Il mondo prima che arrivassi te
Quel momento. Quel preciso istante in cui Gastón Ramírez posizionò il pallone all’interno della lunetta del calcio d’angolo. In basso a destra del televisore. Era appena passato l’ottantesimo minuto di gioco e lui, dopo un paio di stagioni al Bologna, si era appena accasato in Inghilterra al Southampton, placido. Era da poco entrato in campo al posto di un altro mancino, Cristian Rodríguez, soprannominato El Cebolla grazie all’irresistibile afrore che si sprigionava dalle sue ascelle negli spogliatoi dopo ogni partita. Origini piemontesi per lui, cerchia di Torino, gente che ha sempre lavorato. Un’ex bandiera del Peñarol che all’epoca dei fatti rimpinguava il vivace gruppo di uruguagi dell’Atletico Madrid. A tal proposito, la telecamera indugiò prima su Godín e poi su Giménez. Sgomitavano, quei due, guardando il pallone posizionato da Ramírez all’interno della lunetta. Avete presente le due statue della Sfinge de “La storia infinita”? Eccoli, loro due erano così, al limite dell’area dell’Uruguay. Giudicanti. Ramírez, invece, è sempre stato un avventuriero, in balìa del destino. Pensate che l’ultima squadra dove abbia giocato in Italia è stata la Virtus Entella, in Serie C. Dopo un gol di tacco su assist di Marco Di Vaio in un Derby dell’Appennino, 2-0 finale per il Bologna e dopo essere entrato nel carnet dei campioni mancati che si sono accasati al Monza negli ultimi anni. Dalle foci del Rio Negro a quelle dell’Entella. “Lo fanno, ci fanno uscire. Ora segna l’Uruguay”. Pensammo tutti così. Quei due centrali erano troppo forti. Chiellini corse dietro a Cavani, Barzagli cercò di spintonare Giménez. La palla uscì in fretta dalla lunetta del corner, per poi seguire una traiettoria diretta verso Godín che la colpì male, di testa, senza guardare, arrivando in area piccola come teletrasportato. Saltò quasi per inerzia, volteggiando in una mezza piroetta. Segnò in questo modo l’ultimo gol che l’Italia subì in un Campionato del Mondo. Tabárez, la vecchia volpe socialista, continuava a richiamare i suoi all’ordine, a dare indicazioni. Aquilani, con la solita sufficienza di chi non c’era ma vuole assolutamente dire la sua, spiegava, seduto in panchina, a Cerci e De Rossi, cosa non avesse funzionato nelle marcature.
Un esiziale calcio d’angolo di Gastón Ramírez e l’Italia torna a casa. Quella fu la sentenza. L’ultima azione che abbiamo subìto, l’ultimo calcio piazzato nella competizione che ci aiuta a ricordare, col passare del tempo, con chi fossimo, che lavoro stessimo facendo, come stessimo fisicamente, se eravamo innamorati o meno. Il nostro materialismo riaffiora in queste situazioni, e Gastón Ramírez fa parte di quella schiera di testimoni diretti che hanno fatto sì che i nostri ricordi si siano fermati in un determinato istante. Abbiamo passato più di dieci anni a comportarci come chi, su un aereo in volo, non potendo comunicare con il proprio mondo di affetti, interessi ed amicizie, scorre sconsolato le fotografie di anni prima, contenute svogliatamente sul proprio telefono. Questi lutulenti periodi servono, è indubbio. Ma quando durano troppo ci fanno perdere la memoria degli anni, di ciò che è rimasto. Ti guardi indietro, recuperi fiato mentre la storia del mondo, intanto, va avanti. Va avanti e la tua storia personale annaspa, a perdifiato, senza riuscire a starci dietro. La mia generazione, forse, si sta meritando questi anni di purgatorio, perché è stata la generazione che ha visto i Mondiali più sprezzanti e sanguinolenti di sempre. Quelli di Burruchaga e gli inglesi a Cagliari, quelli delle dita di Roberto Baggio contro la Francia, i Mondiali con l’ultima Jugoslavia sulla faccia della terra, la Coppa del 2006 alzata da Barone, Amelia e Oddo. È come se la storia ci abbia avvisati: “Adesso, per un po’, basta. Avete già avuto tanto, troppo per quanto realmente vi siete meritati.” Generazione post BR (ma nemmeno tanto post) figli della bomba, generazione di rucola messa ovunque perché andava di moda, generazione di domeniche in famiglia passate in agriturismi con laghetto di pesca sportiva annesso, con le tinche che sanno di terra e detersivo che abboccano immediatamente. I cugini grandi che fumano di nascosto dietro ai casseri. I primi discount. Il sole che andava giù lasciando che tutto congelasse. I sabati pomeriggio a guardare Superclassifica Show mentre sotto passa l’aspirapolvere. Le corse negli androni lucidi delle case vicino alla tua ad annusare nuovi profumi. I modem che si connettono gracidando. Una generazione che crede ancora che sia il capitale a dover inseguire i lavoratori e non il contrario, una generazione che è stata terrorizzata dalle siringhe nei parchi. Malpensa 2000 e l’innovazione italiana nei trasporti. Non ti regaliamo la Specialized perché con quello che fai in bicicletta la rompi subito. El Cebolla fu schierato titolare anche negli ottavi contro la Colombia. Quella partita fu segnata dalla rete più bella della competizione, quella realizzata da un altro Rodríguez, all'anagrafe colombiana James. Stop di petto per andare ad accaparrarsi un pallone che sembrava inutile lasciato lì, fuori dalla lunetta, e missile da fuori area. Muslera salta, ci prova. Godín si gira riparandosi, ha paura, non fa più la sfinge. La palla finisce contro i pali, come in un flipper. Entra, i Cafeteros trionfano contro i rivali sudamericani e accedono ai Quarti. Ma questa è un’altra storia, una storia di classe e predestinazione che non ha nulla a che vedere con la nostra. Perché è stato Gastón Ramírez a condannare un’intera generazione. Dopo quel gol pensai che ok, eravamo fuori dal Mondiale, ma che sarebbe stato un nuovo inizio. Un mondo nuovo, prima e dopo che Gastón Ramírez posizionasse quel pallone su quella lunetta. In Sudafrica avevamo scherzato, eravamo i campioni in carica. Sarebbe arrivato l’inverno con la sua neve e le sue feste. Sarebbero arrivate nuove canzoni e il calcio, alla fine, avrebbe avuto un’altra occasione. Quell’inverno fu il primo senza vere nevicate in pianura.










