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Akira Kurosawa, I sette samurai, 1954
Questo è uno dei miei film preferiti. E' un film che potrebbe essere tranquillamente definito il più bello della storia del cinema, per le caratteristiche specifiche che possiede. E' un film con un'ottima storia, profondamente morale (una lezione di vita, indimenticabile) è tecnicamente superbo, è scorrevole, addirittura d'azione diremmo, per nulla noioso nonostante la durata. Insomma è un capolavoro, destinato anche a diversi gruppi di fruitori.
La struttura de I sette samurai è geniale: semplice, lineare, Facilmente memorizzabile. Il film si divide idealmente in tre parti. Reclutamento, preparazione della battaglia, battaglia.
La storia è altrettanto semplice: un villaggio di povera gente è ridotto allo stremo in seguito alle incursioni delle bande di banditi, che lo depredano puntualmente, ad ogni raccolto. Il vecchio capo villaggio chiede ai suoi di tentare di arruolare dei samurai, volontari, non pagati, che possano aiutarli, per pura compassione.
Ed è così che inizia il non facile reclutamento. Uno dopo l'altro però i sei samurai d'animo nobile saltano fuori. E se ne aggiunge un altro, sgangherato, ubriacone, ma tutto torna utile, visto che è un ottimo combattente, e rivelerà persino doti inimmaginabili. Mai i personaggi sono stati così ben delineati e definiti. Ognuno con un carattere distinguibile, con le sue proprie particolarità. C'è il saggio leader, il suo vecchio amico bonario, il grande samurai invincibile ed altero, il fannullone, il giovane apprendista, e c'è lo spiritoso del gruppo.
La personaggio del grande saggio, che è archetipico, ed è quindi una figura chiave del cinema o della letteratura, non è mai stato così brillantemente delineato come in questo film, attraverso l'interpretazione magistrale di Takashi Shimura. Contrapposto al grande saggio, c'è il suo esatto opposto, lo scellerato ubriacone, interpretato dal grande Toshiro Mifune.
Saggio ed ubriaco è una dicotomia cara alla cultura giapponese permeata dalla filosofia Zen. Fin dalla tradizione taoista è tramandato che una certa follia o bestialità si può trasformare in positivo. C'è un aspetto animale, più istintivo, in noi, che non è necessariamente da giudicare negativamente.
Il personaggio di Mifune rappresenta questa concezione. E' scapestrato, maleducato. Ma al momento giusto Riesce a tirar fuori dal profondo di sé un carisma unico, coraggio, grinta. E permette di vincere le battaglie. Possiede l'istinto dell'animale braccato, che, disperato, scopre una fonte di energia inesauribile.
Dunque i samurai si compensano a vicenda. Così diversi tra di loro, possiedono solo assieme tutte le qualità necessarie alla vittoria. Il loro gruppo è invincibile, perché perfettamente equilibrato.
Ancora una volta, anche in questo, I sette samurai si rivela un autentico tesoro, testimonianza di saggezza antica. E lezione di strategia: Sono molti gli aspetti militari, degni persino di trattati come L'arte della guerra, chiamati in causa da Kurosawa. Come la scelta di non chiudere completamente il villaggio, lasciando alcuni punti deboli non difesi, in modo da poter attirare in quegli stessi punti, in trappola, i banditi.
Tra tanti film, non ricordo molti capaci di suonare la carica come I sette samurai. E' un film, intenso ricco di azione, esso stesso grintoso, sia nel tema che nella sua stessa esposizione. Letteralmente, si vive in prima persona la battaglia, totalmente coinvolti, immedesimandosi. Una battaglia giusta, doverosa, responsabile, civile.
Alla fine il saggio chiarisce che ogni guerra è sempre una perdita, e che è sempre un lutto. Non c'è nulla da festeggiare in una vittoria che ha visto delle perdite. Eppure loro, modesti, si sono comportati da eroi, per salvare degli indifesi, senza guadagnarci nulla, anzi perdendo, in qualche caso, la vita. Sacrificio estremo, da cantare e lodare.
La presenza di Kurosawa, leggera, non si avverte neppure. Siamo tutti concentrati sulla storia, e la regia non si fa notare: nessun virtuosismo, nessuna invadenza. Kurosawa sparisce.
Il suo cinema si fa gustare più per l'aspetto puramente letterario. Mi piace la storia, e mi piace com'è raccontata. Mi piace, da morire, il contenuto.
Luca Terraneo