Billy Wilder, La fiamma del peccato, 1944
Un uomo barcollante, forse ferito, entra di notte nella sede dell'agenzia assicurativa per cui lavora. Incrocia il custode, qualcuno sta facendo le pulizie. Si siede ad una scrivania.
Inizia a registrare una confessione.
Ma non è una confessione qualunque. Parla ad un amico, sentendosi solo, in tono confidenziale. Parla col cuore, e capiamo anche ha bisogno di essere ascoltato. Che ne avverte una strenua necessità. Di essere ascoltato.
E' una trovata semplice, geniale. Una modalità che stabilisce un contatto tra me spettatore e il protagonista, l'assicuratore. E' come se il messaggio fosse rivolto a me. Io e lui. Lui e me. E lui racconta. Ed è inevitabile che io lo ascolti. Sono rapito, calamitato.
La storia è quasi un dettaglio, almeno rispetto al modo di raccontarla.
Lui si rivolge ad un certo Keyes. Non sappiamo chi possa essere. Capiamo soltanto che c'è un rapporto stretto tra i due, un legame forte.
Il primo flashback mostra l'assicuratore che entra in una villa, per il rinnovo di una polizza. Lo accoglie la domestica, dicendo che il padrone di casa non c'è. Dalla cima delle scale, attirata dal rumore, si affaccia una donna, la moglie.
E' coperta solo da un asciugamano. Affatto imbarazzata, dopo aver scambiato un'occhiata con l'assicuratore, mentre lui le spiega della polizza, irrompe con una battuta. Posso fare io?
Non ci sono preludi. Ci viene gettato in faccia il leit motiv del film. Lei lo seduce, fin da subito. Lui seduce lei, lei seduce lui. Si scatena l'intesa tra i due, subito, folgorante.
Il marito è già stato messo fuori gioco. A simboleggiare questo fatto, la presenza inequivocabile della domestica. Che fa scudo col corpo tra lui e lei, presagendo l'intrigo, facendo le veci del padrone. Ma viene subito invitata dalla signora a farlo accomodare in salotto e a lasciarli soli.
Lui lei e l'altro. Già terzo, già incomodo. Lui si accomoda in salotto e torna la sua voce narrante, che racconta a noi, che commenta a caldo. Ci confessa che finge di studiare il salotto, ma sta solo pensando a lei, non vede l'ora che torni, senza più quella odiosa scala fra di noi.
Grande cinema e grande narrativa. Il pensiero di voler colmare già lo spazio che li divide, la scala.
E' seduzione pure, istantanea. Lei, interpretata da Barbara Stanwyck, è stata definita in questa parte la Dark Lady, per eccellenza. Nulla di più vero.
Tutto parte così in fretta, tutto repentinamente. Troppo.
Lei si presenta con un abito ammaliante, e lui le fa notare sfacciatamente il braccialetto che lei porta alla caviglia, come fa chi ha capito che la seduzione è in atto.
Lui sta al gioco. Lei sta al gioco. Ma chi conduce il gioco? Realmente?
Gli incontri si susseguono. Lei comincia ad accennare ad una seconda polizza, da stipulare al marito. Sulla vita. Senza metterlo al corrente.
Improvvisamente lui capisce di essere stato preso in giro, preso in trappola. Si oppone, si ribella, manda all'aria tutto, infuriato.
Ha capito di essere solo una pedina. Ma lei recita, e come recita. Lo raggira di nuovo, lo abbindola come niente.
Ma c'è qualcosa che anche lei non sa. Che sappiamo solo noi spettatori e il nostro oratore.
Egli si confessa a noi, o meglio confessa all'amico misterioso, che però ancora non lo può sapere, perché ancora non può ascoltare la registrazione. Egli dunque confessa a noi, solo a noi, che a furia di occuparsi di pratiche, prevenendo per tutta una vita ogni possibile raggiro, gli è venuta alla fine un'insaziabile voglia di riuscire lui, solo lui che può, a raggirare la sua stessa azienda.
E qui compare e si svela la figura dell'amico, Keyes. Che scopriamo essere un suo superiore, che lo ha presa a cuore. Un superiore che si occupa delle investigazioni. Che studia le possibili truffe a danno dell'assicurazione, che smaschera i finti incidenti, finti per incassare la polizza. E viene descritto dal nostro come un segugio infallibile, a cui lui ripone tutta la sua ammirazione.
Ma, dentro al suo animo, il protagonista cova questo desiderio segreto: diventare più bravo del maestro, superarlo. Non per vendetta, per invidia, ma come gesto di estrema devozione. Un'ammirazione così grande da volere, paradossalmente, abbattere il maestro per dimostrargli di aver appreso al meglio la lezione.
Ecco la chiave dell'intreccio, meraviglioso, di questo grande film. La vicenda si sviluppa, entrano in gioco altri personaggi, come la figlia di lui, del marito, il fidanzato della stessa. Tutti prendono parte in qualche modo all'intrigo, e non c'è bisogno di svelare altro.
L'epilogo non è come potrebbe sembrare, quello della storia, con lui di fronte a lei e lei di fronte a lui, a svelare i propri (complicatissimi) arcani.
Il vero grande epilogo è il faccia a faccia finale tra il protagonista ferito e l'amico, Keyes. Lui sta terminando la confessione e finalmente Keyes arriva, lo trova moribondo. Tutti lo stavamo aspettando. Ed è un momento straziante, di separazione, di affetto. Di affetto oltre la stima, molto oltre.
La sfida è molto oltre, oltre al sangue, alle ferite, gli omicidi, le trame. La sfida è mettere di fronte l'uno all'altro, amico ad amico, padre a figlio, per ritrovare un legame, quello vero, che cancelli d'improvviso una solitudine esistenziale profonda.