La “Frontiera” di Alessandro Leogrande, ci racconta, scruta, indaga, una molteplicità di luoghi, unviaggio lungo chilometri che parte dalle coste dell'Africa, ma anche dell'Asia occidentale fino alle nostre terre.
Il racconto inizia con l'incontro di Shorsh, un tuffo nel passato alla fine degli anni 90, che sarà poi il fil rouge di gran parte della narrazione del libro, che è uno dei tanti profughi curdi della prima ondata verso l'Italia, in fuga dalla follia omicida di Saddam Hussein.
Leogrande ci colloca da subito ad Halabja, una cittadina curda dell'Iraq fatta gasare nel marzo del 1988, ai tempi della guerra con l'Iran. E già qui, ci troviamo un po' spiazzati, spaesati, in un luogo
di cui forse non abbiamo mai sentito parlare, così lontano da noi, che quando lo cerchi nella mappa, ti pare impossibile che un uomo, e tanti come Shorsh, siano giunti fin da noi. Eppure è così. Halabja-Roma sono i luoghi della narrazione di partenza per Leogrande, uno così vicino a noi e l'altro così distante, eppure interconnessi.
Il racconto prosegue nel suo lungo viaggio, e ci spostiamo in Darfur, una delle nove province del Sudan, in Africa.
Che grande salto! Mi chiedo cosa possano avere in comune Shorsh e Ali, il secondo protagonista sudanese. Continuo a muovermi sulla mappa, provo a calcolarne le distanze ma “Spiacenti, non siamo riusciti a calcolare le indicazioni stradali da"Iraq"a"Sudan" è quello che mi risponde google
maps.
E anche Ali, come Shorsh, ha la sua storia, una partenza ed un arrivo, un viaggio lungo anni, precisamente quattro, dai 21 ai 25. Ali, quando aveva lasciato il Darfur, non aveva mai visto il
mare. E anche qui, Roma-Darfur continua a fare da cornice alla narrazione. Nello stanzone di una scuola di italiano per stranieri nella periferia di Roma, Ali racconta a Leogrande la sua fuga. “Non era solo il fatto di essere in Europa e non più in Africa, Ali, sentì di aver oltrepassato una linea.”
Hamid è un giovane somalo e ha la mia età, 22, ma quando ha iniziato il suo viaggio, ne aveva 13.
Indossa un cappellino con la scritta Boy. E' uno dei pochissimi a essersi salvato a uno dei più grandi naufragi del Mediterraneo, avvenuto nel 2011 davanti le coste della Libia. E' in Italia da quattro anni e nei tre anni precedenti al suo arrivo (dal 2008 al 2011) è stato in Libia, a Tripoli,
dove aveva lavorato come Magazziniere, insieme ad altri ragazzi della comunità somala. Era rimasto lì perché “avevano chiuso il mare”, ma poi la guerra ha cambiato tutto e di colpo il mare non è più chiuso, la “muraglia impenetrabile” sembra aprirsi. Gheddafi gioca la sua ultima carta: la bomba dei migranti, l'abbattimento delle frontiere, e così li spinge a migliaia, che in virtù degli
accordi bilaterali aveva a lungo bloccato nelle carceri per impedirne la partenza verso l'Italia. Sono stati loro a mandarli verso L'Italia, ci conferma Hamid. E arriva a Lampedusa, a noi molto cara. A Lampedusa, ci rimane solo un giorno, giusto per farsi prendere le impronte digitali, il giorno dopo
una nave lo porta a Taranto fino a che il nostro Hamid, alla fine, giunge a Tor Vergata, e adesso vive lì. A Lampedusa ci tornerà anche Leogrande ad un anno dalla strage del 3 ottobre 2013 per seguire le commemorazioni che ci sarebbero state. Tra i vari ragazzi giunti c'è pure Adhanom, che ha perso il fratello e lo zio, che era proprio accanto a lui nella strage. Almeno, per una volta voleva
“rivedere con occhi diversi l'isola e il mare” in cui era giunto. Lampedusa è l'isola del contrasto per eccellenza a mio avviso. Come indicato da molti siti turistici, possiede davvero tra le più belle spiagge al mondo, ma è un paradiso davanti al quale sono morte tante persone.
