LE SFUMATURE CONTEMPORANEE DELLA FOTOGRAFIA DI STRADA
di Nicola Bustreo
Un proverbio giapponese recita: “L’uomo in silenzio è più bello da ascoltare”. Le parole di Roberto Ramirez sono intrise di quel silenzio. L’intervista al giovane autore ecuadoregno, che tuttora vive e lavora a Milano, ci racconta con alcune parole, e lasciando riecheggiare le sue fotografie, una nuova quotidianità dell’essere umano. Umiltà e fatica, normalità e routine ci sono presentate attraverso il suo percorso fotografico fatto di ispirazioni, idee molto chiare e una fotografia che “si deve mettere al servizio” con un tocco di contemporaneità.
1) Roberto Ramirez: who , what , when , where , why
I miei inizi sono stati molto comuni. Mi sono avvicinato alla fotografia imparando la tecnica, e nel mentre ho capito che i soggetti che mi attiravano maggiormente erano le persone e i loro costumi sociali. Ma quello che mi colpiva nell’osservare ciò che mi sta attorno, è come la “forma” della realtà ci permette di comunicare e soprattutto vivere quello che siamo oggi. Infatti il mio approccio quando fotografo è sempre quello di documentare i nostri tempi. E di questo sono convinto. Penso che se prima non capiamo i mondi che sono più vicini a noi, non possiamo capire le altre realtà a volte molto più complicate e soprattutto molto più lontane.
2) Quali fotografi hanno ispirato i tuoi inizi fotografici? E soprattutto per quale caratteristica stilistica?
Gli autori che mi hanno colpito con il loro stile sono stati senza ombra di dubbio Leonard Freed e William Klein. Del primo mi interessa la naturalezza con cui coglie le scene, senza quella eccessiva ricerca formale. Penso che Freed abbia la capacità di non appesantire eccessivamente l’attimo che coglie, rendendo così la fotografia accessibile a tutti. Immediata, efficace ma con semplicità. Invece Klein lo apprezzo per la sua capacità di saper creare, e cogliere, la relazione tra i diversi personaggi delle sue immagini. Molto interessante è il modo con cui riesce a caricare di forza gli sguardi dei soggetti avvicinandovisi tantissimo e come associa questa sua peculiarità al lasciare l’immagine un po’ “sporca”.
3) Freed e Klein sono indiscusse pietre miliari nella cultura dell’immagine contemporanea. Ma dal 2002 vivi a Milano. Cosa ha trovato la tua fotografia in Italia, o meglio chi hai incrociato nel tuo percorso artistico?
Intanto ti dico che non ho una storia come quella di tanti fotografi che hanno iniziato a fotografare fin da piccoli. Nella mia famiglia non c’è nessuno che ha una particolare vena artistica. Il mio percorso inizia con la nascita di mia figlia. Infatti comprai una macchina per scattarle delle fotografie e solamente dopo crebbe la curiosità per questo linguaggio visivo. Ma soprattutto si sviluppò in maniera esponenziale, tanto da portarmi a studiare meglio le sue caratteristiche tecniche. Oramai ne ero affascinato. Sono sempre stato un autodidatta. Internet in questo caso si è rivelato fondamentale. Io sono figlio del web e non nego questo aspetto. In particolare ho cominciato a seguire un gruppo di fotografia nato dal web di Roberta Pastore e Amos Farmitanos e per questo ad entrambi devo moltissimo. A un certo punto mi sono trovato a un bivio: il web non mi bastava più specialmente negli ultimi tempi dove ai troppi " mi piace" mi si paventava la poca critica e questo per me è un aspetto importante. Allora, non avendo ancora mai frequentato un corso, decisi di iscrivermi al Circolo Fotografico Milanese, dove ho finalmente trovato quel confronto di cui necessitava il mio accrescimento visivo. Il faccia a faccia l’ho trovato in Ernesto Fantozzi, Enrico Franchini e Sergio Magni, i quali si sono rivelati fondamentali per ottenere quella marcia in più a crescere fotograficamente.
4) …e come ti hanno influenzato?
Direi che mi hanno influenzato nel metodo d’approccio, nell’essere al servizio di quello che mi sta intorno e non il contrario. Mi hanno insegnato a non cercare solo l'effetto “wow” ma ad adeguarmi al contesto per trovare più sostanza nell’immagine finale. Per ottenere ciò cerco di raccontare qualcosa, come dice Ernesto “non solo mettendo la fotografia in vetrina”, ma scovando nei gesti ed in ogni particolare l’energia della realtà da cui l’ho colto.
5) Se dico Andreas Petersen, Roberto Ramirez che cosa immagina?
Ammiro molto i fotografi che come Petersen riescono a farci vedere quelle cose che ci rendono umani. Tra l'altro lui lo fa in modo molto efficace alternando la fragilità umana ad attimi di allegria e di generosità. Ha uno sguardo acuto, non convenzionale che diventa per i più qualcosa da nascondere mentre per lui rappresenta il soggetto primario.
6) Reportage e street photography…cosa possiedi dell’uno e cosa dell’altra. E soprattutto dove stiamo andando…
Delle due cose potrei dire che per me è sempre importante raccontare qualcosa nella fotografia di strada cercando di non spingere all’estetica fine a se stessa. Per me un’immagine non deve urlare ma deve essere in grado di parlare. E’ innegabile che il reportage sia cambiato. Fa parte dell’uomo evolvere e ci sta! È naturale cercare nuove vie per raccontare il mondo che ci circonda. E per farlo si può usufruire della contaminazione con l'arte contemporanea, senza dimenticare che questo avvenga all’interno di un rapporto più bilanciato possibile tra etica ed estetica. E’ in questa chiave visiva che mi vengono in mente le fotografie di Lucas Foglia, Simon Wheatley , Mike Brodie e anche Jerome Sessini. In maniera differente, ma allo stesso tempo simile, questi autori, per me, riescono a rapportarsi alla realtà e alla loro rappresentazione in maniera molto rispettosa di entrambi gli aspetti.