Mi ci è voluta tanta fatica per contrastare l’impulso insostenibile di farmi seppellire dalla nebbiosa letargia novembrina. I primi giorni del mese sono stati estenuanti, viscidi, come previsto dagli ultimi resoconti. Ma guardo con commozione alle conquiste accumulate negli ultimi anni: bloccare sul nascere il sentore d’apatia che apre la strada alla paralisi dei sensi, è per me una vittoria. Riconosco il tanfo del mondo in scala dei grigi, oramai, non appena bussa alla porta e non gli concedo il lusso di sfondarla radendo il mio mondo al suolo.
Le playlist anni ‘20 durante le prolungate soste familiari alla Stanza dello Scirocco, e poi ieri, nella piazza del balfolk, dove i “bentornate” pronunciati dalle persone giuste illuminavano i volti. Un paio di passi di danza da rispolverare, il giusto tempo per riambientarsi e a fine serata noi due guancia a guancia (e cellula a cellula), Peppe che con il suo miglior sorriso gioviale sviscerava ricordi di storie passate e Francesca - come sempre in una dimensione appena percettibile da chi viaggia su altre frequenze - con il suo cappello di lana e i piedi scalzi per equilibrare, che accarezzava un lumacone posatosi sulle sue mani minuscole, sostenuto dalle nostre voci intrecciate sulle note di Tumbalalaika.
Piccole grandezze nascoste ai più, capaci di farmi ritornare ogni volta.
Se a tutta questa bellezza aggiungo il suono delle fusa di Spisidda, cos’altro raggiungo, se non la pace?