IDENTITÀ DI GENERE E COSTRUZIONE LINGUISTICA:
Come comunicano uomini e donne?
La prolissità femminile è una realtà o uno stereotipo?
Partiamo da un dato di fatto: il cervello delle donne ha caratteristiche peculiari e si distingue dalla sua controparte maschile per la maggiore presenza di connessioni neuronali tra i due emisferi; se nell'uomo molte funzioni cerebrali tra cui quella linguistica sono lateralizzate (ovvero sono gestite da uno dei emisferi), nella donna è più frequente l'attivazione simultanea di entrambe le aree. Inoltre il cervello maschile presenta in proporzione un minore sviluppo dell'emisfero sinistro, deputato alle attività linguistiche (dovuto ad un'inferiore produzione di proteina FoxP2).
Ne deduciamo dunque che le donne naturalmente più portate alla verbalizzazione, faranno un uso particolare della lingua, dando voce alla continua connessione tra emozioni e ricordi che caratterizza il loro modo di leggere e processare la realtà.
Un altro aspetto interessante riguarda la tendenza femminile a servirsi della mimica facciale per arricchire lo scambio linguistico, non solo per rafforzare le proprie parole ma anche con l'intenzione di comunicare alla controparte interesse o empatia.
Le caratteristiche esaminate dovrebbero essere sufficienti a considerare le donne - potenzialmente - come ottime comunicatrici; eppure l'impressione generalizzata è spesso differente. Lo stereotipo della conversazione a due dipinge la femmina come una dispotica monopolizzatrice del discorso e il maschio come una vittima stordita dal flusso ininterrotto di chiacchiere che è costretto ad ascoltare passivamente - a seconda delle interpretazioni, per disinteresse o incapacità di comprensione.
Certamente date le differenze neurobiologiche tra i due sessi effettivamente esistenti durante uno scambio verbale tra maschio e femmina sarà utile adottare alcune strategie per accorciare le distanze e comunicare al meglio. Per farlo, è imprescindibile non solo conoscere le peculiarità di entrambi gli stili cognitivi, ma anche riconoscere il contesto sociale in cui si tiene il discorso e i rispettivi ruoli di genere, per spiacevoli che siano, attesi dalla società.
A livello macroscopico, l'atto linguistico femminile è caratterizzato dalla presenza di un maggior numero di riempitivi sonori (es. "uhm..."). Molti studi, tra i quali ricordiamo quelli a firma di Deborah Tannen dell'Università di Georgetown, riconducono questa tendenza ad una necessità sociale implicita: mantenere il proprio turno per un lasso di tempo maggiore, occupare lo spazio sonoro per poter riflettere sulle proprie parole. Abituate ad essere interrotte, le donne cercano di difendere il proprio spazio comunicativo, il diritto a terminare di esporre il proprio punto di vista anche se ci metteranno più tempo rispetto ad un uomo proprio perché struttureranno il loro discorso su un importante retroterra emotivo e cercheranno di coinvolgere l'ascoltatore anche su questo piano.
Quindi non solo "cosa dire", ma anche "come dirlo" per ottenere sull'interlocutore l'effetto sperato: ecco spiegato il fiorire di locuzioni indirette e perifrasi che spesso caratterizza il linguaggio femminile in contesti comunicativi a due.
Coinvolgere, sollecitare una risposta, riflettere insieme su un problema richiede un dispendio di parole maggiore rispetto alla pura argomentazione del proprio punto di vista. Partire dallo specifico, dal particolare, per scoprire mano a mano l'evoluzione spontanea di un ragionamento è una delle strategie di costruzione del discorso preponderanti nell'universo femminile.
L'uomo è insieme più diretto e più portato all'astrazione comunicativa, ovvero a delineare un quadro d'insieme del discorso, fornendo all'interlocutore gli strumenti necessari a non fraintenderlo. Lo scopo della comunicazione è spesso più chiaro ed evidente, perciò, "bussola" alla mano, l'ascoltatore sarà più portato a non distogliere l'attenzione anche di fronte ad interventi argomentativi di maggior lunghezza; l'autorità del parlante verrà messa in discussione meno facilmente.
Nel caso del discorso pubblico o di gruppo (come può essere considerato quello su internet), le donne adottano una strategia diversa: tendono ad essere più concise degli uomini e ad utilizzare termini più specifici, forse consapevoli - inconsciamente o meno - della brevità della parentesi di attenzione che verrà loro concessa.
Perché le cose stanno in questi termini? Probabilmente il motivo dello scarso interesse maschile per le parole delle donne non risiede solo in preconcetti dettati dalla società, ma anche in un minor trasporto rispetto ai contenuti di discorsi incentrati su relazioni, ricordi, emozioni.
Non è solo una questione di argomento, ma anche di taglio del discorso: proprio a causa della conformazione del loro cervello, le donne sono portate a connettere più degli uomini parole, vissuto e sentimenti, trasformando così la propria produzione linguistica in un atto spesso complesso e meno facilmente leggibile dal cervello maschile, più portato alla linearità e alla ricerca di un preciso obiettivo comunicativo.
Gli uomini mirano ad affermare il proprio potere e a stabilire una gerarchia anche all'interno del gruppo che prende parte al discorso (che sia composto da due o più individui) e sono portati ad incentrare il proprio atto linguistico su fatti e dati concreti.
Così avviene che lette come vuote di significato quando decifrate con un altro alfabeto, le parole delle donne tornano al mittente, inascoltate. Succede dunque che nella mente femminile metta radici un'autocritica insidiosa, che insoddisfatta della sterile ricerca di approvazione sboccerà in parole autosabotanti: è il caso di molte pubblicazioni scientifiche a firme femminile, presentate con eccessiva modestia e perciò desinate a perdersi tra le ricerche maschili autoetichettatesi come opere pregevoli. Conseguentemente, tali pubblicazioni non verranno notate, saranno citate meno di frequente e quindi considerate di minor importanza, contribuendo a sminuire il prestigio e la crescita professionale delle autrici.
Dalla frustrazione alla rabbia il passo è breve: si assiste oggi alla diffusione di un femminismo esasperato che, persa la sua connotazione iniziale, pare assumere i tratti violenti di un nuovo primatismo rosa volto a zittire la controparte maschile azzerando qualsiasi possibilità di mantenere aperto il già labile canale della comunicazione tra sessi. Per non cadere in questo errore occorre resposabilizzarsi, riconoscendo i termini reali del problema, i caratteri linguistici della diversità, così da comprendere l'altro e accoglierne la visione.
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(Illustrazione: Christian Schloe)