Tanti tasselli, tanti frammenti, eppure non riesco ad acchiapparli. Leogrande ci trasporta in questo viaggio, e capovolge la situazione. La naufraga sono io, in questo immenso mare, che poi tanto
grande non è, io mi ci perdo, perdo la cognizione del tempo, dello spazio, e mi sento come un legnetto minuscolo in balia delle onde, del vento, e mi faccio trascinare dalla forze delle storie di questi uomini e donne, di cui mi sembra di sapere molto, ma di cui invece non so niente.
“L'Eritrea è vicina”. Ci siamo, penso. Finalmente si parla e si ricostruisce la storia degli eritrei, popolo forzato alla migrazione da una feroce dittatura, causata anche da noi, dal colonialismo italiano. E siamo accompagnati per mano da Syoum, un eritreo che vive in Italia da quando era piccolo. Syoum non è il suo vero nome, ma per tutto il libro molti sono i volti senza nome, o meglio
un nome lo hanno, è ovvio, ma non ci dicono quello “vero”, non vogliono che si sappia la loro identità per paura di subire ritorsioni da parte del regime che ancora governa in Eritrea.
Syoum ci racconta del grande naufragio di Lampedusa, avvenuto il 3 ottobre 2013. Il grande naufragio rappresenta un brutto colpo per l'immagine del dittatore Afewerki: un intero popolo che cerca disperatamente la fuga. Perché sì, erano quasi tutti eritrei il 3 ottobre. Su 366 vittime accertate, 360 erano eritrei e gli altri 6 etiopi.
“Il viaggio “ci informa“costa dai 3000 ai 4000 dollari, è molto lungo e per capire quello che è successo devi sapere perché sono partiti” spiega Syoum. Infatti l'Eritrea è l'unico paese al mondo in cui è stato istituito il servizio militare obbligatorio a tempo indeterminato. Chiunque, dai 17 anni ai 50, viene richiamato alle armi ed è sottratto ad ogni attività per un tempo indeterminato. “E la verità” ha aggiunto, “è che è impossibile smilitarizzare una società militarizzata”. Il conflitto permanente è inoltre motivato dal conflitto con l'Etiopia, di fatto ancora in corso, ma in realtà trasforma nella vita di tanti in una sorta di reclusione. Questi viaggi sono una conseguenza del colonialismo italiano, perché a differenza dell'Africa occidentale, dove c'erano i tedeschi e i francesi, gli italiani non hanno lasciato uno stato.
Sto iniziando a capirci qualcosa di più. Riguardo google maps, scrivo “Italia-Eritrea” e questa volta un tragitto c'è. Una linea, blu, che mi dice che in volo sono 7 ore e 20 minuti a partire da 491 euro.
Confronto i numeri, i dati che ho. 7 ore seduta comodamente ( più o meno ) in un aereo di linea contro mesi, anni, di viaggio: a piedi, nascosto nelle stive di un camion, in barconi. 491 euro contro 3000-4000 dollari quando va bene. E tutto ciò dipende da una linea, magari questa volta non blu, dipende dal colore con cui la immaginiamo, e dalla posizione in cui stiamo in
questa linea. Io sono nella parte a nord della linea, Syoum, Hamid, Ali e tutti gli altri a sud. Nati dalla parte sbagliata di un gioco illogico più grande di noi.
Questa linea, come la definisce Leogrande, è “immaginaria, eppure è reale, esiste: E' la frontiera che separa e insieme unisce il nord del mondo e il sud”. Provo a schiacciare su google maps il tragitto a piedi. Mi dice che non è disponibile. Mi dice “a piedi, non è disponibile”. Lo sospettavo.
Eppure anche questo percorso esiste, è disponibile. Migliaia di persone tutti i giorni lo fanno.
Dall'Eritrea ci dirigiamo in Sinai, una penisola parte dell'Egitto e che è zona di congiunzione tra i continenti Africano ed Asiatico. Incontriamo Behran, un ragazzo eritreo sequestrato e portato in Sinai e insieme a lui Don Mussie e Alganesh Fessaha, che vive a Milano e coordina il lavoro di un 'organizzazione non governativa che si occupa di eritrei in fuga dal regime e del traffico di esseri
umani nel Sinai.
