STORIA, MITO E METALLURGIA NELL'ANTICA ISCHIA
L'isola Tra Mito E Realtà
"Nel mezzo del Mediterraneo, come perla incastonata nel mare, sorge Scheria, l'isola in cui nacque il sogno dell'oricalco, il metallo degli dei." — "Vincenzo Boni, "Ischia tra mito e storia", 2018"
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È poco distante da Napoli l'isola tutto cuore dei napoletani, un dorso d'incantevole seduzione nel Golfo delle Sirene, con un uguale mare, che carezzevolmente lambisce le sue coste. È identificata in Scheria nel racconto omerico, che accolse ospitalmente Ulisse e ne favorì il ritorno a Itaca.
Come ci ricorda Omero nell'"Odissea" (Libro VI, 1-10):
"Così dormiva in quel luogo il paziente divino Odisseo, vinto dal sonno e dalla stanchezza; ma intanto Atena andava alla città e al popolo dei Feaci, che prima abitavano nell'ampia Iperea, vicino ai Ciclopi, uomini violenti, che li depredavano, essendo più forti. Di là li tolse Nausitoo simile a un dio, e li condusse e insediò in Scheria, lontano dagli uomini industriosi."
Nel poema ariostesco è l'isola dove Zeus seppellì Tifeo dalle cento teste, personificato in un vulcano che vomitava lava. Come riferisce Ludovico Ariosto nell'"Orlando Furioso" (Canto VI, 24):
"L'isola tremò dal capo al piede, come all'estremo dì del giudizio è critto, il monte, che pur dianzi aride rive avea di un quarto d'ora, e ancor concetta la sua vendetta in mille anni compiva."
Pithecussai per i greci e per finire nelle gole napoletane con il nome di Ischia.
È l'isola verde, un laboratorio naturale per i processi minerogenetici idrotermali, con il monte Epomeo che rappresenta il più antico fenomeno di emissione trachitica che abbia dato origine all'isola. Durante il periodo sopra cretaceo, circa 150 milioni di anni fa, rocce plutoniche di aragonite globulosa (roccia nera), spinte dalla forza del magma, emersero dalle acque roboanti di cenere e fuoco e si elevarono fino a 789 metri sul livello del mare.
Dai suoi fianchi partorirono altri vulcani, con emissari di fuoco e da una bocca ignivoma dell'Epomeo fluirono colate di lave con depositi ignimbritici, piroclastici, che formarono altri sedici monti di diversa altezza, i sub epomei che si snodarono in piccole valli.
Come scrive il geologo Giuseppe Mercalli nel suo trattato "I vulcani e fenomeni vulcanici in Italia" (1883):
"L'Epomeo non è un cratere, ma un'enorme cupola trachitica, sollevata dalle forze endogene del globo, che ha trascinato seco porzioni della crosta terrestre preesistente."
L'ARRIVO DEI FENICI: I SIGNORI DEL MARE
Sugli Hippos, navi triremi di cedro libanese con la poppa a forma di cavallo e dalle vele di porpora, approdarono sull'isola ribollente di lava le tribù dei siro-cananei intorno al 1200 a.C., durante l'età del bronzo. Originari dell'isola Sulcitana Canai (l'attuale Libano), gli uomini rossi (così chiamati per la porpora del gasteropodo "Murex trunculus" che utilizzavano per tingere i loro tessuti), si erano identificati come i "Cabiri", dal nome delle loro divinità, per aver scoperto la pasta vitrea e il "nocens ferrum" (stagno).
Lo storico Sabatino Moscati, nella sua opera "I Fenici e Cartagine" (1972), scrive:
"I Fenici non furono solo mercanti e navigatori, ma portatori di una civiltà raffinata, maestri nell'arte di lavorare i metalli, inventori di tecniche metallurgiche avanzate che diffusero in tutto il Mediterraneo occidentale."
I primi coltivatori di metalli, maestri della fusione, della cesellatura, produssero capolavori in filigrana, gioielli in tutti i territori di Sidone, Cipro, Egitto. A Tracia, una zona caratterizzata da vaste coltri ignimbritiche, i Cabiri scoprirono una lega naturale, più preziosa dell'oro e dell'argento: l'Oricalco (gli orecchini di Venere nell'"Odissea"), chiamato da Plinio "elettro" nella sua "Naturalis Historia" (XXXIII, 23):
"Omne aurum argentum habet, varia portione... ubicumque quinta argenti portio est, electrum vocatur."
