SANTA PUTIN
seen from Canada
seen from United States
seen from Nepal
seen from United States
seen from Italy
seen from China
seen from Türkiye

seen from United States

seen from United States

seen from United States
seen from Canada
seen from Yemen
seen from China

seen from Russia

seen from Uruguay

seen from Türkiye
seen from United States
seen from United States
seen from United States
seen from United States
SANTA PUTIN
Bilancio degli Asset Congelati e Bloccati
L'invasione su vasta scala dell'Ucraina da parte della Russia nel febbraio 2022 ha innescato una reazione internazionale che ha portato all'immobilizzazione di asset russi e a contro-misure russe che hanno bloccato gli asset occidentali.
Asset Sovrani Russi Congelati
Le nazioni occidentali, in risposta all'invasione, hanno immobilizzato circa 300 miliardi di dollari di asset sovrani russi, principalmente appartenenti alla Banca Centrale di Russia.
Ammontare e Collocazione Principale:
- Totale Immobilizzato: Circa €260 miliardi a livello mondiale, con oltre due terzi, circa €210 miliardi, detenuti nell'Unione Europea (UE). - Detentore Principale (UE): La maggior parte degli asset in Europa, circa €183 miliardi, è custodita in Belgio presso Euroclear, un depositario centrale di titoli. Il Belgio detiene i due terzi degli asset statali russi a livello mondiale e l'86% di tali fondi nell'UE. - Altri Paesi del G7: Al di fuori dell'UE, il Giappone detiene circa $50 miliardi, gli Stati Uniti $8-9 miliardi, e il Regno Unito e il Canada hanno quantità minori.
Strategia Politica ed Economica (Utilizzo degli Asset):
Il dibattito sull'uso di questi fondi si è concentrato sulla fornitura di sostegno finanziario all'Ucraina.
- Proposta di Prestito (G7/UE): Il G7 e l'UE stanno elaborando un piano per fornire all'Ucraina un prestito di circa €140 miliardi, garantito dagli asset russi congelati. Questo prestito sarebbe vincolato al risarcimento teorico che la Russia dovrà versare all'Ucraina in futuro. L'obiettivo è finanziare la difesa nazionale dell'Ucraina a partire dal 2026. - Uso degli Interessi: I paesi del G7 hanno già concordato di utilizzare i ricavi straordinari generati da questi asset per finanziare e ripagare un prestito del G7 di $50 miliardi all'Ucraina. I ricavi da questi asset immobilizzati possono ammontare fino a €3 miliardi all'anno.
Problematiche Legali e Finanziarie:
L'opzione di confiscare direttamente gli asset sovrani russi è legalmente complessa e considerata un rischio elevato.
- Rischio Legale per il Belgio/Euroclear: Il Belgio teme che una potenziale causa legale del Cremlino per recuperare gli asset lascerebbe i contribuenti belgi responsabili per eventuali danni. Euroclear, essendo un'entità privata, non dispone di un bilancio sufficiente ad assorbire una tale potenziale passività e un contenzioso potrebbe portarla alla bancarotta. - Preoccupazioni della BCE: La Banca Centrale Europea (BCE) teme che il sequestro di asset sovrani possa minare la fiducia nei titoli denominati in euro e innescare una fuga di capitali da parte di investitori non UE. - Diritto Internazionale: Secondo il diritto internazionale consuetudinario, gli asset congelati sono considerati una misura temporanea e reversibile (contromisure), e non una punizione permanente, complicando la confisca totale. Asset Europei Bloccati in Russia (Contro-misure)
In risposta alle sanzioni occidentali, la Russia ha adottato contro-misure, congelando parzialmente gli asset stranieri sul suo territorio per frenare la fuga di capitali.
Ammontare Totale e Detentori:
- Valore Totale: Il Ministro delle Finanze russo Anton Siluanov ha dichiarato che in Russia ci sono più asset stranieri bloccati di quanti siano gli asset russi congelati in Occidente, sebbene il volume totale non sia noto. - Asset Europei Stimati: Sebbene non esista un totale ufficiale, le società dell'UE hanno generato $81,4 miliardi di entrate in Russia. Una stima delle perdite totali realizzate dalle aziende dell'UE che hanno lasciato la Russia fino al 2024 è di circa €2,5 trilioni. - Profitti Bloccati (Bancario): Raiffeisen Bank (Austria), una delle maggiori banche occidentali ancora operative in Russia, ha accumulato circa €7 miliardi di profitti intrappolati nel paese, poiché il Cremlino ha bloccato la vendita di partecipazioni in 45 banche di proprietà di investitori provenienti da paesi "ostili". - Investimenti (Azioni): Gli investitori provenienti da paesi "ostili" detengono ancora più della metà di tutte le azioni negoziate in Russia.