Anche in Sinai emerge una “questione eritrea”; a differenza dei somali o degli etiopi, gli eritrei non hanno un posto in cui tornare e in queste condizioni dilaga la trattativa privata. Di conseguenza gli eritrei diventano una merce ambita per gli schiavisti. Perché il Sinai? Perché sono i percorsi dei
beduini. Prima facevano avanti e indietro con armi e droga, adesso caricano le persone. Con Hamad, un ragazzo afghano, siamo quasi giunti alla fine del nostro viaggio. Siamo in Grecia, a Patrasso. Ahmad ce l'ha fatta ad arrivare in Europa. Patrasso è uno dei grandi snodi dei viaggi dei migranti. Chi arriva a Patrasso ha già superato il confine tra Grecia e Turchia, ha oltrepassato
il fiume Evros, che rappresenta uno dei principali punti di passaggio, ed è proprio per questo motivo che da dicembre 2012 la Grecia ha completato la costruzione di un muro di 12 km di cemento e filo spinato lungo il confine che, seguendo il fiume, la separa dalla Turchia. Ma una volta giunto a Patrasso, nessun migrante pensa che il viaggio sia finito. La Grecia rappresenta
solo un punto di passaggio verso l'Europa che conta. Vogliono tutti andare a nord, verso la Danimarca o la Svezia. Lì, i rifugiati, ricevono un assegno mensile e frequentano un corso di due anni per imparare la lingua. Nei racconti dei rifugiati, il nord appare come il regno della pace, una terra benedetta dalla neve. Bisogna dunque stare attenti a non farsi prendere le impronte digitali
che, come prevede il Regolamento di Dublino, obbliga i rifugiati a chiedere l'asilo politico nel primo paese in cui si sbarca. Leogrande ci informa che Patrasso è una città di “frontiera” da sempre, disputata nei secoli tra turchi e veneziani, sempre considerata un porto verso l'esterno, verso l'italia. Ma, la “pulizia etnica” di Alba Dorata, e l'operazione “Xenios Dias” che prevede l'arresto e
il trasferimento nei centri di detenzione dei migranti privi di documenti, hanno portato a rotte alternative, perché Patrasso è considerata troppo pericolosa. Tutto ciò ha creato in Grecia un effetto imbuto perverso nel quale chi entra vorrebbe andare via ma intanto ingrossa le file di persone a pochi metri dal porto. Così ha preso piede una via di terra, alternativa a quella di mare : il viaggio attraverso i Balcani. E qui incontriamo Aamir, che è stato uno dei primi a percorrerla, andando dalla Grecia all'Ungheria senza passare dall'Italia, partendo nel 2010.
Dopo il suo viaggio però, le tratte balcaniche sono finite sotto il controllo dei trafficanti. Oggi le guide si fanno pagare circa 3000 euro a persona per trasportare chi fugge dall'Ungheria.
E siamo giunti in Italia. Ho attraversato la frontiera comodamente seduta sulla mia poltrona, tranne ogni tanto, mentre girovagavo per la stanza per sentirmi meno in colpa. Mi viene spontaneo chiedermi se anch'io potrei mai fare un cammino del genere. Forse no. O forse si.
“Devi essere un rifugiato, per capire quel momento” e lo dice anche Aamir. E le 28 leggi del viaggio, scritte da Sinti e Dag, due etiopi rifugiati che vivono a Roma, ce lo spiegano ancora
meglio. Soprattutto la numero 17: “Mantenere viva la convinzione del perché del proprio viaggio.” E la 21 “avere coraggio”. Eh si, perché non é come decidere di partire per il cammino di Santiago. Certo, anche per quello ci vuole determinazione e coraggio. Ma qui, c'è di mezzo la tua vita, la
consapevolezza che forse non ce la farai. Ecco perché la legge numero 28, l'ultima, ti avverte di “Non guardarti indietro.”
