“La tua irrequietudine mi fa pensare agli uccelli di passo che urtano ai fari nelle sere tempestose: è una tempesta anche la tua dolcezza, turbina e non appare, e i suoi riposi sono anche più rari.”
— Eugenio Montale (via ideepochemafisse)
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“La tua irrequietudine mi fa pensare agli uccelli di passo che urtano ai fari nelle sere tempestose: è una tempesta anche la tua dolcezza, turbina e non appare, e i suoi riposi sono anche più rari.”
— Eugenio Montale (via ideepochemafisse)
Quello che accomuna me e A. è la necessità di bruciare d’amore per qualcuno, una consunzione senza possibilità di redenzione, che conduca all’annientamento attraverso cadute apparentemente accidentali sulla lama messa in mano a un angelo nero che sappia incarnare il ruolo, che voglia semplicemente impugnare un coltello per gioco. Sistole e diastole di una vita passata spaccati in due, ventricoli e atri di normalità, disprezzo della stessa. Lui che si erge a ribelle ma desidera con tutto il cuore la stabilità di un rapporto sentimentale. Io che gioisco segretamente del mio stesso sanguinare e lecco avida ferite che temo, ma che inevitabilmente ricerco, al di là della mia volontà razionale. L’incontro di due circonferenze tenute insieme da una secante orizzontale, infilzate insieme: ciò che emerge dalle acque e si riflette ribaltato. Idealizzato, perché rispecchiamento.
MATER SUSPIRIA VISION - Dystopia in Utopia (2020, Crack Witch 3 LP)
Scrivere per chi non ti può capire, farlo in maniera progressivamente più frequente ma via via meno discorsiva e concessiva è come una grande abbuffata. All’inizio l’appetito appaga il gusto. Poi l’eccesso diventa dapprima stucchevole, poi nauseante, infine intollerabile e odioso come le coliche. Cerco di apparecchiarti tutto davanti agli occhi, di ingozzarti e di ingozzarmi somministrando, per di più, gocce di lassativo nel bicchiere che ti sto porgendo. Ti farà sentire oppresso. Il problema è che non ho mai oscillato tanto e l’ars epistolaria è sempre stata una forte tentazione, in me. Solo che, a differenza dell’altra gente, non m’accontento di una felice corrispondenza. Sguazzo nell’infelicità di sapermi un bolo masticato fino all’insipido. Paradossalmente, non disdegno lo sdegno suscitato dai miei modi ridondanti e a tratti ostici. È una bacchica voluttà distruttiva e autolesiva. Parlare a chi non sa ascoltare non è sempre un errore di valutazione: si può essere iper-lucidi nel farlo, dolorosamente consapevoli di una mediocre caratura sociale, anche, e farsene vanto, come fosse un pregio. Una medaglia all’assenza di un valore proprio. Una svalutazione da eccedenza. La bellezza inutile dell’autoreferenzialità, con tanto di auditorio!
Guarda, a saperlo che non mi avresti risposto una parola mi sarei risparmiata di scriverti l'ultimo messaggio; un averti esternato certe cose che praticamente non è servito a un nulla. Tutto questo travaglio interiore che ho per te, non serve proprio a niente e a nessuno dei due. Vorrei avere un pulsante switch come il tuo, una levetta da far scattare con disinvoltura per spegnere la luce e far sparire tutto quanto, tutto quello che il ricordo mi proietta davanti agli occhi. Un tasto on/off sul telecomando. Per poter dire: "ok, andiamo avanti", andiamo a farci un giro e guardiamoci intorno, le rose sono molte, non c'è un unico fiore con tre petali e qualche ridicola spina. Ci sono corolle più piene, fusti più teneri, profumi più dolci... polverizzando così all'istante la tua persona nella mia testa con la storiella delle carte "possibilità", due per mazzo, che pescate al momento sbagliato, e con sopra le domande sbagliate, non potevano che portare a risposte sbagliate. "Doveva andare così". Perché non era che un modo per tutelare il tuo senso della precarietà, chiedermi quelle cose. Non funziona così per tutti gli esseri umani li fuori, non è la norma, come tu credi e vuoi farmi credere, comunque. Oggi, ieri, domani...avremmo potuto semplicemente vederci, passare una cazzo di ora o meno o più insieme senza un palinsesto tematico del cavolo da seguire a seconda del canale. Ci eravamo detti questo addì 15/16 dicembre. Spaventati lo eravamo entrambi. La tua paura ha fatto leva sulla mia, la mia sulla tua. Ma avevamo passato ore al freddo senza mollarci un secondo le mani per rassicurarci a vicenda... per cosa? Per niente! Perché tanto tu con la testa eri già altrove. Nemmeno mi ascoltavi. Perché ormai le mie parole erano solo fiato articolato per te. E quindi gli accordi a priori, più di quelle mani, ti servivano per stare sereno. Parole e non fatti. Paradossale, se penso a come ti presenti amante dell'agire. Ti giuro che non me ne faccio capace. Ma se mi ignori, come stai facendo e come farai, mi aiuti nell'ingrato compito dell'essere cinicamente adulta e nell'azzerare l'aura fatata con cui ho avvolto ciò che abbiamo condiviso. Che a questo punto spero che almeno a te sia servito a qualcosa di positivo, a me no. I frutti della pianta io li raccoglierò fra tanto tempo, se l'albero attecchirà in questo deserto che credi sia il mio cuore. Tempo. "Per innamorarsi c'è bisogno del tempo. La bellezza fisica può tentare, le parole ben dette possono ammaliare...