"SE TU FOSSI STATO QUI..."
Sulla retorica della sofferenza e della conversione
BIANCO su nero, l'abito del papa si staglia sullo sfondo di una piazza San Pietro cupamente deserta.
L'ISOLAMENTO fisico di uno degli uomini più potenti al mondo, investito da una luce impietosa, ne accentua la debolezza fisica permettendo agli spettatori di intravederne forse un principio di infermità, sicuramente la presa del tempo.
SPETTATORI, appunto. Perché il solitario discorso del papa in una piovosa sera di marzo ha il sapore di un monologo teatrale in mondovisione. D'altra parte era stato lo stesso pontefice ad invocare non solo la partecipazione spirituale, ma la presenza "attraverso i mezzi di comunicazione" di tutti i fedeli.
Come Gesù nel deserto, il papa vive una solitudine soltanto apparente, restando perennemente sotto lo sguardo dei credenti di tutto il mondo. È un isolamento dal forte impatto ESTETICO, a portata di obbiettivo e pubblicizzabile a mezzo fotografico di città in città, di nazione in nazione.
L'evidente intento PROPAGANDISTICO della chiesa, la spettacolarizzazione del suo messaggio, le ingerenze politiche (il diavolo ammoniva Gesù, nel deserto, rispetto a queste ultime), la mancanza di donazioni consistenti ai bisognosi, sono tutti elementi che la rendono meno credibile agli occhi non solo dei non credenti, ma anche di una buona fetta dei cristiani.
"SOFFERENZA" e "digiuno" sono termini che ricorrono spesso nei discorsi papali, ma che non trovano corrispondenza nella realtà ecclesiastica.
Abbiamo un papa affaticato che sotto la pioggia, "venuta la sera", attacca con la retorica della tempesta improvvisa, inaspettato sconvolgimento delle esistenze egoistiche degli uomini, parlandoci di una natura che non possiamo dominare. La soluzione proposta dalla chiesa è quella di rassegnarsi, pregare, fare della "DOCILITA' di spirito" la nostra arma, perché non è importante sconfiggere l'epidemia quanto piuttosto evitare di farsi cogliere nel peccato in punto di morte (il papa, sempre al passo con i tempi, propone un'indulgenza plenaria via bluetooth).
L'unica possibilità di salvezza è costituita dalla fede in dio; nella parabola di Lazzaro, Maria e Marta apostrofano Gesù con spirito sottomesso: "SE TU FOSSI STATO QUI..." lui non sarebbe morto.
Cristiani! Non confidate nelle vostre capacità, non puntate sulle competenze scientifiche ma sulla bontà d'animo, non sulla tecnica ma sulla CARITA', approfittate della disperazione e della paura per dar fiato al vostro "zelo apostolico", contribuite agli incassi di Radio Maria e delle parrocchie piuttosto che aiutare gli ospedali.
Sofferenza, morte e risurrezione. Gesù "si fa carico della morte" passivamente, perché non ne è responsabile. Abbraccia la CROCE e ci invita a farlo con lui per ottenere la salvezza eterna. Pur potendo sconfiggere la morte non lo fa.
Dio è fonte di vita eterna, è luce nelle tenebre della tempesta della pandemia perché è visibile grazie ad essa. Tradotto: nella PAURA prolifica il Verbo.
E sarà proprio nel cuore dello sconforto, nei reparti OSPEDALIERI, che gli intubati riceveranno non un'ultima carezza dai propri cari ma l'assoluzione finale da un prete qualunque. Una consolazione, certo, per i credenti, ma come scrive Massimo Maiurana di UAAR: "[...] gli ospedali non eseguono prestazioni differibili e limitano al massimo l’accesso agli estranei, parenti compresi, perché tutti potenziali veicoli di trasmissione del virus. Perché i religiosi sono invece ammessi? Perché permettere loro di trasformarsi in untori, come evidentemente già avvenuto, in assenza di ragioni valide per la loro presenza? È il principio delle deroghe su base religiosa, sempre ammesso con buona pace di quello della laicità delle istituzioni." Taciamo gli aspetti economici della faccenda, relativi alla consistenza delle DONAZIONI ecclesiastiche in rapporto agli introiti complessivi della società.
Negli ospedali, tra gli intubati. Perché il DIALOGO è uno strumento del demonio, come si legge nella parabola di Gesù nel deserto; il cristiano non deve formulare un discorso proprio ma utilizzare la parola di Dio per difendere la propria fede. È concesso solo ai fini della conversione, come nel caso della samaritana che, offrendo da bere a Gesù assetato, si sente rispondere con una parabola sulla vita eterna.
La parola d'ordine è proprio CONVERTIRE, approfittando di questo momento di debolezza, sia sul piano collettivo (spettacolarizzando le gesta papali), sia a livello privato, intrufolandosi tra le lenzuola degli ospedali, tra le pieghe del dolore, per convincere uomini e nazioni della propria inettitudine. Perchè "nessuno si salva da solo", usando la propria testa, con l'intelligenza e lo studio. Perché la tentazione,"il tentativo di percorrere vie alternative a quelle di dio", è sempre in agguato e ci ha portato alla tempesta pandemica. Perchè "i prodigi che Gesù compie non sono gesti spettacolari, ma hanno lo scopo di condurre alla fede attraverso un cammino di trasformazione interiore".
Le nostre vite organizzate, produttive, egogentriche devono di necessità cedere il passo ad un'esistenza comunitaria, mortificante, vigile nell'attesa della fine. Dobbiamo riconoscere la nostra VULNERABILITA' non per guarirne ma per arrenderci, ciechi, alla guida di un dio che è luce, fonte di vita, bussola nella tempesta, eppure che da essa dipende. Guai a dotarsi di una mappa prodotta dall'ingegno per orientarsi o, peggio, per evitare di incorrere in futuro in altre burrasche.
È più facile mortificare che spronare, più semplice essere vulnerabili che risoluti.
Il papa stesso sembra avere per la testa termini e metafore di tema SANITARIO, un universo mentale popolato di parole quali "anestetizzare", "immunità", "ospedali" e ancora, in un'escalation che percorre i suoi ultimi discorsi, "virus", "epidemia", "pandemia"... sullo sfondo di un'umanità che trema per la sua minaccia.
Facendo presa sulla debolezza emotiva delle persone la chiesa spera forse di riprendere terreno riuscendo a convertire anche molti giovani o stranieri ancora legati alla tradizione religiosa d'origine. Ecco perchè "la preghiera e il servizio silenzioso", armi vincenti della retorica ecclesiastica, vengono urlate al megafono RADIOTELEVISIVO.
Diranno: "NOI C'ERAVAMO", vi abbiamo aiutati a portare la croce.
(FOTO: Yara Nardi per Il Post)