Restrizioni sul Ritiro di Capitali (Tasse e Sconti):
La Russia ha imposto condizioni molto restrittive per le aziende dei paesi "ostili" che desiderano vendere e uscire dal paese, bloccando di fatto il ritiro del capitale senza perdite significative.
- Sconto Obbligatorio sulla Vendita: Le transazioni di vendita devono includere uno sconto obbligatorio non inferiore al 60% del valore di mercato. - "Tassa di Uscita" ("Exit Tax"): È richiesto un pagamento "volontario" nel bilancio federale russo pari ad almeno il 35% del valore di mercato non scontato dell'asset. Questa tassa è suddivisa in rate: 25% entro un mese dalla chiusura, 5% dopo un anno e 5% dopo due anni. Le aziende che hanno lasciato la Russia hanno registrato $100+ miliardi in svalutazioni di asset. - Settori Colpiti: L'UE ha imposto restrizioni all'esportazione verso la Russia, in particolare per il software a duplice uso e le tecnologie. Le restrizioni sugli investimenti europei sono rivolte al settore energetico russo. 3. Bilancio Complessivo
Il bilancio economico tra asset russi congelati in Occidente e asset europei bloccati in Russia è difficile da quantificare con precisione, ma è asimmetrico in termini di natura e impatto diretto.
- Sanzioni e Contromisure (Impatto UE): Le sanzioni hanno avuto un impatto sull'UE, contribuendo a un calo della crescita del PIL (crescita del 2023 prevista al 2,5%, raggiunta 0,5%). L'Italia e la Germania sono tra i cinque paesi dell'UE più colpiti. In Germania, settori critici come l'automobilistico (-48%) e il chimico (-30%) hanno visto un crollo delle esportazioni in Russia. - Strategia e Conseguenze a Lungo Termine: La proliferazione di sanzioni e contromisure contribuisce alla potenziale frammentazione dell'economia globale. Inoltre, il sequestro degli asset sovrani, sebbene giustificato moralmente per alcuni, rischia di innescare effetti globali più forti che potrebbero ritorcersi contro i paesi sanzionatori, portando a una crescita più debole, inflazione o tassi di interesse più elevati.
“Questo articolo ha beneficiato dell’assistenza di Gemini, un modello linguistico AI”
🔥 Trump tifa pace ma propone: “scambio territoriale con Putin”?. Zelensky furioso: “uomini non terra”. Chi avrà il coraggio?
I signori della guerra sempre più ricchi grazie alla Russia
A Wall Street la guerra tocca il fondo. La finanza Usa e l’industria delle armi. Il “complesso militar-industriale” degli Stati Uniti, così definito nel 1961 durante il celebre discorso d’addio del presidente Dwight D. Eisenhower, ha accolto in maniera entusiastica la decisione della Camera Usa di approvare il pacchetto di aiuti esteri (Ucraina, Israele, Taiwan) da 95 miliardi di dollari. Il disegno di legge include, tra le varie misure, quasi 14 miliardi di dollari per aiutare l’Ucraina ad acquistare sistemi d’arma avanzati ed equipaggiamenti di difesa, 13,4 miliardi di dollari per ricostituire le scorte di difesa statunitensi, 7,3 miliardi di dollari per le attuali operazioni militari statunitensi nella regione e 13,7 miliardi di dollari per l’acquisto di sistemi di difesa statunitensi per l’Ucraina. Come nota il giornalista investigativo Lee Fang, Christopher Calio, presidente di RTX, ha fatto notare durante l’incontro con gli investitori che dei 60 miliardi di dollari previsti dalla legislazione per l’Ucraina, due terzi saranno indirizzati a “prodotti RTX”. James Taiclet, amministratore delegato di Lockheed Martin, ha dichiarato agli investitori che il bilancio supplementare e quello della difesa “forniranno una solida base per la crescita futura della nostra azienda nei prossimi anni”. Lo stesso tipo di entusiasmo lo ha manifestato Chris Kubasik, amministratore delegato di L3Harris. “Sono state cinque settimane fantastiche per l’industria della difesa”, ha dichiarato Kubasik alla Cnbc.”Abbiamo 900 miliardi di dollari, che cinque settimane fa non c’erano”, ha osservato, riferendosi al bilancio della difesa e al pacchetto di spesa supplementare. Quali sono i fondi che posseggono le grandi aziende della Difesa
