Annaspava più di quello che avrebbe voluto: in quei pochissimi minuti che ci vollero perché lui salisse quei ventidue gradini (li aveva contati mille volte, lei, arrivando al mattino) non era stata in grado di fare niente. Togliere dal tavolo le cartacce, accendere il bollitore, truccarsi o almeno mettere un po’ di burro cacao. Aveva addosso una felpa oversize che sulle modelle era estremamente cool, ma che su di lei aveva solo il lato positivo di abbassare drasticamente la sua età apparente (da trentatre a tredici, più o meno). Teneva le mani dentro la tasca della felpa, la testa appoggiata allo stipite della porta.
Niente da fare. Quando, una volta ogni diecimila anni, a mo’ di stella cometa compariva nella sua vita, lei regrediva, perdeva certi filtri. Per cui, incurante della giacca fradicia, lo abbracciò.
Lui fece cadere l’ombrello grondante e ricambiò l’abbraccio, includendo in quello strano saluto anche il sacchetto di calzini in poliestere.
L’ultima volta che si erano abbracciati era stato in un’altra città, sotto lampioni giallo bottiglia. Si erano giurati senza nemmeno dirlo un eterno amore impossibile, e non avevano nemmeno compiuto trent’anni. Sapevano però con estrema lucidità che si sarebbero portati dietro questo fardello per sempre o qualcosa del genere, una promessa ironica di legame imperituro, osteggiata dal destino che li voleva entrambi felicemente accasati con due brave persone eccetera eccetera. Non era mai stato il loro momento, e probabilmente non lo sarebbe mai stato. Era questo che li rendeva speciali.
Che si dice, che ci fai qui, blablabla.
Mentre parlava pendeva letteralmente dai suoi occhi verdi: ne era gelosa, avrebbe sempre voluto un paio di occhi così, che non hanno nemmeno bisogno di un ingente quantitativo di mascara o eyeliner. Accese il bollitore per non rimanere imbambolata.
Una parte di sé sapeva benissimo quale fosse il motivo della sua visita. Scintillava al dito di lui come un occhio di bue in un teatro troppo piccolo. Ma lo aveva anche intuito da alcuni commenti inopportuni di una delle zie di lui, postato sotto a una foto di un cane buffo che lui aveva condiviso dimenticando di impostare la privacy su “Servizi Segreti”.
Mi hanno incastrato, rise lui. Proprio ieri.
Ah, le battute misogine. Investita da una missione di credibilità assoluta, lei si prodigò nel recitare la sua parte migliore: l’entusiasta super cool, come quelle modelle che non sfiguravano con indosso la sua felpa. Che meraviglia, congratulazioni, bravo, me l’aspettavo. Aha. Quando parti?
Ma soprattutto che diamine vuoi, si chiese in silenzio.
Domani! E si tolse il giubbotto bagnato, cercando un posto per appoggiarlo senza inondare d’acqua le scartoffie di quello studio.
Lei glielo prese dalle mani e lo appese a un gancio a forma di cervo.
Niente, una sensazione. Anche detta “atto di spionaggio sui più moderni social network”. L’Australia va forte per ora, ci vanno tutti.
Mentre gli porgeva una tazza del suo Earl Grey preferito, lui le raccontò della sua visita. Che era lì da pochi giorni, e chissà quando sarebbe tornato, per cui voleva dirle questa cosa di persona, salutarla, eccetera.
Negli ultimi anni si erano parlati a malapena. Nonostante la sua irrazionale felicità nel vederla (e per lei, naturalmente, era lo stesso) quell’imboscata era fondamentalmente priva di senso, e lo sapevano entrambi.
Beh, allora mi pare un’occasione più che buona per dirti che non sono solamente ingrassata. La voce si incrinò leggermente. Contribuirò alla crescita di questa valorosa nazione, yei. Sarà una femmina, credo. O forse un alien.
Avevano due sorrisi da paralisi veramente brutti da vedere. Lui aspettò per capire se la stesse buggerando, ma poi tornò ad abbracciarla. Sono felice per te, davvero. Non sapeva nemmeno lui se fosse sincero, in quel momento: dal suo punto di vista un figlio era una specie di malattia terminale.
Pochi secondi ed entrambi, a turno, cominciarono a lacrimare in modo maldestro, sempre con i sorrisi inquietanti di prima addosso.
Io allora vado. Questa gita alla ricerca di calzini sintetici si è protratta un po’ troppo.
Le prese la mano e la baciò. Il tocco di quelle dita sottili le risvegliò ricordi in slow motion che pensava di aver relegato per sempre a un vecchio diario qualche anno prima. Ricordi così antichi e polverosi che potrebbero essere rivisti in VHS. Sprofondarono tutti nel suo stomaco come un sasso lanciato con poca convinzione da un ponte.
Poi ci fu un secondo in cui entrambi immaginarono di concedersi il lusso di una sciocchezza, ma non accadde nulla. Lui prese il giubbotto, l’ombrello, trafficò con la serratura per capire come aprire quella vecchia porta blindata e uscì.
Ciao ciao. Ciao, ciao. Ciao.
Diceva sempre una marea di ciao quando si congedava. Lei non parlava più, aveva gli occhi rossi e un sorriso fasullo pronto a rovesciarsi, insieme a un ettolitro di lacrime.
Chiuse la porta, si girò. Aveva dimenticato i calzini.