Per Strabone, nel suo "Geographica" (Libro III, 2), era il candido metallo delle Sacre Scritture, la Platina degli Atlantidi, utilizzato per fare fermagli, fregi e ornamenti sacri. L'elettro era intimamente legato a un macigno durissimo e gli alchemici fenici conoscevano la formula segreta per fonderlo. Platone, nel "Crizia" (114e), lo descrive così:
"L'oricalco, che ora è solo un nome, ma allora era più di un nome, estratto dalla terra in molti luoghi dell'isola, era il più prezioso dei metalli conosciuti, eccetto l'oro."
La scoperta dell'oro candido portò molte ricchezze che eccitarono la cupidigia dei potenti re Cusciti della dinastia di Nimrod e, con una guerra feroce attorno al 1100 a.C., portò alla distruzione di tutte le loro coltivazioni minerarie. Costretti a fuggire in Atlantide (America) e in tutte le zone circummediterranee dell'Africa, della Spagna, della penisola italica (Sicilia, Sardegna, Campania), i Fenici andarono alla ricerca dei metalli, fulcro della loro vitalità economica. I territori selvaggi e desertici erano ricchissimi di giacimenti metalliferi: borace, allume, piombo, stagno, rame (Capua) e l'oro nativo, giallo lucente cristallizzato in pagliuzze che incettavano con la pelle lanuta della pecora (il celebre vello d'oro).
Come riferisce l'archeologo francese Jean-Paul Morel in "La colonisation phénicienne en Méditerranée occidentale" (1992):
"La ricerca di metalli fu la principale motivazione dell'espansione fenicia verso occidente. Le loro colonie erano spesso posizionate strategicamente rispetto alle risorse minerarie e alle vie commerciali."
Fondarono fattorie aurifere, le "Auri sacra fames" come le definì Virgilio nell'"Eneide" (III, 57), e comunità fenicie sulle isole occidentali del Mare Nostrum, che svolsero un ruolo importante nel commercio dei metalli nel Mediterraneo. Scelsero l'isola di Scheria (roccia scura), per la posizione strategica, di fronte a Cuma, ottimo transito dei loro commerci del Nord e dell'Ovest. Guidati dal dio "Melqart" (l'Eracle greco), trovarono, vicino alla sorgente Singallia, nelle grotte di Campagnano tra le stalattiti e incrostazioni di banchi silicei, la "cruseia" racchiusa in particelle submicroscopiche, l'oro invisibile, incluso in solfuri, contenuti in diversi tipi di rocce concentrato in depositi epitermali, tipici di sorgenti calde.
Come attesta il ritrovamento della celebre "Coppa di Nestore" a Lacco Ameno, datata all'VIII secolo a.C. e con iscrizione in greco antico, l'isola era un importante centro di scambi culturali e commerciali. Il reperto archeologico, rinvenuto nel 1954 dall'archeologo Giorgio Buchner, porta una delle più antiche iscrizioni in greco occidentale:
"Io sono la bella coppa di Nestore; chi berrà da questa coppa sarà subito preso dal desiderio di Afrodite dalla bella corona."
L'isola era doviziosa di metalli: rame, piombo, argilla, allume e, grazie all'abilità dei fenici, vide il nascere di officine per la fabbricazione di coppe d'oro, di argilla, vasi di metallo e anfore di argilla mortuarie oltre articoli di lusso che diffusero con il commercio marittimo. La presenza dell'oro nell'isola vulcanica fu dovuta a diversi fattori: la presenza di rocce magmatiche che emettevano calore, la formazione di banchi di siliceo, necessari per ospitare le concentrazioni aurifere e le condizioni idrotermali dell'isola con il fenomeno dell'alterazione delle rocce (metasomatismo).
Le recenti scoperte scientifiche hanno rivelato che a 70 km di profondità sottomarina, i camini idrotermali (e fessure della crosta terrestre) emettono fluidi circolanti, bollenti, acquosi che penetrano in frammenti di rocce magmatiche (xenoliti) e, che producono flussi calorici (metamorfismo) che generano la cristallizzazione dei minerali in esso contenuti.