è solo col tempo che possiamo conoscere davvero le persone. È solo nel tempo che si svela l'essenza vera e pura di chi ci sta vicino". Io mi sto dannando, perché c'eri ed eri d'accordo. È un mix ossessivo veramente da mettere l'ansia, come temo faccia anche questo messaggio, visto che ormai qualsiasi cosa io dica ti mette ansia...altro che "vediamoci e conosciamoci a poco a poco", altro che "stai tranquilla, devi solo evitare di scappare". È come se dicessi alla piccola volpe "vieni, ti do da mangiare ma devi indossare questo collare. Non ti lego a un ghiunzaglio. Ma senza collare non posso darti da mangiare. Il collare mi serve per riconoscerti fra le altre volpi. No, non mi accontento di memorizzare le sfumature del tuo manto, giorno dopo giorno di incontrare il tuo sguardo, di attenderti e credere non tornerai per poi scorgerti arrivare con la tua andatura peculiare...devi anche indossare il collare". Stesso concetto, dal mio punto di vista. La prima volpe che incontri che si lascia addomesticare, che si lascia mettere il collarino prima del secondo tentativo, quella ha vinto tutto. Tutte le altre non andavano bene. Io non andavo bene perché più "furastica" (come direbbe mia madre) di altre milioni di volpi. Vado nel mucchio delle volpi difettose, delle volpine stronze. Abbiamo speso due biscotti - o quello che è - per tentare di avvicinare questa volpe qui, ma non si è lasciata addomesticare, mettere il collare. Si passa oltre, allora, non immediatamente, prima le diciamo che è una volpe che nessuno potrà mai addomesticare, perché troppo selvatica e incapace di farsi avvicinare o avvicinarsi. Alla volpe difettosa che scriveva tanto, che ha parlato tanto, che si è fatta conoscere per quello che era. Guarda che non ti ha mai morso per cattiveria e non ha la rabbia. E ha cercato anche di leccarti le ferire. Ma aimè...purtroppo è andata così. Rallegrati, Piccolo Principe. Il mondo è pieno di rose. Di volpi. Di cose. La gente che sta bene ragiona in questo modo. Milioni di persone, di cose, di volpi e di rose. Milioni di pensone che fanno così. Milioni di cliché intercambiabili a cui ispirarsi. E tanti figli disgraziati. Tanta ipocrisia. Tanto non detto. Tanta mancanza di libertà di scegliersi o di non farlo, al tempo presente. Forse è giunto davvero il giorno in cui devo smetterla di vedere la vita come destino e fato e coincidenze, mettere i piedi per terra e camminare fra questa masnada anonima di persone che fanno le cose in un certo modo, il modo giusto di fare le cose. Devo accettare che tutto è casuale, e che sta a me mettere ordine categorizzando il reale, i rapporti umani, cosa provo e cosa faccio, per dare armonia egocentrica a questo caos. Come la volpe di Von Trier, sbranare carogne e stamparmi in testa la sentenza "il caos regna". Caos e caso... Se fa al caso, bene, lo prendo, decido a monte di investire come un imprenditore oculato dei sentimente... altrimenti... "Ok. Ciao!". ________ Ma capitò che il piccolo principe avendo cam- minato a lungo attraverso le sabbie, le rocce e le nevi, scoperse alla fine una strada. E tutte le strade portavano verso gli uomini. « Buon giorno », disse. Era un giardino fiorito di rose. « Buon giorno » dissero le rose. Il piccolo principe le guardò. Assomigliavano tutte al suo fiore. « Chi siete? » domandò loro stupefatto il pic- colo principe. « Siamo delle rose », dissero le rose. « Ah! » fece il piccolo principe. E si sentì molto infelice. Il suo fiore gli aveva raccontato che era il solo della sua specie in tutto l'universo. Ed ecco che ce n'erano cinquemila, tutte simili, in un solo giardino. « Sarebbe molto contrariato », si disse, « se ve- desse questo... arebbe del gran tossire e finge- rebbe di morire per sfuggire al ridicolo. Ed io dovrei far mostra di curarlo, perché se no, per umiliarmi, si lascerebbe veramente morire... » E si disse ancora: « Mi credevo ricco di un fiore unico al mondo, e non possiedo che una qual- siasi rosa. Lei e i miei tre vulcani che mi arrivano alle ginocchia, e di cui l'uno, forse, è spento per sempre, non fanno di me un principe molto impor- tante » E, seduto nell'erba, piangeva. __________
Exoriare aliquis nostris ex ossibus ultor.
