Il genere “Favolistico Artistico”
Al pari delle favole e delle leggende mitiche dei cicli bretoni, si attestano i racconti sull’arte contemporanea. Alcuni hanno un sapore letterario che è un peccato togliere. Salvo la grande fantasia, sempre in movimento dell’uomo, si può dividere il genere “favolistico artistico”, in tre categorie: fiere, gallerie, artisti. “In quel dato posto hanno venduto tutto, un amico mi ha detto che non avevano neanche aperto lo stand ed era già tutto preso”. Altri temi a carattere fieristico sono sui puntini rossi e di alcune opere portate apposta in esposizione, ma già vendute. Si arriva a narrare che intere pareti siano una finta. Gli spazi d’arte sono sovente preda di racconti al di là di ogni ragionevole dubbio. Il gallerista è un orco, spesso un uomo con il corpo diviso in due, ladrone a destra e despota a sinistra. Una delle migliori riguarda sempre il fatto che un certo gallerista abbia fregato un numero imprecisato di artisti. Questo l’attacco, ma poi la storia si dipana, si può avere vari scenari. Opere rubate e soldi mai visti, Opere e soldi riavuti ma dopo un odissea al limite dell’Anabasi (opera di Senofonte che narra la spedizione di migliaia di mercenari greci contro il re di Persia, Artaserse II e ritorno disastroso in patria), esposizioni promesse e poi cassate per una bizza. Il finale è sempre più o meno lo stesso. Riferimenti a fatti riferiti da altri per avvalorare la tesi. Sempre verde e devo dire, anche complessa per struttura, è la storia del mercante in rosso da svariati anni, ma sempre sulla cresta. Si sospettano dunque traffici illeciti e dalle prime chiacchiere, anche giri economici loschi con i collezionisti. Roba che gli arabeschi sono delle banalità. Alta finanza, insomma. Gli artisti incappano sempre nei propri limiti. Favole su opere abortite, ma di straordinaria bellezza. Opere scomparse per ragioni varie, forse riapparse, spesso rubate (tema gallerista ritorna forte), vendite miracolose, amori improbabili (il filone giovane amoreggia con anziana ha anche un certo sapore ottocentesco), sgarri tra creativi. Nel mezzo di tutto fanno capolino anche curatori incapaci ma con agganci giusti, narrazioni a tal proposito sono fatte su furbate creative dal senso incomprensibile. E poi si prosegue con avventurieri d’arte alla ricerca del colpo, intrighi da spy story che vedono coinvolti privati, enti pubblici e misteriosi finanziatori, per certi di origine straniera, ma sovente nostrana.