Me lo chiedo mentre sorseggio del tè caldo e fuori piove. Chissà. Sospiro. Non é facile. Ci stiamo avvicinando sempre di più. Ritorno al mio fedele compagno google maps, che tanto fedele abbiamo visto non è. Quella striscia di mare, indefinita e di un omogeneo azzurro opaco, a guardarla da quassù, sembra così innocua, e piccola che quasi mi sembra di poterla attraversare anche io. Ci appoggio il dito sopra, è grande quanto il mio pollice, la distanza tra Tripoli e
Lampedusa sembra superflua. Le distanze non sono altro che percezioni. Un attraversamento infinito, due punti distanti, due coste lontane per chi le attraversa. Controllo, cerco se esiste un percorso via nave su google maps. Ovviamente non c'è, ma eccome se esiste.
Il 13 ottobre, a due settimane dalla strage di Lampedusa, il governo italiano vara l'operazione Mare Nostrum inviando delle navi della marina militare oltre le proprie acque territoriali in cui il mare di mezzo è di tutti e di nessuno. L'Italia decide di mandare davanti alla Libia quelle stesse
navi che solo quattro anni prima erano destinate a intercettare i barconi e rispedirli indietro. A parlarcene è Giuseppe Sacco, medico che durante Mare Nostrum è stato impegnato a bordo della
“San Giusto” e della “San Giorgio”. “Dunque gli scafisti, contando sull'intervento di Mare Nostrum, abbandonavano i barconi alla deriva.” ci conferma. Da qui nasce l'accusa che una missione delgenere abbia incentivato le partenze, incentivato la pratica adottata dai trafficanti di lasciare le
carrette in alto mare e tornarsene indietro. E chi invece ha sostenuto, come Sacco, che quelle persone sarebbero comunque partite.
La frontiera si è spostata più a sud, tra le onde del mare e ha portato a soccorrere circa 156.362 persone in poco più di un anno. Nel 2014 il governo ha sospeso la missione perché “troppo dispendiosa”, così annuncia di volerla sostituire con una nuova missione: “Triton”. Con Triton le modalità di soccorso cambiano radicalmente: si limita a controllare le coste e a pattugliare le
acque territoriali; l'area controllata si riduce del 70%: si tratta solo delle acque territoriali. Con la chiusura di Mare Nostrum, però, gli sbarchi non sono diminuiti,anzi, sono aumentati. Dunque gli sbarchi continuano, ma in maniera più disordinata. La frontiera è di nuovo arretrata e torna a coincidere con le coste italiane. I luoghi che emergono dalla narrazione sono dei luoghi sicuramente che puntano all'esclusività, incerti, chiusi e opprimenti. Territori che presentano un grave deficit di territorializzazione, nel quale le persone non hanno la possibilità di esprimere dissenso, dar voce ad una protesta( che
abbiamo visto essere una delle dimensioni chiave della cultura).
Pensiamo per esempio a Patrasso, che fa parte dell'Europa, in Grecia, e che dunque nel nostro immaginario la percepiamo più tollerante ed accogliente. A Patrasso, c'è il gruppo di Albadorata il quale obiettivo dichiarato più volte è quello di “sgozzare i vermi che arrivano in città” perché
continuano, “ se servirà ci sporcheremo le mani, la PATRIA è al di sopra di ogni cosa”.
La pulizia etnica a cui accennavo prima è perseguita meticolosamente; non solo a Patrasso, anche in altre città greche come Rafina, Atene, e così via. Si sentono legittimati perché protetti dall'immunità parlamentare (ad alcuni di questi attacchi partecipa anche la consigliera comunale Themis Skordeli). Vogliono farsi istituzione, decidere “chi può essere parte della comunità e chi
no”. Continuano a tracciare linee di demarcazione tra noi e loro, continuano a produrre una divisione dai confini molto netti. Inneggiano alla purezza della razza ariano-ellenica. Si definiscono “ultranazionalisti”. Che cosa accade al concetto di luogo e identità oggi? Le persone propongono
l'affermazione di un luogo in senso esclusivo, proprio però, nel momento in cui flussi sempre più intensi, quelli attuali, rendono tale idea difficile da sostenere. E' proprio la crescente mobilità spaziale e la sensazione di venire “invasi” che accresce il bisogno di un luogo come spazio sicuro.
