A doodle. Is it just me or moleskines are actually not that good?paper feels too thin. And I will improve my crosshatching, this is my new task.
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A doodle. Is it just me or moleskines are actually not that good?paper feels too thin. And I will improve my crosshatching, this is my new task.
Fotografia espressiva
Fotografia autorizzata da Devin Mitchell sul sito del progetto
Quante volte vi è capitato di guardare una fotografia, osservare l'espressione sul volto del soggetto e riuscire a capire come possa sentirsi? Guardandone una avete mai affermato: “Ecco! Mi sento anche io così!”? A me è successo diverse volte: i colori, l’immagine raffigurata e spesso anche l’inquadratura suscitavano in me una reazione particolare, come se questa combinazione mi facesse sentire realmente a mio agio in quel momento. Da queste mie esperienze ho capito il potere che la fotografia ha come mezzo di comunicazione, per questo motivo vorrei segnalarvi il Veteran Vision Project, un progetto che mostra la biforcazione tra il civile ed il veterano, ovvero racconta le storie di ex militari, rientrati a casa, che si sentono quasi estranei alla loro vecchia vita.
Fotografia autorizzata da Devin Mitchell sul sito del progetto
L’intero progetto è stato realizzato utilizzando fotografie scattate quasi tutte nello stesso modo, eppure ciascuna racconta una persona, il suo disagio e la sua esperienza, sfidando quasi l’osservatore ad immaginare la sua storia e a provare, se possibile, le stesse sensazioni. Il fotografo che si è occupato di questo progetto è Devin Mitchell, il quale ha reso libere le foto tranne per fini collegati al profitto, e per il momento non sembra interessato ad abbandonare il suo lavoro anche se le sue ormai sono più di 200 fotografie. “Non mi importa se ci vogliono dieci anni”, ha affermato Mitchell. “Così come cambia il tempo, potrebbero farlo le foto e quello che stanno riflettendo. Possiamo solo aspettare e vedere". L’utilizzo di programmi professionali di fotoritocco da parte di Devin è esemplare ed ha portato sempre più veterani a voler essere fotografati da lui: le sue immagini e come lui le modifichi per adattarle al soggetto e al suo passato, sembrano essere il modo più adatto per raccontare realmente cosa vi è dietro la divisa.
Fotografia autorizzata da Devin Mitchell sul sito del progetto
Il fotografo americano Elliott Erwitt afferma: “Il punto fondamentale è scattare la foto in modo che poi non ci sia bisogno di spiegarla con le parole”. Questa frase si addice molto alle fotografie del Veteran Vision Project: esse dimostrano come si possa rinunciare a descrivere la foto, lasciare che sia chi la guarda a concentrasi sull’immagine… a volte una fotografia è capace di emozionare più di molte parole.
Marina Verrascina
Questo è il mio video di presentazione per il corso di Rivoluzione Digitale del Politecnico di Torino, in cui parlo del blog di fotografia a cui collaboro: I...
Video realizzato da Marina Verrascina.
Internet: la scoperta di un mondo
Nel 2000 la Basilicata ha creato il progetto “Un computer in ogni casa” prevedendo un rimborso a tutte quelle famiglie che accettassero di comprare un computer in quel periodo. Grazie a questo progetto anche la mia famiglia comprò il primo computer, aveva bisogno di un mobile tutto per sé ed il mouse era più grande della mia mano. Nel momento in cui lo vidi mi sembrava di essere in un film di fantascienza ed era per me meraviglioso assistere alla prima accensione di quell’oggetto straniero. Mio padre cercò di capire come funzionasse ed aprì un programma di disegno, dicendomi di non cliccare su nessuna icona strana. Trascorsi i pomeriggi di quella settimana a disegnare piccoli alieni verdi con la loro navicella e, per un po’ di tempo, per me quello era il solo utilizzo possibile di quella macchina. Eppure il computer diventava sempre più importante agli occhi degli altri, le professoresse chiedevano ricerche sul web, ma penso che in quel periodo neanche loro fossero davvero in grado di spiegare come farle. Nessuno poteva insegnarmi ad usare quella macchina grigia e grande, ed i suoi programmi, che per me non erano altro che piccoli disegni sullo schermo. Quasi me ne vergogno ma una delle cose per me più difficili fu prendere immagini da Internet ed inserirle nei testi delle mie relazioni, volevo assolutamente imparare ad usare quella macchina e mi emozionavo ogni volta che ne scoprivo una sua funzione nuova. Come poteva quella “scatola” saper fare così tante cose? Una persona normale sapeva farle tutte?