Ma ad esultare sono soprattutto i grandi fondi americani, che detengono una buona parte delle azioni delle più grandi aziende della Difesa degli Stati Uniti e di quel “complesso-militar industriale” citato poc’anzi. State Street, ad esempio, è il maggiore investitore in Lockheed Martin con azioni per un valore di oltre 16 miliardi di dollari. Lockheed Martin, com’è noto, è uno dei maggiori appaltatori del governo degli Stati Uniti e il suo principale cliente è il Dipartimento della Difesa, al quale fornisce sistemi d’arma, aerei e supporto logistico. Tra i suoi prodotti figurano il caccia F-35 Lightning II, gli elicotteri Sikorsky e il sistema Aegis. Oltre a State Street, i principali azionisti della società sono Marillyn Hewson, Daniel Akerson, Scott Greene, Vanguard Group Inc. e BlackRock. Quest’ultimo – uno dei più grandi fondi americani – possiede 17,2 milioni di azioni di Lockheed Martin, pari al 6,2% del totale. Capital Group detiene almeno 13 miliardi di dollari in azione di RTX, azienda del settore aerospaziale e della Difesa, che fornisce sistemi e servizi per clienti commerciali, militari e governativi negli Stati Uniti e a livello internazionale, e che opera attraverso tre segmenti, Collins Aerospace, Pratt & Whitney e Raytheon. Come nel caso di Lockheed Martin, oltre a Capital Group, tra i maggiori azionisti figurano Vanguard Group Inc, State Street Corp, BlackRock Inc, Morgan Stanley, VTSMX – Vanguard Total Stock Market Index Fund Investor Shares, Dodge & Cox, Vanguard e molti altri. Non solo. BlackRock ha recentemente rivelato di detenere la proprietà di 17.403.276 azioni di L3Harris, il che rappresenta il 9,2% delle azioni complessive dell’azienda. Le più grandi aziende del settore sono nelle mani di questi fondi, sempre più influenti e potenti. E il cui interesse primario è solo uno: il profitto, sopra ogni cosa. Il paradosso etico Nonostante questi fondi affermino di sostenere la Dichiarazione dei diritti umani delle Nazioni Unite e, le linee guida dell’Ocse e, in generale, i diritti umani, con State Street che sostiene che le sue politiche sono “pensate per prevenire l’uso illegale dei nostri prodotti e servizi, compresi quelli che potrebbero comportare violazioni dei diritti umani” come nota Responsible Satecraft, aziende come RTX e Lockheed Martin sono direttamente impegnate nel sostenere la campagna israeliana a Gaza. “RTX – osserva il ricercatore del Quincy Institute Nick Cleveland-Stout – fornisce all’esercito israeliano missili e bombe a grappolo e produce motori per gli aerei da combattimento F-15 e F-16 che sono stati utilizzati per bombardare Gaza. Lockheed Martin fornisce a Israele missili Hellfire e aerei da combattimento F-16 e F-35 usati per bombardare la Striscia”. Visti anche gli utili in crescita di queste società, nessun investitore si è azzardato a chiedere delle potenziali violazioni dei diritti umani o su come queste armi vengano utilizzate. Questo nonostante le violazioni acclarate da vari organismi internazionali. Eisenhower diceva nel 1961 che “nei consigli di governo dobbiamo evitare che il complesso militare-industriale acquisisca un’influenza ingiustificata”: un monito quantomai attuale. Read the full article
Russia al collasso, fuga delle banche e pagamenti in Yuan
Russia in difficoltà sui pagamenti: così per le banche alleate suona la ritirata. Spaventati dalle sanzioni dopo l’ultima stretta Usa, gli intermediari finanziari stanno voltando le spalle a Mosca anche nei Paesi amici, come Cina, Emirati arabi, Turchia. Con l’export che inizia a diminuire il Cremlino e la banca centrale russa ammettono difficoltà e accelerano sul rublo digitale. Dopo due anni di guerra e di sanzioni durissime, la Russia a scoppio ritardato comincia ad entrare in crisi sul fronte dei pagamenti internazionali. Le banche straniere che finora l’hanno aiutata ad evitare un crollo delle entrate – garantendole la possibilità di scambiare merci e prodotti di ogni genere in gran parte del mondo – una dopo l’altra si stanno tirando indietro. Un voltafaccia improvviso e sincronizzato, che coinvolge tutti i maggiori alleati commerciali di Mosca: Cina, India, Turchia, Emirati