Eravamo andati in questo posto, di cui neanche allora ricordavo il nome, era un posto con il pavimento a riquadri pieni di liquidi colorati, che a camminarci sopra sembravano di gomma. Il liquido esplodeva ad ogni passo, impazzendo e rimescolandosi. Si diventava artefici d’infinite detonazioni silenziose e non credo che questo pensiero fosse solo nella mia testa, perché un sacco di gente - davvero, un sacco - entrava lì dentro giusto per camminarci un po’ sopra a quelle piastrelle. Io ci camminavo bene al centro, facendo attenzione, ottenendo il massimo effetto senza rischiare mai di attraversare le fughe tra l'una e l’altra. (Sintomo della mia OCS scoprii più avanti, ma questa cosa adesso non c’entra).
Non so perché mi trovassi in quel posto, so solo che io e Tani ci andavamo spesso in quei tempi. Lei indossava quella cuffietta nera peluginosa per coprirsi le orecchie e camminava come se non vedesse dove stava andando.
Era iniziato tutto una notte calda di maggio, con lei seduta su un cofano… Ma procediamo per ordine, se c’è un ordine.
Il muro era caduto da pochi mesi e iniziavano ad arrivare i primi prodotti dall’ovest, Coca-Cola, Adidas, Sony, i primi EP, eccetera. All’inizio mi aveva trascinato in quel posto in cerca di Margin Walker, dei Fugazi.
Non lo trovammo e ce ne rientrammo a casa con lei delusa e io irragionevolmente colpevole.
Tani era costantemente insoddisfatta, sotto quei capelli fini e annodati in fondo, tanto che a passarci una mano in mezzo ti ci impigliavi e la situazione diventava complicata.
In quella testa perfetta coltivava svariate idee assurde e spassionatamente autolesioniste che di tanto in tanto la facevano appassire, stagione dopo stagione, di più o di meno.
Non so perché l’avessi accompagnata fin lì, in cerca di qualcosa che non avevamo trovato e ora temevo che questo tiro a vuoto si sarebbe trasformato in qualcosa di molto peggio. Dovevo semplicemente aspettare, una mera questione di tempo.
Camminavo lungo Friedrichstraße e se devo essere sincero in quel momento non c’era né una strada né niente, quindi frenate subito l’immaginazione. Niente vetrate, niente acciaio, niente super halls illuminate a giorno: solo io, la pioggia e nient’altro. Immaginatevi come potevo sentirmi.
La questione era esplosa ed ero stato cacciato via, o meglio, mi ero autoespulso dal suo salotto, che gravitava al centro di una casa inventata nei pressi della Helig Kreuz Kirche – sì, definirlo salotto sarebbe stato piuttosto wannabe. Era una stanza grande e un po’ umida, aveva i soffitti alti e le volte scrostate. A me piaceva.
A un certo punto, però, non ce l’avevo più fatta e con grande calma mi ero trascinato fuori, sul pianerottolo - che per la prima e unica volta mi era sembrato vastissimo.
Mi guardai attorno rassegnato, cercando di lasciare l’impronta del mio sguardo sulla vernice lucida e giallognola che ricopriva tutte le pareti, poi iniziai a scendere, passo dopo passo, con tutta la pesantezza che mi sentivo in quel momento nelle ginocchia. Speravo che il tonfo degli stivali, ad ogni gradino, la raggiungesse dentro quella casa sterminata, seduta a gambe incrociate da qualche parte, nascosta tra i capelli.
Ma il portone si chiuse dietro di me con un tonfo sordo, ero uno sfigato.
Mentre camminavo mi cadevano grossi fiocchi di neve sulla testa, sulle palpebre, in bocca, sugli occhi, facevo quasi fatica a vedere dove stessi andando, ma aveva poca importanza in quel momento, quella notte.
