Lettera a uno sconosciuto.
Caro Sconosciuto, ti scrivo per raccontarti di me, perché finalmente so chi sono, tuttavia non ho la più pallida idea di chi sia tu. Ho vent'anni anche se non si direbbe, come passa il tempo eh? Come si cresce, come si cambia. Della bambina che ero è rimasto ben poco a dire il vero, ma qualcosa di insolubile nei drammi ancora resta. È rimasta la curiosità ingenua, quella grinta pazzesca, ad esempio, anche se non è sempre facile stare su, col cuore in quarantena. Sono rimasti gli occhi, occhi sinceri, quasi neri, che se ti ci specchi il tempo si ferma e ti senti cadere nel vuoto, occhi che vedono davvero (nonostante la miopia), e di questi tempi ce ne sono pochi, te lo assicuro, di occhi scampati alla cecità. A questo proposito potrei parlare per ore, dello sdegno che provo verso la società e me stessa, inclusa inevitabilmente in questo caos comunemente chiamato mondo. Non voglio però tediarti con il mio caro pessimismo che mi porto dietro come un'ombra, volevo solo parlarti di me e scommetto che ti chiederai il perché. È lecito e non posso nemmeno biasimarti. Ma vedi, a volte con gli estranei si può essere più sinceri che con sé stessi. Ho perso tante cose nella mia vita, caro S. Ho perso un sacco di treni e non tutti per negligenza. Difatti, nonostante fossi in stazione, come Novecento che non voleva scendere dalla nave, io ho guardato quei treni passare salutando i passeggeri come si saluta la terraferma, ho lasciato che tante vite mi sfrecciassero davanti alla velocità di centocinquanta chilometri orari. Vedi, io mi ero già persa, e quei treni chissà dove mi avrebbero portata, forse non sarei più scesa una volta salita, proprio come il pianista. Ebbene ho preferito affidarmi alle mie gambe, alle mie forze, ai miei nervi d'acciaio inossidabile, ho preferito soffrire il freddo, la solitudine, la stanchezza, come un'ascetica, solo per tracciare una strada non ancora percorsa, incontaminata, che fosse solo il mio sentiero, che non fossero due binari paralleli sui quali correvano centinaia di persone ogni giorno e sui quali non mi sarei mai ritrovata. Talvolta ho avuto la fortuna di imbattermi in un riparo rassicurante dove passare la notte e finalmente riposare e dimenticare, per pochi preziosi istanti, le facce amareggiate dei passeggeri che mi fissavano stordite e deluse, in partenza alla stazione. Ho trovato grotte più buie delle mie paure, dove poter sfogare lo sconforto e urlare, urlare a pieni polmoni, tanto nessuno poteva davvero udire le mie richieste di aiuto. Ho tracciato sentieri, parecchie volte ho perso di vista il Nord, ma è proprio sbagliando rotta che finalmente mi son ritrovata. Mi sono specchiata nei tramonti più belli, nelle risate dei bambini, nel canto degli uccelli al nascere del sole. Ho perso praticamente tutto, ma non tutto è andato perso, perché ho ritrovato me stessa. Oggi non brancolo più nel buio, nel vuoto, nell'incertezza. Sono mesi che non ti vedo ormai, caro S, e so che bastano per confondermi in una folla, dove ero certa che mi avresti sempre ritrovata. Non ti giudico, non ti odio, perché non puoi trarre in salvo chi non vuol essere salvata, non potevi conoscermi se ero io stessa la prima a non sapere chi fossi. Ti ringrazio tuttavia, per aver provato a capire l'incomprensibile, per avermi offerto riparo, per aver provato a tenermi con te, seppur senza riuscirci, quando tutto ciò che desideravo era non correre su quei binari e scappare via. Quei binari siamo stati noi, mio S, mio tanto amato quanto ormai sconosciuto confidente, seppur ci tenevamo la mano su quei binari, seppur tanto vicini, io sapevo in cuor mio che non ci saremmo mai veramente incontrati, e mai davvero separati, come le nostre idee, i nostri sogni, due rette parallele. Spero capirai, un giorno, che quella consapevolezza che si faceva prepotentemente strada dentro di me, mi lacerava tanto quanto cercavo di sopprimerla, e spero più di tutto che riuscirai a perdonarmi, interamente, con il mio spirito libero da catene, con il mio modo di amare sregolato e senza confini, con la mia ostinazione, con il mio pensare contorto e sciolto da ogni concreta realtà, con il mio scarso senso del pericolo. E soprattutto perdonami, se volevo con tutta me stessa trascinarti nel mio pianeta e non avevo capito che tu quel mondo non lo riuscivi neanche a vedere, e non poteva esserci vita, laggiù, per due come noi.