Immagine personale rilasciata con licenza Creative Commons
A circa 10 anni scoprii che alcuni programmi di messaggistica offrivano anche la possibilità di giocare con altre persone, così iniziai a trascorrere le serate a chattare e a giocare a dama con i miei compagni. Quando non sapevo come fare qualcosa, o quando qualche errore strano appariva sullo schermo, cercavo sul web e nella maggior parte dei casi trovavo in fretta la soluzione. Con il passare del tempo navigando in rete ho notato che era molto più semplice cercare con il computer le informazioni, piuttosto che sui libri, e quando mia madre mi chiese se avessi bisogno di un’enciclopedia io risposi che ormai c’era Internet. Effettivamente non penso che mi sbagliassi. Ora uso Internet tutti i giorni: per studiare, per velocizzare i miei tragitti in città, per consigli su come svolgere determinate cose, per tenermi in contatto con le persone lontane, ma anche solo per far trascorrere più in fretta il tempo libero. In questo momento non riesco ad immaginare più di una settimana senza Internet, sarebbe più impegnativo svolgere molte cose, dovrei cercare una soluzione a tutto da sola, ma molto probabilmente avrei più tempo: tutto quello passato sui social a leggere post e a guardare video. Sicuramente all’inizio non credevo che si potesse preferire passare la serata a navigare sul web al divertirsi con gli amici, eppure oggi spesso è così.
Immagine rilasciata con licenza Creative Commons (da Flickr)
Possiamo usare il nostro cellulare per essere dall’altra parte del mondo in un attimo, per soddisfare le nostre curiosità, cercare di assimilare più informazioni possibili ed essere costantemente aggiornati...grazie ad Internet ormai il mondo è racchiuso anche solo in uno smartphone.
Marina Verrascina
Il mondo ora contiene più fotografie che mattoni e sono, sorprendentemente, tutte diverse.
John Szarkowski
Let me take a “SELFIE”!
“Ehi, facciamoci un selfie!”
Quante volte al giorno ripetiamo, anche un po’ per abitudine, questa frase? Quante volte è capitato di sentirsi dire “appena puoi pubblica la foto”?
Immagine rilasciata in licenza CC (Pasko Tomic)
La generazione del 2000 forse, più di tutte, verrà ricordata per la quantità industriale di autoscatti prodotti al giorno, in una quotidianità che tra Instagram e Facebook non lascia scampo a nessun volto.
Secondo una recente inchiesta della celeberrima testata giornalistica Time, si è potuto mettere a confronto diverse città, le 100 “selfiest cities in the world” ovvero le 100 località dove sono state scattate più selfie nel mondo. La classifica ha preso in considerazione solo le foto pubblicate su Instagram, identificate mediante il tag “selfie” e analizzata in due periodi di 5 giorni ciascuno, dal 28 gennaio al 2 febbraio e dal 3 al 7 marzo. Durante questi dieci giorni sono state scattate 402.197 foto.
Al primo posto troviamo la città filippina Makati City, con 258 selfie-takers per 100mila abitanti e 4155 le selfies scattate da 2915 persone. Segue New York, con 202 selfie-takers e 3823 selfies scattate da 3004 persone a Manhattan e sul terzo Miami con 155 selfie-takers e 747 selfies scattate da 621 persone.
Giunti all’ottavo posto troviamo il nostro Paese, ed in particolare Milano, con 108 selfie-takers per 100mila abitanti, ovvero 1751 selfies scattate da 1340 persone. Scendendo la lista però compariamo ancora al 22° posto con Firenze, al 30° con Bologna, al 48° con Bari, al 52° con Napoli, al 69° con Roma e all’83° con Catania.
Come fotografa per passione, più di qualche volta mi è stato chiesto di modificare una foto per poi pubblicarla sui social network, di correggere le imperfezioni e poi esporre il risultato finale come un manifesto sulla prima rete di passaggio. E quante volte, seppur storcendo il naso, lo ammetto, l’ho fatto.
Nell’epoca del narcisismo, dell’egocentrismo più sfrenato, la fotografia è diventata il mezzo di comunicazione più potente al mondo. L’unica che, più delle parole, ti permette di affermare “Ecco chi sono, idolatratemi e fate di me la vostra icona”.
Immagine rilasciata in licenza CC (Elise Weber)
Probabilmente anche Niépce e Daguerre, inventori rispettivamente della eliografia e della dagherrotipia (nda: possiamo considerarli i padri fondatori della moderna fotografia), se fossero vissuti oggi avrebbero ceduto alla tentazione di rendere pubblici i loro volti con un autoscatto e di celebrare le loro opere attraverso i moderni canali di trasmissione.
