Mi siedo e la poltrona è ancora calda. Penso a te e a come passi saltando di ora in ora attraverso i nostri traumi infantili. Così differenti. Mi chiedo come si impara ad entrare nelle vite degli altri per un momento e poi dire “il tempo è scaduto“ senza portarsi a casa un pezzo di quel mondo. Ti immagino saltare come un grillo da una parte all’altra, da una mente a quella successiva, attraversi stanze e corridoi, butti giù le barricate ed ogni porta sfondi, perché si sono rotte le maniglie. Non puoi aspettare che vengano aperte gentilmente. Sei un pugno nello stomaco, la scossa che inizia a far crollare il pavimento, un po’ teatrale e matta, senza confini. Mi ci è voluto del tempo per capire quella tua aggressività, che era in parte insicurezza. Ancora dopo tanti anni, paura di non essere abbastanza agli occhi di chi giudica di professione, e non sa che il tuo lavoro, il nostro invece, consiste nel validare anche quello che non ci appartiene. Ti ho guardata, mi hai detto “grazie“, stavo quasi per piangere. Mi hai permesso di capire molte cose. Grazie a te oggi sto bene. Non sempre, ma sto meglio. Forse è più giusto dire così.












