Pillola di Dakar. Quatre appuis
Giornata di shopping e family, in velocità.
Si va in Medina, marché Tillen, missione punitiva per rifornimento massiccio di Thiouraye, quindi nems e fataya dalla signora di Rue 6x19 e chiacchiere in famiglia.
Non sono sola: ho con me un nuovo amico, un (diciamo così) neofita del continente. Lo coinvolgo, in questa mission che comprende pure una capatina a Roukku Bercy (il luogo top della brochette e dell’hardcore nel fast-food local): o la va o la spacca, o si innamora della mia Dakar o fugge. Insomma, più inside di così, se more.
Prima tappa, dicevo: incensi, carboncini, bruciatori (ande, in wolof) elettrici, presso il negozio di colui che avrebbe voluto rendermi la regina bianca del thiouraye. Ma questa è un’altra storia, un’altra pill, insomma e io devo arrivare a raccontare dei quatre appuis (!).
Passo indietro.
Thiouraye = Miscela di legni, radici, oli profumati e resine, realizzata artigianalmente, seguendo una ricetta tipica delle donne senegalesi. Sempre dolce e avvolgente, è una delle armi di seduzione per eccellenza, usate dalle femminazze locali per ammaliare e trattenere a sè il proprio goor (uomo).
Passo avanti, ce la posso fare.
Io e il Dado entriamo nel negozio in cui mi rifornisco sempre.
All’ingresso, risatine e pissipissi sommessi delle signore che stanno facendo acquisti (due bianchi, ovviamente scambiati per marito e moglie, che possono sapere di queste robe qui?) e battute dei commessi (tutti, rigorosamente, uomini: chi può suggerire come fare capitolare un uomo, se non un uomo? Moh).
Mi rivolgo in wolof a quello che mi pare meno smaliziato e faccio tacere sia le sciure che i maschietti: “Avrei bisogno di”.
E inizio con la quasi infinita lista.
Man mano che procedo con le compere, scegliendo con dovizia cose per me, per gli amici italiani (ormai addicted di thiouraye) e per il Dado, la situazione si fa più rilassata, confidenziale e… integrational, come direbbe la mia bella Federica.
Le signore mi si avvicinano e controllano quanto già scelto, dandomi totale approvazione e ammiccando soddisfatte: la toubab piccoletta sa il fatto suo. Bene, dai.
I commessi sono complici del Dado e io lascio che credano sia mio marito, così evitano di chiedermi di diventare moglie loro.
Mi guardo attorno e noto che le altre femminazze hanno TUTTE comprato una tipologia d’incenso che io non conosco e che sta, insolitamente, in un tapperware di forte dignità; deve trattarsi della novità dell’anno.
Devo averlo.
Chiedo al mio commesso (che ormai è Il Preferito) di che si tratti.
Evidentemente, deve essere “roba buona”.
“Ma… cosa è quella scatolina là?”
Lui mi risponde, piano piano, guardandosi attorno circospetto, sussurrando: “Pissipissi”.
E io: “Eh?!”. Deve avermi detto il nome dell’incenso, ma io non ho capito nulla.
Lui, alzando un pochino di più la voce, ma sempre da dentro un acquario e con un rispetto insolito: “qtr… qtr… pissipissi”
“Non capisco. Quatre quoi? Quattro che? Puoi dirmelo più forte? Non sento!”
Lui si guarda intorno, di nuovo e, con la faccia di quello che non vorrebbe offendere una signora, urla: “A PECORINA, Signora! A pecorina”.
Orcavacca.
Imbarazzo toubabbico.
Mi faccio ‘na risata, bianca come me e come la mia ancora eccessiva ingenuità e, con classe bionda, mi rivolgo al cassiere: “Noi siamo a posto così. Grazie”.
”Andiamo, Dado. Per oggi, siamo proprio a posto così”.
Scatto di Giuditta Nelli, Sa ma ande, Lavagna, Italia 2016