/opera.php?pag=2&id=113















