Ogni giorno ho scritto per te
La stanza è arancione come immagino fossero gli anni Settanta. Fluttuo a suon di disagio quando comincio a levare le tende, salutando con due rigorosi baci dell’imbarazzo i presenti.
Parole di circostanza con lei, che mi odia per ovvi motivi.
La tua presenza mi rassicura e mi devasta al contempo. Ti accompagno alla porta, e quando è il momento, senza bisogno di dire altro, sfidiamo la presenza del salotto là in fondo con una galassia di cose che non ci siamo potuti dire, soffocando con respiri brevissimi tutte quelle cose rimaste sopite per anni -
e quindi nonostante lo sguardo torvo di lei e tutto il resto siamo in macchina in una notte buia, e tu sbagli strada e la strada stessa finisce in un tripudio di segnali stradali e guard rail ben posizionati.
Una persona che non sono chiaramente io ha il coraggio di fare battute di serie C, col cuore in tumulto e altri malanni da adolescenza mai conclusa.
“Invece potremmo fare questo” dice una voce che non è la tua. Ma è la tua mano a prendere la mia, in una presa solida, con dita sottili, che non capisco come tu possa guidare così ma che importa. “Non ti riconosco più. Ti sento dire cose che non sono da te. Ma io in tutti questi anni ti ho pensato sempre, ogni giorno. Ogni giorno ho scritto un racconto per te”.
E qui il cliffhanger ci lascia in sospeso, la sceneggiatura da soap anni Novanta finisce, ed è da allora che non ho più notizie di te.