Continuavo a camminare dritto per quella strada, ma il mio corpo percepiva la sensazione di tutte le direzioni che mentalmente mi si offrivano e che non avrei scelto. Le evitavo, meravigliandomi al tempo stesso di tutte le possibilità che ci si presentano e che per motivi diversi decidiamo di non imboccare, e di come una direzione ci possa far diventare qualcun altro.
Camminavo sempre più veloce, ma senza fretta, secondo una spinta che avevo in testa, un tasto che mi ribatteva fra le orecchie, nel cervello, in uno dei posti in cui sentivo di amarla. Ma dovevo camminare, o mi sarei perso.
Sei mesi prima suoniamo forte quando Tim arriva ed è sera tardi ormai. Le luci sono gialle e si infrangono nel delirio tracciato dai binari del tram per terra, sull’asfalto bagnato. Non beviamo una goccia di alcool. Tani ascolta, ondeggiando da una parte all’altra come un monaco o un’autistica, o come l’idea che noi abbiamo di loro, che io – anzi – ho di loro.
Poi lei continua a leggere fino a che non si è fatta l’alba, o quasi. Appena si vede un bagliore di luce viene voglia a tutti di bere qualcosa di scuro e bollente, ma sono le tre e mezza e non deve sembrarci mattina.
Tani legge le storie di Genji e io la guardo e lei è bella e continua così ancora per un po’, qualche decina di minuti. Tiene il libro con una mano sola, col polso piegato che sembra spezzato appoggiato alla fronte, con gli occhi in fessura di tanto in tanto. Allora io mi sdraio accanto, con la testa un po’ contro la sua e insieme guardiamo in alto, lei le pagine del libro, quasi appiccicate alla punta del naso e io il soffitto, che sembra un cielo bianco e apparentemente lontanissimo e raggiungibile.
Whether they are fucking or playing golf
Poi sono arrivati in città tutti gli altri, con le loro ingombranti aspettative e le valigie stracolme di roba. Quelli non la lasciano respirare, dice Tani, e sembra che tutti vogliano fare la stessa cosa. Vogliono tutti avere successo, riuscire, come dicono. E anche essendosi posti domande diverse, sembra che abbiano tutti la stessa risposta e invece di lavorare insieme si distruggono in scontri di insulsa e tacita rivalità. Gli stranieri contro gli appena arrivati, gli amici di amici e gli sconosciuti. Tutti. Ci si finiva per incontrare e invece di allearsi ci si imbatteva nei soliti faticosi arrivisti. Ma Tani non sapeva dove si doveva arrivare e le mancava aria, diceva, aveva bisogno di essere meno al centro e più al confine per riuscire a fare quello che per lei si doveva fare, quello che era giusto. Al margine si può lavorare bene, cambiare forma alle cose, diceva.
Non aveva bisogno di cene e torte e incontri e odore di carbone, di abitudini imposte e pregustate come alternative - alternative a cosa? Aveva bisogno di spazi deserti in cui muoversi e correre e ballare, per non perdersi. Doveva stare al passo del suo ritmo esigente, intransigente, non aveva regole ma imperativi e una forza immensa che si ritrovava dentro come per caso, lei così fragile e frullante, fra quelle ossicine da uccello che ti rompevano qualcosa dentro al cuore quando la tenevi tra le braccia, col naso umido nella sciarpa. Secondo lei la città era piena di artisti sbagliati che presto l’avrebbero cambiata. E forse si sarebbe dovuto fare qualcosa, ma entrambi non riuscivamo che a camminare e camminare, quasi per rimpiazzare una nostalgia primitiva dei boschi e delle carovane.