Io è un altro. Se l’ottone si sveglia tromba, non è affatto colpa sua. Per me è evidente: assisto allo schiudersi del mio pensiero: lo osservo, lo ascolto: lancio una nota sull’archetto: la sinfonia fa il suo sommovimento in profondità, oppure d’un balzo è sulla scena. Se i vecchi imbecilli non avessero trovato, del “me stesso”, soltanto il significato falso, non avremmo da spazzar via i milioni di scheletri che, da tempo infinito, hanno accumulato i prodotti della loro orba intelligenza, e se ne proclamano gli autori!
Rimbaud
Tre gradi di latitudine capovolgono tutta la giurisprudenza, un meridiano decide della verità. In pochi anni di dominio le leggi fondamentali cambiano, il diritto ha le sue epoche, l'entrata di Saturno nel Leone segna l'origine del tale crimine. Ridicola giustizia, delimitata da un fiume! Verità al di qua dei Pirenei, errore al di là.
Blaise Pascal
Devo scrivere per non farmi del male. Devo scrivere per non disturbare nessuno. Devo scrivere sapendo che nessuna persona che possa tenere a me leggerà mai queste parole. Piango dalle 18.30. Un pianto da gocciolone calde che scendondo a intervalli irregolari, senza fermarsi mai del tutto. Sto in silenzio e non riesco a dare voce al mio dolore. Ho disdetto gli impegni di gioco immediatamente dopo essere stata da Vito, il mio psicologo. Oggi era il nostro terzo incontro. Fatidicamente quello da cui sono quasi fuggita, come una stronza. Quasi non gli stringevo la mano. Una volta arrivata alla metro non capivo più dove fossi. C'erano dei bagni di quelli che si aprono con una moneta. Tante cabine di metallo. Compartimenti zincati ampli. Potevo vomitare, a entarci. E restarci dentro. Per sempre. Che bel ritrovamento. Degno. Ho compiuto sforzi immani per riprendere il contatto con la realtà e alla fine, una volta a casa, ho cercato di recuperare le forze. Volevo andare a dormire presto, ma sono ore che sono qui a non sapere cosa fare per addormentarmi. Il mio unico appiglio mi schiva da tutto il giorno. L'unico che mi capisce. O forse non è vero, forse mi capisce solo quando non c'è di meglio, altrimenti sono frasi di circostanza. Bravissima! Evviva! Leggi: Fanculo! Via dal cazzo! Me ne sto quindi alla larga. Non la chiedo l'elemosina. Vito vuole che vengano a visita anche i miei genitori, un giorno. Non so cosa abbia in mente. Non voglio, io. Gli ho detto della mia dipendenza, che penso di essermi bruciata il cervello. Delle botte di Nanì, dei lividi in faccia e sul corpo e dell'esame per cui ho iniziato a vomitare e non ho più smesso, nemmeno con la laurea in mano. Di quanto vorrei morire. Mi ha detto di chiamarlo per qualsiasi cosa, si è preso una responsabilità. Ma non l'ho fatto, stasera. Non ci riesco. L'unica persona che avrei voluto sentire aveva già da fare. E quando ha da fare con certe cose, io sono un impiccio. Parlo troppo. Troppo. Horror vacui. Quindi me ne sto qua zitta. Il dottore ha detto che la rabbia è importante. E io non ne ho più. Sono rassegnata. Ho usato la parola speranza per descrivere la sensazione che ho provato scegliendo di compiere la mia piccola rivoluzione quotidiana: camminare da casa all’università e viceversa. Vito si è come animato. Spero solo di non svegliarmi più. Forse non dormo per questo. Forse una parte di me ha paura di morire. ---- Stamattina stavo ancora in quel modo. Sospesa sopra a un baratro, ad oscillare stancamente. Ho mandato un messaggio al dottore, questo: Buongiorno, dopo il nostro incontro di ieri sono molto giù di morale. Ammettere certe cose ad alta voce per me è come autorizzarne l'esistenza. Mi spiace di essere andata via ed essermi congedata in un modo meno cordiale del solito...semplicemente ho provato una forte vergogna e l'istinto di andare a nascondermi in casa. So che è importante aprirmi e fidarmi se voglio venire a capo di certe cose e pian piano ci riuscirò. Volevo rassicurarti sul fatto che sono una persona di parola e che ho molto apprezzato anche la disponibilità telefonica fuori orario che mi hai accordato, di cui però non intendo abusare, un po' perché non sono il tipo, un po' perché è davvero tutto sotto controllo, da quel punto di vista. So come sabotarmi anche nel male :) Ci tenevo solo a dire queste cose, mi è sembrato giusto. Ti auguro una buona settimana e un buon lavoro! Mi ha risposto tempestivamente: S. buongiorno La mia disponibilità fa parte del mio lavoro e non potrebbe mai essere da parte tua un abuso. Ma lavoreremo anche su questo. Ci sono tantissime tue risorse da prendere in considerazione. A presto ---- Devo convincermi ad uscire di casa e a mangiare qualcosa, ora. Mi sento meglio.