Ma la vera domanda è, si riduce davvero ogni attimo della propria esistenza ad una foto artefatta con filtri? E quanto è sottile il filo che divide il filtro artificiale da un filtro che si crea sulla nostra personalità?
Perché in questo bisogna essere sinceri. La bellezza della fotografia e la bravura del fotografo, per come sono intese oggigiorno da una moltitudine di ragazzi, sono legate a meri aspetti come i “mi piace”, o il numero dei “followers” che instancabilmente commentano e pigiano pulsanti manifestando il loro gradimento.
Immagine rilasciata in licenza CC (Ken Walton)
Ma il web è pieno, anzi oserei dire logoro, di foto tutte uguali, di gente che si professa fotografo perché sa usare i soliti cinque effetti pre-impostati, o al più è in grado di eliminare qualche brufolo di troppo grazie a Photoshop o Gimp.
E allora, non siamo forse ciechi di fronte alla bellezza di un ritratto fotografico? Non siamo più capaci di commuoverci davanti a quella che è la vita vista dagli occhi di un Fotografo (e sottolineo con la F maiuscola)? Siamo così aridi dentro da non lasciarci più trasportare dallo splendore del tramonto, dalla profondità di uno sguardo?
Dalla magnificenza di chi è in grado di cogliere ciò che il nostro cuore vorrebbe scrivere, semplicemente attraverso uno scatto.
Immagine rilasciata in licenza CC (John C Bullas)
Curiosità: Il termine “selfie” è entrato a far parte dei vocaboli italiani attestati dall’Accademia della Crusca nel 2012; trovate il significato qui.
Martina Andrulli
Cosa mi racconta questa foto?
Era quasi un anno che mi chiedevo se i miei nonni avessero delle foto in grado di raccontare il loro passato. Qualche settimana fa ho deciso di cercarle di persona negli scaffali impolverati. Ho impiegato diverse ore ma alla fine le ho trovate! Una di queste ritrae mio nonno in Svizzera, mentre lavora in una fabbrica di orologi.
Immagine personale rilasciata con licenza Creative Commons
È osservandola che ho capito come un oggetto, spesso considerato piuttosto banale, può riportarci indietro nel tempo e farci vivere, anche se solo in parte, esperienze così distanti dalla nostra realtà. Una fotografia, infatti, non è solo un pezzo di carta o dello spazio occupato nella memoria di un computer, è piuttosto un'esperienza globale che investe tutti i nostri sensi.
Guardavo nella foto mio nonno che era di spalle, non sapevo cosa stesse facendo precisamente, ma cominciavo ad immaginare il cielo fuori dalla finestra che si faceva sempre più buio ed altri operai che, come lui, meticolosamente concludevano il loro lavoro. Non mi accorgevo di come però, vagando con la mia immaginazione, io stessi dando vita a quella immagine in modo del tutto personale.
Forse se potessimo far guardare una stessa foto ad un gruppo eterogeneo di persone, rimarremmo stupiti di come questa possa trasmettere emozioni e significati diversi ad ognuno. Per qualcuno sarà priva di significato, ad altri potrebbe rimanere impressa nella mente, ad alcuni potrebbero venire gli occhi lucidi ricordando i tempi in cui è stata scattata. Infatti studi psicologici confermano che spesso le emozioni, che un’identica fotografia è in grado di suscitare, non coincidano con l'intenzione del fotografo.
“Dieci fotografi di fronte allo stesso soggetto producono dieci immagini diverse, perché, se è vero che la fotografia traduce il reale, esso si rivela secondo l’occhio di chi guarda” (Gisele Freund).
Ma quante foto pubblichiamo e vediamo ogni giorno? Così tante che soffermarci a riflettere sul significato di ognuna di loro diventa difficile, ma senza qualcuno che dedichi qualche istante ad interpretare quella foto, quest'ultima non rimane che un piccolo “pezzo di carta”.
Marina Verrascina
Noi vediamo, come si dice, secondo l’educazione che abbiamo ricevuto. Nel mondo vediamo solo ciò che abbiamo imparato a credere che il mondo contenga. Siamo stati condizionati ad "aspettarci" di vedere. E, in effetti, tale consenso sulla funzione degli oggetti ha una validità sociale. Come fotografi però, dobbiamo imparare a vedere senza preconcetti.
Aaron Siskind