arabi, Kazakhstan, Armenia. Né conferme né smentite Da settimane si moltiplicano le indiscrezioni su istituti che da un giorno all’altro hanno alzato la guardia, mettendosi a passare al setaccio ogni transazione e in diversi casi addirittura chiudendo conti collegati a soggetti russi. Le voci più recenti indicano che alla ritirata sta partecipando anche Emirates NBD, grande banca a controllo statale degli Emirati arabi uniti: un caso eccellente, ma non isolato, che allunga una serie già nutrita di analoghe segnalazioni, riferite a banche e altri intermediari finanziari in diversi Paesi. Se mancano conferme ufficiali da parte di chi avrebbe preso le distanze dalla Russia, non si registrano neppure smentite. E comunque il fenomeno è ormai diventato così evidente e diffuso che Mosca stessa non cerca più di nasconderlo. Nemmeno all’opinione pubblica interna. La presidente della banca centrale, Elvira Nabiullina, ha dichiarato che «di recente la situazione si è deteriorata per il regolamento delle transazioni commerciali con l’estero», spingendo le autorità ad «accelerare lo sviluppo di sistemi di pagamento alternativi»: in particolare il rublo digitale, per cui la Duma ha appena approvato l’utilizzo per pagamenti internazionali, ma anche le criptovalute come il Bitcoin, cui Nabiullina si dice «contraria per l’uso nei pagamenti interni al Paese, ma a favore dell’impiego nel commercio estero». Anche il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov non si è sottratto a domande sul tema, confermando «problemi» nei pagamenti «con gli amici cinesi» e denunciando «pressioni sfacciate, aggressive e senza precedenti degli Usa in Turchia» che hanno intimidito gli intermediari di cui Mosca si serviva fino a poco tempo fa. L’effetto delle sanzioni
Contro la Federazione russa le potenze occidentali hanno inflitto centinaia di sanzioni, con una severità che non ha paragoni. E tra le prime misure – applicate fin dal 1° marzo 2022, una settimana dopo l’invasione dell’Ucraina – c’erano state anche l’esclusione dal sistema del dollaro e la cacciata dallo Swift, sistema di messaggistica utilizzato in tutto il mondo per i trasferimenti di denaro transnazionali: provvedimenti che all’epoca erano stati definiti «un’arma nucleare finanziaria» dal ministro delle Finanze francese Bruno Le Maire, ma che non sono riusciti a portare all’isolamento e alla capitolazione di Mosca. Dopo due anni qualcosa sta cambiando. E c’è una data precisa a segnare una cesura: quella del 22 dicembre 2023, quando un ordine esecutivo della Casa Bianca in pratica ha dato mano libera al dipartimento del Tesoro nell’applicare sanzioni secondarie contro qualsiasi intermediario sospettato di agevolare «il finanziamento della macchina da guerra russa». Emissari del Governo Usa hanno rafforzato la minaccia, intimando lo stop attraverso missioni diplomatiche e incontri mirati con i vertici di molte banche, compresa l’austriaca Raiffeisen, che non ha ancora ceduto le attività in Russia. La paura di diventare a propria volta dei paria – messi al bando dagli Usa, dal dollaro e dallo Swift – ha paralizzato molti intermediari, con ricadute pesanti per Mosca che solo ora cominciano ad essere visibili. Ogni generalizzazione o previsione sui prossimi sviluppi sarebbe prematura, oltre che incauta, ma i dati parlano chiaro. E quelli diffusi pochi giorni fa dalla Turchia mostrano che a febbraio l’interscambio con la Russia è crollato di oltre un terzo: le importazioni di Ankara sono scese a 1,3 miliardi di dollari (-36,7%), le esportazioni a 670milioni (-33%). Vendite di prodotti petroliferi in sofferenza Le vendite di prodotti petroliferi russi – compromesse anche dai droni ucraini contro le raffinerie – stanno soffrendo ovunque: sempre a febbraio le spedizioni via mare si sono ridotte di un quinto, a 2,13 milioni di barili al giorno stima S&P Global Commodities, il minimo da maggio 2022 e il 24% in meno rispetto ai livelli ante guerra. L’export di greggio “tiene” un po’ meglio, ma i caricamenti sulle petroliere sono comunque diminuiti dell’8% tra gennaio e febbraio, a 3,31 mbg. Persino l’India – che