La difficoltà di comunicazione fra chi ha una preparazione filosofica e chi non la ha: enorme e incolmabile. Rassegnarsi a tacere, unica forma di vera espressione. Naturale, come respirare.
L'opera di Bachtin si colloca attraverso varie discipline e correnti. Come critico letterario considerava fondamentale, per l'interpretazione del testo, la presentazione del contesto storico dell'opera. Ogni messaggio è emesso in particolari situazioni storiche, che agevolano l'interpretazione e la comprensione del testo; quest'ultimo dunque non può considerarsi autonomo. La teoria di Bachtin approfondisce tre aspetti: teoria del linguaggio, teoria dei generi letterari, teoria del comico. La prima sottolinea l'importanza del dialogo, identificando tutte le forme di scrittura con esso attraverso l'ipotesi di un dialogo con un lettore immaginario. La teoria dei generi è piuttosto teoria del romanzo; questo genere sarà molto apprezzato da Bachtin per la sua modernità e coerenza con il reale. Per quanto riguarda la teoria del comico, lo studioso propone un approccio alla realtà attraverso il riso e considera il carnevale come rovesciamento dei valori. Il concetto di "dialogo" viene da lui visto in modo generale, quasi un caleidoscopio espressivo polifonico, laddove un monologo, ammesso che esista, può avere una sua verità e un suo punto di vista univoco. Il linguaggio è fondamentalmente dialogico e include il rapporto tra autore ed eroe (o personaggio, sconosciuto perfino all'autore), estetica ed etica. Bachtin ha esplorato i generi non tanto come convenzioni e gerarchie formali, quanto come modi diversi di lettura del mondo e delle ideologie che interpretano e valutano il mondo, preferendo in questo senso il romanzo quale luogo della lettura polifonica e dell'espressione dialogica. Persino il monologo interiore (Tolstoj e Vygotskij) non è che il riflesso dei dialoghi esterni, essenzialmente di ordine sociale e storico.
Wikipedia
Il contatto con le persone mi uccide. Non sono fatta per stare in mezzo a loro. Stanotte ho avuto molti micro risvegli, molti momenti di angoscia. Stamattina ho di nuovo quasi vomitato, pur non avendo un esame imminente da dare. Oggi non riesco a non piangere e ad ascoltare tristi canzoni. Per cosa? Per nulla. Per il semplice contatto con le persone.
Le persone si svelano sempre per quello che sono se ti dimostri docile e disponibile, come una povera idiota. Lasciare che chi hai di fronte pensi che tu sia stupida ha l’innegabile vantaggio di evitare il senso di colpevolezza che potrebbe coglierti dopo aver orinato loro in testa, castigandoli per una certa propensione a trattar male chi è presumibilmente più debole. Defilarsi senza l’amara consapevolezza di aver dovuto piegare le ginocchia per sputare loro in faccia, senza pantomime e inutili perdite di tempo...è liberatorio come poche altre cose al mondo. Puoi lasciarli alla loro presunzione e allegramente fottertene, procedendo oltre fischiettando un “addio stronzi”, di cui solo tu sai il testo. Non cambia mai davvero, cambiano i nomi, i volti di riferimento, pochi dettagli che ritocchi a mente, sopravanzandoli senza voltarti, prima di dimenticartene del tutto.