Il geologo Roberto Scandone, nel suo studio "Vulcanismo e tettonica nel Mediterraneo" (2010), osserva:
"I sistemi idrotermali associati ai vulcani campani rappresentano autentici laboratori naturali dove ancora oggi osserviamo processi di mineralizzazione attivi, simili a quelli che nell'antichità hanno permesso la formazione di giacimenti metalliferi."
Con l'alto flusso calorico si ha la cristallizzazione dei composti sulfurei di silicio e oro; quest'ultimo, unito al composto e essendo più leggero, filtra fuori dalla roccia raccogliendosi in depositi che i cananei, chiamati poi fenici, sapevano individuare e sfruttare con tecniche avanzate per l'epoca. La civiltà fenicia è stata spesso fraintesa e mistificata. Le realtà storiche sono state modificate, dividendo questa grande civiltà con false rappresentazioni delle fedi fenicie, descritte come barbare, irrazionali, con rituali religiosi che imponevano sacrifici di bambini.
Eppure, come sostiene l'archeologo Piero Bartoloni nel suo "La cultura fenicia" (2009):
"I Fenici hanno gettato le basi della civiltà mediterranea moderna, introducendo innovazioni fondamentali in campo commerciale, artistico e tecnologico, diffondendo l'alfabeto e stabilendo una rete di relazioni culturali e commerciali che costituisce il primo esempio di globalizzazione della storia."
I Fenici sono stati la storia del nostro Mediterraneo, hanno lasciato ai posteri grandi conquiste culturali e civili: la lingua, l'organizzazione politica, la religione, l'arte, l'artigianato tessile, l'oreficeria, l'adozione dell'alfabeto e la scienza della metallurgia. Furono pionieri dell'elaborazione della cultura mediterranea, introdussero l'alfabeto ideoforme con 22 segni che esprimevano i suoni, la scrittura, l'artigianato, l'architettura, creando le fondamenta di quella che sarebbe diventata la civiltà occidentale.
Come scrive lo storico Michael Grant nel suo "Il Mondo Mediterraneo nell'Antichità" (1988):
"Senza i Fenici, il Mediterraneo sarebbe rimasto un mare diviso, invece che un'autostrada di idee, tecnologie e commerci. Senza la loro alfabetizzazione, la diffusione della cultura scritta sarebbe stata ritardata di secoli."
L'isola di Ischia, antica Scheria dei Feaci e Pithecussai dei Greci, custodisce ancora oggi il segreto dell'oro bianco dei Fenici. Le sue acque termali, le rocce vulcaniche e i depositi minerali raccontano una storia millenaria di interazione tra l'uomo e la natura, tra la tecnologia e il mito. Come affermò lo storico Fernand Braudel nella sua monumentale opera "Il Mediterraneo" (1985):
"Il Mediterraneo è mille cose insieme. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre."
E in questo stratificarsi di civiltà, i Fenici, maestri dell'oro bianco di Scheria, occupano un posto d'onore, un patrimonio culturale e tecnologico che ancora oggi merita di essere riscoperto e valorizzato.
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BIBLIOGRAFIA
- Bartoloni, P. (2009). "La cultura fenicia". Carocci Editore.
- Braudel, F. (1985). "Il Mediterraneo". Bompiani.
- Buchner, G. (1966). "Pithecusa: una fattoria greca dell'VIII secolo a.C. sulla costa tirrenica italiana". Dialoghi di Archeologia.
- Grant, M. (1988). "Il Mondo Mediterraneo nell'Antichità". Mondadori.
- Mercalli, G. (1883). "I vulcani e fenomeni vulcanici in Italia". Milano.
- Morel, J.P. (1992). "La colonisation phénicienne en Méditerranée occidentale". Publications de l'École française de Rome.
- Moscati, S. (1972). "I Fenici e Cartagine". UTET.
- Platone. "Crizia". (Trad. di F. Fronterotta, 2003). BUR.
- Plinio il Vecchio. "Naturalis Historia". (Trad. di G.B. Conte, 1982). Einaudi.
- Scandone, R. (2010). "Vulcanismo e tettonica nel Mediterraneo". Liguori Editore.
- Strabone. "Geographica". (Trad. di A.M. Biraschi, 1992). BUR.
- Virgilio. "Eneide". (Trad. di L. Canali, 2004). Mondadori.