era arrivata a rifornirsi di greggio per il 40% da Mosca – sembra aver perso interesse per i barili russi, al punto da respingere petroliere già in viaggio e sostituirle con carichi importati dagli Usa (si veda il pezzo qui a fianco). La Russia ha dimostrato grandi abilità nel costruirsi una rete fitta e sofisticata di intermediari, non solo finanziari, grazie ai quali è riuscita ad attenuare l’impatto di sanzioni occidentali che ormai colpiscono oltre 900 individui e società. E non è detto che non riesca nuovamente a riorganizzarsi. Follow the money, seguire il denaro, si sta comunque rivelando come sempre un metodo più efficace di altri. Molti correntisti con cui la banca emiratina NBD starebbe tagliando i ponti fino a poco tempo fa avevano un ruolo centrale nello “smistare” il petrolio russo ovunque nel mondo: fonti del Wall Street Journal citano la chiusura di conti con depositi superiori a 5 milioni di dollari, alcuni dei quali intestati a Coral, Voliton, Bellatrix, Pontus Trading, società da tempo sospettate di essere state create ad hoc per agevolare violazioni dell’embargo del G7 (si veda Il Sole 24 Ore del 20 maggio 2023). Anche il conto di un grande produttore russo di fertilizzanti, Uralkali, sarebbe stato sospeso. A Dubai inoltre avrebbe interrotto le relazioni con Mosca la filiale dell’egiziana Banque Misr. Nelle settimane scorse erano emerse indiscrezioni analoghe riferite ad altri Paesi. Già ai primi di febbraio il quotidiano russo Vedomosti scriveva di difficoltà insorte in Turchia con almeno quattro banche. In Cina si erano invece tirate indietro la Chouzhou Commercial Bank – che secondo il giornale «era diventata il canale principale per le transazioni degli importatori dalla Russia» – e le fintech Xtransfer e PingPong, che gestiscono servizi di pagamento digitale simili a quelli di PayPal. Nessuno si sente più al sicuro dalle sanzioni, scriveva Vedomosti, nemmeno utilizzando sistemi di messaggistica alternativi allo Swift, come il cinese Cips e il russo Spfs: «I movimenti di denaro attraverso i sistemi nazionali non sono visibili agli americani e agli europei – commentava un operatore – ma chiaramente risultano nei rapporti che le controparti occidentali possono chiedere alla banca». Dopo la stretta operata a dicembre dalla Casa Bianca tutti hanno alzato la vigilanza. Pure le banche occidentali hanno adottato cautele supplementari, che secondo fonti del Sole 24 Ore stanno rallentando i pagamenti anche quando la Russia non è coinvolta, specie per scambi di materie prime o merci “sensibili”, come alcuni tipi di componentistica. La fuga dalle relazioni finanziarie con Mosca questa settimana registra l’abbandono da parte dell’Armenia delle carte del circuito di pagamento Mir, che non saranno più accettate nel Paese dal 30 marzo. La stessa decisione avevano preso a febbraio due banche in Kazakhstan: Bereke Bank e Freedom Finance. Quest’ultima – che ha una filiale Usa quotata al Nasdaq – era stata messa sotto indagine dal dipartimento del Commercio e dalla Sec, aveva rivelato a ottobre la Cnbc. Mentre il cerchio si stringe, Mosca sta già pianificando le contromosse. Il 13 marzo, come si accennava, il Cremlino ha ratificato la legge che autorizza i trasferimenti internazionali di asset finanziari digitali (Dfa): valute, ma anche polizze assicurative, fondi e altro. «I pagamenti oggi passano dal sistema bancario e quindi sono visibili ai nostri nemici, che mettono sotto pressione le banche anche in Paesi amici – ha commentato Anatoly Aksakov, presidente del comitato mercati finanziari della Duma – Questa legge ci permetterà di bypassare il sistema bancario, così l’influenza esterna sarà minimizzata». Il rischio (per Mosca) è che gli «amici» non siano ancora tecnicamente pronti a una completa migrazione ai pagamenti digitali. Ma la Cina ha subito risposto con il via libera all’operatività con l’estero per la app e-CNY, con cui si paga in yuan digitali. È stato concesso il 19 marzo. Read the full article
Ridotta del 16% la produzione petrolifera Russa