E questo, sta proprio in parte la rinascita dei nazionalismi esclusivi, come in questo caso il gruppo di Albadorata. Attuano, quello che Massey spiega bene, “una reazione difensiva in grado di
innescare il processo di affermazione di identità legato ad un luogo.” Sancendo quindi l'identità (chi sta dentro) e l'alterità (chi sta fuori). E porta, di conseguenza, ad una geografia del rifiuto, che continua ad alimentare e strutturare inuguaglianze. Mi viene spontaneo pensare, di contro, che
per cercare di trovare una soluzione a questo problema, si dovrebbe proporre una geografia dell'accoglienza, di cui parla Iris M, Young, nel quale ogni gruppo presente è riconosciuto e legittimato nella sua diversità. Ovviamente il rischio è che si formi un accostamento di diversità ma non legittimate a stare.
Inoltre si sa che, i luoghi, sono interconnessi e interdipendenti, ma in
maniera disuguale; i rapporti sociali che li collegano, sono rapporti di potere. Basti pensare al Trattato di amicizia Italia-Libia (Bengasi) del 2008 e a tutti gli altri accordi tra le varie potenze redatti negli ultimi anni. Come dice bene la lettera di Mogos Berhane a Stefano Liberti “Gli interessi economici e politici hanno prevalso sui diritti umani e in particolare su quelli dei
rifugiati…” Siamo di fronte ad una geografia del potere che struttura le ineguaglianze dello sviluppo. In fondo, tracciare gli stessi confini, è esercitazione di un potere.
Oggi più che mai la migrazione è legata a questioni sociali della globalizzazione, e rappresenta un rafforzamento di uno sviluppo spaziale irregolare, collegato appunto a rapporti di potere
internazionali che controllano i flussi migratori e innalzano barriere. Finché il capitale, il denaro, sarà libero di vagare per il mondo mentre le persone no, saremo sempre di fronte ad un processo
di esclusione sociale. Ci si preoccupa più dell'immigrazione “incontrollata” che potrebbe minacciare la sicurezza nazionale, o l'identità culturale, che alla sicurezza dei rifugiati. Quale diritto alla libertà di movimento delle persone? Nessuno, a mio avviso. L'occidente in realtà, nega a chi ha perduto il proprio luogo di origine nel mondo, la possibilità di trovarne un altro. Solo i
“migranti desiderabili” possono entrare, mentre gli indesiderabili no. La restrizione al movimento libero di persone quindi non è altro che un tentativo di controllo nel quale non si fa altro che svelare il paradosso sul diritto alle migrazioni.
E torniamo a noi, il 19 aprile 2015 un peschereccio si rovescia a poche miglia dalla costa libica. In una sola notte muoiono 800 persone. Il 28 maggio 2016, pochi giorni fa, sono sbarcate 699 persone a Pozzallo. Tante donne e tanti minori, dall’Eritrea, dall’Etiopia, dalla Somalia, dal Ghana, dalla Nigeria. Come è chiaro, la maggior parte continuano a provenire principalmente dal corno
d'Africa.
Si parla di “fermare i viaggi per fermare le stragi”. Ma è davvero questa la soluzione?
E intanto vengono costruiti nuovi muri, nuove barriere, e davanti a questi blocchi si sono creati degli accampamenti che hanno reso evidente la cosa, come ad Idomeni, per esempio. Dopo la caduta del muro di Berlino, simbolo per eccellenza dei muri, nell'estate del 2015, come funghi, nascevano altri muri, altre frontiere, a ricordarci che il mondo è spaccato in due, una
grande faglia lo divide, una crepa della terra, evidente, spessa. Oltre a questo si aggiunge il “Processo di Khartorum” trattato anche a lezione. Un accordo dei paesi dell'UE, dei paesi del Corno D'Africa e alcuni paesi di transito dei migranti, che prevede come obiettivo di spostare la frontiera più a sud, creando nei paesi africani dei campi di raccolta. Il paradosso, tra i tanti, è che per erigere tali barriere si cerca la collaborazione degli stessi paesi da cui i profughi scappano.
Mi sono rimaste tante cose da dire, ma concluderò dicendo che bisogna proteggere le persone e non i confini. Vi lascio con una poesia di Warsan Shire : “Casa” che potete trovare a seguente link:
http://www.petalirossi.com/?page_id=326