memoria #33
Raccontare le cose a qualcuno mi aiuta, prima di spiegare le sensazioni sono tali, è dopo che si trasformano in perchè. Che ti ho appena detto del mare. Forse io preferisco il mare. Sai, l’ho capito dicendotelo, è che mi aiuta ad attraversare il letargo dell’inverno. Il mare in tempesta, grigio, la spiaggia umida, la pioggia che cade sull’acqua mi ricordano che comunque resta la vita, sempre, anche in questi posti in cui ho deciso di ritirarmi, sperduti, lontani, fuori moda. I limoni, come sappiamo, li trovi anche nella povertà della città, ma è qui che manca a volte il motivo. Qui poi, senza il mare, in quest’autunno, poi inverno, che tutto cristallizza, che tutto chiude ermeticamente, che non aiuta gli occhi ad afferrare un respiro, guardi e non vedi. Qui in questa sconfinata pianura non è la gente quella diversa, tra nord e sud non son le persone a fare la differenza, è il paesaggio che è difficile. Quello che non vedi. I limiti delle cime, il confine del seppur infinito orizzonte. Chè quando la sera, raccolgo le ultime briciole di volontà e metto su le scarpe ed esco sotto la pioggia, quasi incessante, e corro, avanzo, avanzo, fin fuori il centro abitato e mi accoglie la foschia bassa e i campi a perdita d’occhio e gli alberi tristi e spogli, con gli occhi pieni di malinconia, la mia compagna di vita, osservo e non vedo e allora faccio un gioco, torno un poco indietro, fino le prime case e tra le abitazioni scorgo le viuzze, di cui non vedo la fine e mi immagino che lì, in fondo a tutto ci sia il mare e penso che in fondo è vicino, come sempre. Che poi io lo so, te l’ho detto, è solo questione di abitudine, quando sarà il momento di partire di nuovo, anche di questo sentirò nostalgia. Di queste infinite risaie in cui la luna si specchia di notte nell’acqua ferma.