Attacchi e sanzioni: così il petrolio russo comincia a vacillare. I droni ucraini fermano le raffinerie, mentre crollano le esportazioni verso India e Turchia. La svolta dallo scorso autunno, quando le misure occidentali contro Mosca e i suoi alleati hanno iniziato ad essere applicate con maggiore severità. Da una parte i droni ucraini, sempre più potenti e precisi, tanto da aver messo ko un decimo della capacità di raffinazione russa nel giro di quarantott’ore. Dall’altra le sanzioni, che dallo scorso autunno hanno iniziato a “mordere” davvero, fino a scoraggiare le importazioni di partner di ferro come l’India e la Turchia. Sul fronte del petrolio Mosca, a due anni dall’invasione dell’Ucraina, ha smesso di sembrare invulnerabile: una discontinuità rilevante, anche se è presto per definirla una svolta, che in futuro potrebbe incidere sull’andamento del conflitto oltre che avere un impatto rialzista sui mercati energetici. Gli ultimi sviluppi hanno già contribuito a riaccendere le quotazioni del barile, spingendo il Brent ai massimi da quattro mesi, vicino a 85 dollari. Con una produzione di greggio che tuttora è stimata intorno a 9,5 milioni di barili al giorno, la Russia è seconda soltanto agli Stati Uniti. E rimane un fornitore di cui a livello globale è impossibile fare a meno per soddisfare la domanda. Le sue esportazioni nonostante l’embargo occidentale sono rimaste quasi invariate rispetto a prima della guerra: Mosca è stata abilissima nel dirottarle in tempi rapidi verso l’Asia, spostando i sacrifici soprattutto sulle spalle delle compagnie. I profitti delle società russe dell’Oil & Gas sono crollati (di oltre il 40% solo nel 2023), a causa dello sforzo, logistico e non solo, per conquistare nuovi clienti e per la necessità di concedere forti sconti, in parte legata al “price cap”, misura sanzionatoria sui generis che vieta ai Paesi del G7 di fornire trasporti, assicurazioni o altri servizi a meno che Mosca non si pieghi a vendere al di sotto di un certo prezzo. Ma nonostante tutto il petrolio, oggi come in passato, continua ad essere la prima fonte di entrate per lo Stato russo. Ed è una fonte che si è assottigliata molto meno del previsto.
Difendendo i volumi d’esportazione, lasciando svalutare il rublo e più che raddoppiando il carico fiscale per le società del settore, l’anno scorso Mosca è riuscita ad incassare l’equivalente di 108 miliardi di dollari grazie all’Oil&Gas: una cifra pari a un terzo delle entrate statali e in linea con il 2021, prima dell’invasione dell’Ucraina (anche se inferiore al 2022, segnato da prezzi record per l’energia), come fa notare un’analisi dell’Oies su dati del ministero delle Finanze russo. È soprattutto il petrolio a finanziare la guerra contro Kiev. Ed è proprio per questo che rappresenta anche il tallone d’Achille della Russia: il punto più vulnerabile, difficile ma non impossibile da colpire se si vuole fermare lo sforzo bellico. E qualche colpo pericoloso – per quanto non ancora decisivo – oggi ha cominciato ad arrivare. Una variabile imprevista è quella dei droni ucraini, solo di recente perfezionati al punto da penetrare per centinaia di chilometri in territorio russo, andando a segno con precisione crescente su obiettivi strategici, tra cui proprio le infrastrutture petrolifere. In vista delle elezioni presidenziali russe (al via il 15 marzo) Kiev ha intensificato gli attacchi, riuscendo a danneggiare due tra le maggiori raffinerie del Paese: l’impianto Norsi di Lukoil, nella regione di Nizhny Novgorod, e l’impianto Rosneft di Ryazan, a 200 km dalla capitale. C’erano stati altri attacchi a gennaio, che avevano ridotto di 400mila barili al giorno (o del 7%) la produzione di carburanti delle raffinerie russe, stima Viktor Katona di Kpler. In seguito c’era stato un parziale recupero, ma l’offensiva di questi giorni per l’analista potrebbe avere conseguenze più gravi, fermando fino al 14% della capacità totale. Mosca ha già vietato l’esportazione di benzina per sei mesi a partire da marzo, per contrastare rincari alla pompa (e forse carenze) sul mercato domestico. Presto potrebbe essere costretta a limitare anche l’export di diesel e altri prodotti