Stelle
Non mi ricordo molte cose della mia adolescenza, però una cosa la ricordo. Mi ricordo di quando la mia amicizia con Sara finì. Eravamo nella sua cucina non riscaldata. Lei e la sua coinquilina tenevano il riscaldamento spento al week end per risparmiare. Lo tenevano spento anche di notte e la mattina, quando erano all’università, quindi nella casa c’era sempre molto freddo, ma complessivamente si stava bene. Io, almeno, mi sentivo a mio agio. Rivedo il soggiorno: una lunga stanza leggermente incassata nel tetto, con tutte le finestre esposte a est. La mattina c’era una bella luce. In fondo c’era un divano ad angolo e la televisione, che ogni tanto guardavamo tanto per fare e sentirci un po’ meno sole. Poi c’era la camera dove dormivo di nascosto, quando la coinquilina di Sara non c’era. Non cambiavamo mai le lenzuola – avremmo rischiato di spostare qualcosa e lei se ne sarebbe accorta. Quando mi svegliavo cercavo di risistemare tutto esattamente com’era e anche mentre dormivo mi pare di ricordare che cercavo di muovermi il meno possibile. E in effetti ci riuscivo e la cosa condizionava anche i sogni che facevo in quella casa.
Il pensiero che la coinquilina di Sara, che non voleva assolutamente accettare ospiti, fosse costretta ad appoggiare il viso dove si erano posate la bocca e le guance di qualcun altro – le mie – mi divertiva.
Quella mattina stavamo facendo colazione. Stavo bene a casa di Sara. Primo perché non ero a casa mia; secondo perché a casa di Sara c’era una tazza per me, in cui bevevo il caffelatte a colazione e il tè al pomeriggio. C’eravamo conosciute preparando l’esame di Matematica Applicata.
Ora che mi sforzo mi torna in mente anche la forma del bagno. Era spazioso e sulla lavatrice c’era appoggiata la spazzola di Sara. Dopo essermi lavata le mani, prima di uscire, mi ci spazzolavo sempre i capelli, ma lei non lo sapeva.
Quella mattina stavamo stuzzicando il professore di fisica su Facebook. Lui ci interessava ed evidentemente noi interessavamo a lui. La sera prima Sara era uscita finalmente con un nostro compagno di corso. Non “finalmente” perché moriva dalla voglia di uscire con lui, “finalmente” perché da quando la conoscevo non era mai uscita con nessuno e non mi aveva mai parlato di ragazzi passati, presenti o eventuali. Iniziavo a preoccuparmi. Comunque, lui l’aveva invitata e lei era troppo timida per scrivergli dei messaggi nei giorni che separavano la proposta dall’appuntamento. Allora glieli scrivevo io e lei mi lasciava fare, visto che Giorgio sembrava prenderli bene. Passavamo così le pause tra una lezione e l’altra, sdraiate sull’erba a editare sms. Ero contenta per lei ed ero contenta per me, se la potevo aiutare in qualcosa che non le riusciva. Le ero debitrice di molte notti, molte cene, pranzi e colazioni, e iniziavo a sentirmi in colpa.
Quel mattino, stavo dicendo, bevevo il caffè dalla mia tazza nel soggiorno di Sara. Era bianca e c’era impressa a caldo una mucca nera, con scritto sotto: la vache qui regarde passer les trains. Avevo dormito con una sua maglietta che mi stava molto larga, perché Sara aveva due tette enormi, a differenza di me che ero un insetto stecco. Una volta mentre ci preparavamo per una festa gliele avevo viste, le scendevano fino all’ombelico. Mi ero chiesta come avrei fatto a correre se le avessi avute così. Avevo deciso all’ultimo di fermarmi, subito dopo cena, per quello non avevo un pigiama, e la casa era fredda per dormire senza.
Quella mattina il latte non c’era, perché era domenica e la vicina, che di solito andava a prenderlo dal contadino, la domenica invece andava a messa. Sara era vegetariana da quando aveva dodici anni. Le scatolette di tonno le mangiava, però era fissata con uno stile di vita sano e tutto quel genere di cose. Latte in bottiglia di vetro e marmellate chilometro zero, che l’accompagnavo a prendere in campagna, insieme a delle meline brusche e ammaccate. A me quelle attenzioni piacevano e sembravano esotiche, mi ci adattavo volentieri e adesso mi rendo conto che mi manca quel modo particolare di prendersi cura delle cose. Comunque, mentre mi versava il caffè, indossando ancora il pigiama con sopra una mucca che cantava e le assomigliava, le avevo chiesto di Giorgio. Lei mi aveva detto dove l’aveva portata: aperitivo allo Zuni e cinema Apollo, poi una corsa in bicicletta nel sottomura e sui bastioni a guardare le stelle. Essendo ligure lo pronunciava con la “e” aperta e io avevo assimilato la sua stessa cadenza. Stèlle.
Spalmai di marmellata di fichi una fetta biscottata integrale.
– Mi ha detto che da come scrivo, si vede proprio che ho fatto il classico, – disse.
Spalmai accuratamente l’ultimo angolo della fetta biscottata, finché lo strato marroncino e traslucido di marmellata non fu perfettamente uniforme. A me non sono mai piaciute le fette biscottate, le mangiava solo mia madre in casa. Poi alzai gli occhi. Non riuscivo a non arricciare le labbra in quello che sembrava – era? – un sorrisetto fastidioso, che poi imparai a riconoscere sul volto di molte altre donne. Sara mi stava guardando storto. Lei non aveva fatto il classico. Io avevo fatto il classico.
– E allora? – le dissi. L’appuntamento era andato bene: aveva fatto colpo, cosa c’era da lamentarsi? – Gli ho detto che ho fatto lo scientifico, – disse, e bevve un sorso di tè. Lei beveva il tè a colazione. Il caffè lo faceva apposta per me, quando mi fermavo lì. – E allora vorrà dire che non gli scriverò più! –. Mi ficcai la fetta biscottata in bocca per avere una buona scusa per non dover più parlare. Sarà guardava i gerani fuori dalla finestra, erano un po’ secchi, ma vivi. Li aveva piantati lei.
Rimanemmo in silenzio ancora un po’. Avevo iniziato anch’io a guardare fuori dalla finestra, con i piedi nudi e le gambe rannicchiate sulla sedia, ma non guardavo i gerani, guardavo il cielo. Un gabbiano si appollaiò sul corrimano del balcone. Mi chiesi cosa ci facesse un gabbiano a Ferrara. Fu in quel momento che Sara mi disse: – Alice, ti devo dire una cosa –. Tuttora, se qualcuno pronuncia il mio nome per esteso, mi metto sulla difensiva. Così feci anche quella volta. Non avevo idea di cosa avrei potuto aspettarmi. Sara mi guardò, poi disse: – Alice, mio padre è morto, – e io non dissi niente. La guardai, poi presi un sorso di caffè. Continuammo a frequentarci, ma la nostra amicizia era finita quel mattino, subito dopo il mio silenzio.










