Castel di Tusa: un gioiello siciliano dove arte e mare si fondono
La Sicilia, terra di contrasti e meraviglie, custodisce gelosamente tesori nascosti che incantano il viaggiatore. Tra questi, Castel di Tusa, un borgo marinaro incastonato tra le montagne dei Nebrodi e il Mar Tirreno, offre un’esperienza unica, dove arte contemporanea e paesaggi mozzafiato si fondono in un connubio perfetto. In particolare, la spiaggia delle Lampare, con la sua bellezza selvaggia…
Ieri notte a largo dalla spiaggia c'erano le lampare. Le luci si vedevano distinte che l'afa è quasi andata e anche agosto, questi sono giorni da pescatori, il mare sta tornando calmo e i turisti fanno gli ultimi bagni.
Anche stanotte son tornata tardi, erano le cinque, quest'estate sono tornata indietro di vent'anni, guardavo le lampare mentre cercavo di fare la pipì tra gli scogli al buio pesto. L'ho fatta anche sui pantaloni, troppo gin, mi si sono rotti i sandali e mi sono sbucciata un ginocchio, mi sono guardata intorno per capire se qualcuno mi avesse visto, almeno per darmi una mano, ma c'erano solo le lampare e alle lampare lontane non importa niente degli ubriachi.
Sono tornata su ed ero scalza e nessuno se n'è accorto. Stasera si torna a casa e la sensazione è sempre di nostalgia mista a liberazione di cui prima i poi parleremo per esorcizzare.
La vita è un volo di gabbiano nell'immensità dello spazio e del tempo, è un battito d'ali nell'immenso infinito. Lucy Armero #sanbenedettodeltronto #lovesbt_ #blackandwhite #blacknwhite_perfection #blackandwhitephotography #bnw #bnw_planet #bnw_captures #bnw_of_our_world #bnwphotography #lampare #gabbianiinvolo (presso San Benedetto del Tronto)
A prima vista, il mare notturno potrebbe sembrare un'unica compatta distesa di nerapece. Quando si spegne anche l'ultima luce del crepuscolo, ecco che le onde possono tornare a fondersi con le pieghe del cielo, mentre l'orizzonte scompare, lasciando il mondo avvolto da un'unica cupola stellata. Quali siano davvero stelle e quali i loro riflessi nell'acqua poco importa allo sguardo felice e distratto di due amanti che siedono abbracciati su un molo, ad ammirare la luna che sembra sorridere ai loro sogni di gioventù.
Ma il mare notturno serba anche l'ombra di un altro sorriso; un sorriso silenzioso e discreto, che solo le onde intravedono nell’ombra e nessun altro sarà in grado di raccontare o ricordare: quello malinconico dei pescatori. Per questi indefessi uomini di mare, quella distesa di pece trapunta di stelle ha un sapore del tutto diverso. Di notte non serve aprire gli occhi per vedere i raggi della luna che guizzano leggeri tra le onde, come pesciolini che si lasciano andare in acqua per i loro primi brevi viaggi, sotto lo sguardo affettuoso della madre. Non serve sforzare le orecchie, ormai infiacchite da qualche inverno di troppo, per percepire il lieve fruscio dell'acqua che accarezza il legno della barca.
E poi i pescatori hanno qualche stella in più. Qualche stella che ha la forma della sagoma lontana di una lampara stanca e sbiadita. Nelle cupe e solitarie notti di pesca, le lampare non sono soltanto faretti che illuminano il cammino delle barche dei pescatori. Sono un segnale, un grido di solidarietà. Un modo, silenzioso e diretto, come si addice a uomini di questo tipo, di dire: “Ricordati che non sei solo questa notte.”
A volte mi son chiesto come si riesca a condurre una vita del genere. Come si possa resistere per nottate intere senza lasciarsi prendere dallo sconforto di fronte alla solitudine più assoluta, con la compagnia soltanto di qualche vecchio canto malinconico, che ha già scaldato l'anima ed il cuore di molti altri pescatori venuti prima di sé. Poi ho ripensato alla faccenda delle lampare. Al cuore che si scalda all'improvviso per la consapevolezza di non essere più solo, al pensiero che corre immediatamente ai propri cari, ai figli che dormono tranquilli nei propri letti e riaccoglieranno la mattina il loro padre stanco con abbracci festanti e qualche capriccio di gioventù. E ne ho concluso che il pescatore, come il poeta, non augurerebbe la propria vita a nessuno, ma in fondo per se stesso non ne sceglierebbe nessun’altra.
Gli occhi di Niccolò erano abituati ormai da anni all'oscurità della notte. Le luci della strada, soffuse e lontane, avevano come sempre un non-so-ché di malinconico. Le finestre scure degli edifici lo informarono che era probabilmente l'unica persona sveglia in tutto l'isolato.
Sua madre e suo padre dormivano beati nella stanza accanto, liberi, almeno per qualche ora, dagli affanni della giornata. Eppure c'era qualcosa che teneva Niccolò ancora sveglio e lo spingeva a premere il naso contro la fredda superficie della finestra di camera sua, per esplorare con lo sguardo quelle vie già battute più volte in così tante notti di insonnia.
Ma è solo quando ciò che si stava aspettando arriva, che possiamo renderci conto di cosa stessimo effettivamente aspettando. Fu questo ciò che successe anche a Niccolò quella sera.