raffinati. «Niente di critico, vorrà dire che esporteremo più greggio», ha minimizzato il viceministro dell’Energia Pavel Sorokin secondo la Tass. Ma in realtà anche su questo fronte ci sono difficoltà crescenti. L’export di greggio russo – rimasto piuttosto stabile da inizio anno, con una media di 3,48 milioni di barili al giorno – «probabilmente ha raggiunto un picco», si legge in un report di Gibson. Kiev ha anche intensificato le operazioni con droni sottomarini nello stretto di Kerch e al largo della Crimea, fa notare la società, e questo comporta «ulteriori rischi, oltre a quello delle mine, per le navi con carichi russi nel Mar Nero». Ma gli ostacoli maggiori derivano dal giro di vite sulle sanzioni, su cui le potenze occidentali sono diventate molto più rigorose, cominciando dallo scorso autunno a punire le violazioni con maggiore frequenza e severità. Da novembre in avanti gli Usa, seguiti dagli alleati europei, hanno messo in black list più di 40 navi e una serie di società di diversi Paesi, accusate di agevolare l’export di petrolio russo aggirando le regole sul price cap: una svolta che secondo il broker marittimo Poten & Partners ha scatenato «un esodo di armatori occidentali» dalle attività di trasporto. La paura delle sanzioni Usa, scrive Reuters, ha spinto improvvisamente i registri navali della Liberia e delle Isole Marshall a ritirare le bandiere alle petroliere russe, ostacolandone la navigazione. Non basta. Nello stesso periodo Mosca ha iniziato ad accusare difficoltà anche in India e in Turchia: Paesi che avevano accolto a braccia aperte i barili russi, ma in cui gli acquisti sono crollati. L’India in particolare ha fatto un dietrofront clamoroso, respingendo carichi di greggio Sokol mentre le petroliere erano già in viaggio, fino a “bloccare” in mare 18 milioni di barili. Ora si sono ridotti intorno a 10 mb, stima Bloomberg: molte navi si sono dirette in Cina, ma anche qui alcune hanno dovuto gettare l’ancora, in attesa di acquirenti che tardano a farsi avanti. I problemi riguardano soprattutto i pagamenti, su cui ha avuto un impatto dirompente un ordine esecutivo firmato lo scorso 22 dicembre dal presidente Usa Joe Biden. Il provvedimento ha alzato la guardia su banche e altri intermediari finanziari, minacciando di tagliarli fuori dal sistema del dollaro con effetto immediato al minimo indizio di aver facilitato, anche in modo indiretto, «il finanziamento della macchina da guerra russa». Moltissime banche, ovunque nel mondo, hanno rallentato le transazioni per passare al setaccio ogni documento che possa collegarle ad entità russe. E qualcuna – persino in Cina – si è spinta oltre, scegliendo di interromperle del tutto. In Turchia la paura di sanzioni oltre alle banche ha contagiato diverse società non finanziarie. Il terminal marittimo di Dörtyol, sul Mediterraneo – che era emerso come uno degli snodi principali per il petrolio russo, con sbarchi per 11,7 milioni di barili nel 2023 – la settimana scorsa ha deciso per precauzione di vietarne il transito «anche in assenza di violazioni di leggi, regolamenti o sanzioni»: una scelta drastica, che secondo indiscrezioni di stampa sarebbe stata presa in seguito a forti pressioni esercitate dagli Usa. «I russi – osserva Poten – stanno provando a contrastare questi sviluppi e cercano acquirenti alternativi»: di recente ci sono stati carichi esportati in Venezuela, Pakistan, Ghana e Brunei. Rimpiazzare i volumi di India e Turchia però «sarà una sfida», che «potrebbe rendere necessari sconti molto più alti». Nel frattempo per il petrolio russo si è chiusa un’ulteriore porta di accesso all’Europa, quella verso la Bulgaria, uno dei Paesi che avevano ottenuto un’esenzione all’embargo da parte della Ue. Sofia – che ha sfruttato a lungo il privilegio, anche esportando carburanti prodotti con greggio russo – ha interrotto anche gli acquisti via oleodotto a inizio di marzo, con sei mesi di anticipo sui tempi concordati. Fino a poco tempo fa riceveva più di 150mila barili al giorno. Read the full article
Live #242 ⁍ Guerra Russo-Ucraina - Sokolov "Weekend con il morto" - Agg...