Secondo Tani non si doveva gareggiare, ma muoversi insieme nella stessa direzione, seguendo traiettorie impazzite. E invece si beveva, ci si drogava, si procrastinava ingannando il tempo e noi stessi e Tani non aveva bisogno di ciarle, non aveva bisogno di noi. Aveva bisogno di acqua, di sentirsi a misura rispetto al sistema secondo il quale aveva dato forma al suo mondo - e questo non era il modo, e non le interessava niente, non l’avrebbero convinta a passare dall’altra parte. E io l’ammiravo, e vivevo con lei, respiravo con lei, andavo via con lei e me la riportavo a casa nell’incavo dell’ascella. Avevo anche smesso di mangiare schnitzel ed ero passato a crauti e verdure lessate, roba da tedesche bio, direi oggi. Tutto questo in nome di un’idea che stava da qualche parte al di sopra di noi, ma che aveva fortissimi riscontri quaggiù, sui marciapiedi, sulle strade, nei parchi, a piedi nudi, alle fermate della S-Bahn.
Tani era stanca di vedere le stesse immagini ripetersi ovunque, voleva cambiare le cose e il modo migliore per farlo era farlo a partire da sé. Era una bella specie di esempio per tutti noi, mentre cantavamo cose a caso lungo le strade nel buio della notte senza fanali, tra gli alberi e le recinzioni e il fiume che scorreva senza farsi sentire, sobri fracidi, in estasi.
Out of step with the world
Quello che gli altri cercavano nel junk food, nel bere, nello sbattersi, Tani l’aveva trovato dentro di sé, nella rabbia verso quel mondo malforme. Era quella la sua droga, il cambiamento. Era tutta un non far finta di niente e provocazioni non dette ma compiute contro il sistema. E per far questo non aveva bisogno di cioccolato, né di latte, né di vodka, né di acidi, si faceva di parole e musica e silenzi e pause e ritmo e camminava su un filo appeso, in equilibrio labile ma costante, altissimo sopra le nostre teste. E tutto era partito dai Fugazi, che non amava particolarmente, ma che avevano fatto dall’altra parte dell’oceano quello che lei aveva sempre professato, infondendole una specie di fede, quasi una speranza, dandole la forza di alimentare le sue rabbie violente, l’impressione di non essere sola.
E quando uscimmo da quel distributore di dischi, forse l’inverno dopo, io non avrei mai voluto perderla e se me l’avessero strappata via io me la sarei ripresa, perché l'amavo e non credevo a nessuno di quelli che mi diceva che avrei potuto fare senza, dimenticarla quando volevo, che ero stato pazzo a tenermela ed adesso ero libero, finalmente, che era la cosa migliore che potesse capitarmi, perderla, e che dovevo ricominciare a godermela. Ma io ero pazzo e di sicuro la amavo e in quei momenti avevo l’incrollabile e primordiale certezza che la avrei amata per sempre, senza interruzioni, con quella sua aria strana e il suo essere perennemente a disagio in questo brutto mondo storpio, che era in fondo la sua bellezza. Anche se non l'avessi incontrata mai più.
I palazzi avevano iniziato a sorgere, a crescere, come carote o croste su una pelle ferita e noi li guardavamo assorti e impotenti. La gente veniva buttata fuori da quella che fino a poco prima era stata la sua casa e nessuno lottava, tutti optavano per la scelta facile. Si era dato inizio a una cosa troppo complicata da fermare, caso mai qualcuno avesse voluto farlo.
Tim, uno dei pochissimi rimasti con noi, non sapeva più dove dormire. Gli anni erano passati e al posto del garage dove stava e suonava, adesso c'era un cocktail bar. Dovevamo portarci il caffè nei termos in giro da casa, perché nel quartiere nessuno se lo poteva più permettere, eccetto quelli nuovi, e noi eravamo degli squattrinati. Non potevamo più uscire, perché non avevamo soldi per andare da nessuna parte e presto forse saremmo stati anche noi cacciati dalle nostre case.
Allora si andava tutti agli appuntamenti immobiliari nudi, per ostacolare le trattative e il processo di dissoluzione della città dov’eravamo cresciuti, spezzata e ricucita più volte. Da isola nel mezzo del capitalismo a sua capitale - non se lo meritava. Era il minimo che potessimo fare per lei, per sdebitarci di quello che ci aveva fatti diventare: persone diverse, margin walkers. Fu a uno di questi appuntamenti che la incontrai, Tani.