Dapprima si trattava soltanto di un flebile gemito di luce, poi un paio di luminose macchie verdi andarono facendosi pian piano spazio nell'oscurità.
A piedi scalzi, cercando di attraversare silenziosamente il parquet di casa sua, Niccolò salì le scale che portavano alla soffitta e aprì la finestra, in attesa dell'arrivo della sua ospite.
Erozia scivolò dentro come un'ombra e si sedette nell'angolo della stanza opposto rispetto a dove si trovava ora il ragazzo. Era esattamente come la ricordava, non fosse stato per le due grandi e nere ali da pipistrello che le spuntavano adesso dalla schiena. Ma magari si trattava soltanto della sua immaginazione. A tutti, in fondo, le cose appaiono sempre come ci si aspetta che appaiano. I suoi occhi quella sera erano più verdi degli smeraldi più belli che avesse mai immaginato nelle sue poesie e brillavano nell'oscurità come un paio di lampare incantate. Anche i suoi capelli sembravano di un rosso più acceso, come se una fiamma fosse avvampata nelle loro stesse fibre, ma anche questa era solo un’impressione. La scarsità di luce rendeva impossibile individuarsi con certezza quella sera.
Senza dire una parola, Niccolò scivolò al suo fianco. Da vicino i suoi occhi sembravano lucidi, come se avesse smesso di piangere da poco.
«Sono giorni e notti che continui a chiamarmi…» esordì lei, in un sussurro. Il ragazzo non si sentì di negarlo. Sapeva che, pur non avendo mai esplicitamente espresso il desiderio del suo ritorno, lei era in grado di sentire il richiamo che veniva dal suo cuore.
«Dovresti avere paura di me, temermi… Soprattutto adesso che conosci la mia vera natura…»
Niccolò restò in silenzio.
«Da quando il mio potere su di te è diventato tale da poter vincere persino la tua ragione? Sei stato così forte da invocarmi e ora non hai né la forza di sconfiggermi né quella di piegarmi al tuo volere. Eppure, tu non sei un ingenuo e se ti privi di questo potere è soltanto per tua stessa volontà.»
Gli occhi di Erozia e del suo giovane amico si fissarono per qualche secondo gli uni negli altri. Fu sempre lei a interrompere il silenzio.
«Conosci già la risposta alla domanda che stai per pormi, eppure non avrai pace finché non sarò io a dartene conferma. Parla, cosa mi vuoi chiedere?»
Niccolò parve esitare. Nella sua mente, aveva già riformulato più volte la sua domanda, prima di rivolgersi alla creatura che gli stava accanto: «Un demone può… amare?»
«No. I demoni nascono dal male e ne sono incarnazione. Sentimenti come l'amore ne intaccherebbero l'essenza di creature pure. Solo le creature di mezzo o d'ombra come voi uomini sono capaci di provare sentimenti contrastanti al medesimo tempo.»
Niccolò si alzò in piedi, mosse qualche passo incerto e andò a sedersi accanto alla finestra della soffitta. Dal cielo la luna lo osservava, pallida e lontana, mentre lui si perdeva ormai nella malinconica follia dei suoi pensieri.
Una mano piccola e leggera gli si posò sulla spalla.
«Sai cosa sono io, Niccolò?» lo incalzò Erozia, seppur con delicatezza.
«Un demone.» rispose lui, asciutto.
«Questo lo so. Ma più specificatamente? Ti sarai fatto un'idea.»
«Una Succubus, credo. L'incarnazione dei miei desideri. La proiezione fisica e psicologica dei miei bisogni di affetto, di comprensione, di avventura… di amore.»
«Be’, non ci sei andato affatto lontano. E avrai anche capito che è in questo che sta la differenza tra me e quegli altri… come me, ecco. Seppur fallace, io sono la proiezione di un bisogno di amore e non posso farti del male, se non quello che mi è imposto dalla mia natura stessa. Ma questo, mio Niccolò, è il male che ti compi da solo nel non decretare la mia distruzione. Non posso recarti dolore volontariamente, ma sono comunque portatrice di tutta la sofferenza dei desideri voluttuosi e irrealizzabili. Questo lo capisci, vero?»
Il ragazzo continuava a guardare fuori dalla finestra, apparentemente immerso nei propri pensieri, ma sicuro di non aver mai prestato attenzione alle parole della ragazza come in quel momento.
Tutto ciò non aveva alcun senso. Perché lo stava avvisando del pericolo che correva? Se non poteva amarlo, ciò voleva dire almeno che non gli volesse del male?
Erozia si pose dinanzi a lui, con la luce della notte che seguiva la sua silhouette da ragazzina ancora acerba. Il suo corpo era a pochi centimetri da quello di Niccolò, permettendo a entrambi di percepire l'attrazione e la tensione che si andava creando, imponente e delicata, tra di loro. La sua ultima frase fu un sussurro: «Finché ci sarò io, tu non potrai amare nessun'altra, Niccolò. Questo lo capisci, vero?»
Senza dire niente, i corpi dei due amanti si strinsero vicini nella notte, come nelle cantilene malinconiche di qualche vecchio pescatore. Con le mani si cercavano ansiosamente, come se avessero paura di perdersi ancora. I loro occhi, fissi gli uni negli altri, si chiusero e in un flebile sospiro le labbra si incontrarono in languidi baci.
Un nuovo sussurro e lei scivolò via nella notte, come un'ombra o come il sorriso confuso e ferito di un amante abbandonato.