Aumento dei prezzi al consumo e calo della produzione industriale
Produzione industriale, crollo ad aprile 2023, strage in alcuni settori. Crolla l’industria italiana, a rischio questi materiali. L'Istat certifica il calo nella produzione italiana ad aprile 2023, calo che va avanti da mesi, e in alcuni settori si registra un vero e proprio tracollo.Crolla la produzione industriale in Italia: ad aprile l’Istat certifica un calo di 1,9 punti percentuali sul mese precedente. Si tratta di un trend costante dal momento che a marzo, febbraio e gennaio si era registrato, rispettivamente, -0,6%, -0,2% e -0,7%. Il dato è una doccia fredda per chi aveva acceso i suoi entusiasmi considerando esclusivamente la crescita italiana in rapporto alla media europea. L’economia italiana dopo il Covid-19 La realtà è che il tessuto economico italiano è uscito ammaccato dalle recenti restrizioni della pandemia. E gli effetti delle sanzioni contro la Russia stanno manifestando contraccolpi anche sull’economia del Bel Paese.
Cala la produzione industriale ad aprile 2023, con alcuni settori in picchiata L’aumento verticale delle bollette ha sensibilmente ridotto la capacità di spesa delle famiglie italiane. Fatto che, come in un effetto domino, ha spinto al ribasso la domanda di beni e servizi colpendo le aziende e i professionisti. E l’inflazione al galoppo ha prodotto un taglio generalizzato al valore del denaro nelle tasche degli italiani. Ma l’aumento del costo dell’energia ha colpito direttamente le aziende, mandandone molte fuori mercato e costringendone altre a rivedere al ribasso le proprie stime. Produzione industriale: crollo ad aprile 2023 Quella di aprile è la flessione più pesante registrata dal luglio 2020, cioè da quando i lockdown hanno affossato l’economia. L’indice destagionalizzato mensile segna diminuzioni congiunturali in tutti i comparti: - beni intermedi (quelli utilizzati per produrre altri beni): -2,6% - beni strumentali (quelli utilizzati da aziende e professionisti per svolgere la propria attività): -2,1% - beni di consumo (quelli acquistati direttamente dai cittadini): -0,4% - energia: -0,3% La situazione appare in tutta la sua gravità se si osserva l’indice complessivo: - beni intermedi: -11,0% - beni strumentali: -0,2% - beni di consumo: -7,3% - energia: -12,6% Lo stato dell’industria italiana oggi L’indice generale nel comparto manifatturiero vede un calo del 7,2%. Andando a vedere voce per voce si scopre che mentre crescono alcuni settori produttivi, ce ne sono altri che sprofondano. Crescono la fabbricazione di mezzi di trasporto (+5,7%), la fabbricazione di coke (una tipologia di carbone artificiale) e prodotti petroliferi raffinati (+2,1%) e la produzione di prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici (+0,6%). Calo per tutta una serie di comparti produttivi, che nei casi più gravi si traduce in un vero e proprio tracollo: - industria del legno, della carta e della stampa: -17,2% - fornitura di energia elettrica, gas, vapore ed aria: -13,6% - metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo -10,9% - prodotti chimici: -10,9% - apparecchiature elettriche e non: -9,7% - attività estrattive: -9,7% - articoli in gomma, materie plastiche, minerali non metalliferi: -8,9% - industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori: -8,6% - attività manifatturiere: -6,7% - industrie alimentari, bevande e tabacco: -5,6% - altre industrie: -4,2% - computer ed elettronica: -2,9% - fabbricazione macchinari e attrezzature n.c.a. -1,6% Per approfondire si rimanda al report Istat sulla Produzione industriale ad aprile 2023 e relativi allegati. Ma se il settore della produzione manifatturiera piange, il settore del commercio non ride: nelle vendite al dettaglio le stime preliminari Istat di aprile indicano un aumento del +0,2% in valore e un calo del -0,2% in volume rispetto al mese precedente, mentre su base annua c’è una diminuzione del -3,2% in valore e del -4,8% in volume. Secondo l’Ufficio Studi Confcommercio “la debolezza dei consumi testimonia i molti problemi dello scenario economico”. Read the full article