Non inviato
Comunque non potrò ricevere il supporto che mi serve dai miei. Stasera a cena mia sorella ha confermato l'impressione che ho avuto da quando è tornata. Sta ancora molto male, in modo però diverso da prima...è come diventata la me di quando avevo 20 anni, solo che lei ne ha 28. Domani si vede con la terapeuta che la segue. Ha passato una serata intera ad imputare alla sospensione dei farmaci il fatto non abbia più gestione delle sue emozioni, cosa che posso capire molto bene, ma che spero non la porti a giustificarsi per tutto. Ha bisogno di essereesse seguita, fosse anche quando torna qua e poi al telefono. Io in questo momento sono quella che per i miei è la roccia della famiglia, l'unica a cui mia sorella dia ascolto...si sentono totalmente incapaci (e di fatto poverini lo sono). A cena alla fine ero quella meno agitata dei 4, quella che rassicurava tutti e che ha evitato si finisse a litigare in pubblico facendo uno show. Non ce la faccio a distruggere questo equilibrio. Sono stata felice, veramente tanto, di questa serata e non voglio rovinare tutto. Adesso è mia sorella quella che ha bisogno. I miei non sono mai stati capaci di essere presenti per entrambe. E anche con Barbara non sanno bene che pesci prendere, per fortuna vedendola sempre più debole e bisognosa, le hanno fatto intraprendere il percorso della terapia a suo tempo, anche prima che le succedessero certe cose...e nel suo caso non in modo negativo, visto che lei è sempre stata di indole docile. Almeno lo era. Credo che avere due figlie in terapia per loro sarebbe troppo difficile da tollerare...specie adesso, che pensano che io abbia risolto tutto e sia solo un po' selvatica e solitaria, ma tutto sommato ormai assennata e posata. Li porterebbe a fare un macello. Mi dispiace molto, onestamente. Ma non sento di avere alternative. Ci sono situazioni in cui purtroppo si deve fare un passo indietro. :) Da qualche giorno ne parlo anche col mio ragazzo, oltre che con te. Lui è quello che mi soccorre quando sto male fisicamente, che mi accompagna a fare gli esami se sto troppo male e che ha sostituito i miei genitori da praticamente 5 anni. Vorrebbe aiutarmi lui, ma io non sopporto l'idea di imbrattare il nostro rapporto con questo genere di dipendenza economica. Provvede già a me in 10000 modi diversi. Ma questo non posso accettarlo. Capisce che sto male perché lo vede, i miei invece non lo capiscono perché non mi vedono proprio. Perdonami per questo papiro/sfogo. Volevo un po' aggiornarti. Non devi rispondermi nulla, se non vuoi. A me basta raccontartelo...so che non c'è molto da ribattere sulla questione.
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Post-Metal, Post-Doom All is quiet, empty streets, All is quiet, the city sleeps, Close my eyes, On my knees, And time is passing me by; Time is passing me b...
In quell’attimo, gli occhi specchiati nel cielo azzurro di maggio brillarono di gelida indifferenza alle nuvole. Il redo tessuto di cotono estivo sulle forme bambine, la carne morbida e appena dorata dall’incombente giugno. La ricordava liscia, mogano, su cui la polvere siera brinando i ricordi e gli odori senzienti alle dita. Disegnarle un nome con le stille scorte.
Ascolta.
Fuori, la stanza madida, fasciata di sole. Arrideva le tende velate, la brezza al meriggio.
Nella malinconia recessa negli stipi delle pieghe vapore di un vestito bianco, la madreperla dei bottoni tristemente rilucenti; stretti contro i lembi delle ali, spiegate all’espunsione del paesaggio a fiancheggiarla sulla balconata.
Viene avanti.
Le gote vagamente antiche e chiare. Ambrata appenda ed accecando candida, la veste variegata, leggera lievitando Atroce e abbacinante.
Divinamente assente.
Avvertirne l’odore sterile del metallo, o del freddo gesso. Statua diverbio alla distanza, radiosità straziante.
Guardami.
Con mani aperte, recondita delicatezza a manducare gli ansimi. Tiepida fonte di quella ch’era mia dimenticanza. Alone del destino, tragica, lei. Tragicamente noi. Il monotono dei capelli chiari, il sole a incenerirle l’anima. L’ombra carbonizzata, scivolava ruvida sul lino.
Bruciata nel rogo ad alleviarla sino a sublimare. Rogo a temperarla nello strazio. Strapparti il cuore e divorarlo.
Perché ti amo. Ti amo.
Io Ti Amo.