(via Mio intervento al primo Congresso sui Diritti Umani e la Libertà organizzato dall'Università Gabriel Rene Moreno di Santa Cruz (Bolivia))
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(via Mio intervento al primo Congresso sui Diritti Umani e la Libertà organizzato dall'Università Gabriel Rene Moreno di Santa Cruz (Bolivia))
#libertadiespressione
Un’occasione mancata
A proposito dell’attentato contro Charlie Hebdo.
Una cosa che miha particolarmente scosso è il modo in cui la notizia è stata trattata dai media giapponesi, almeno fino alla mattina (giapponese) seguente. La prima cosa che ho fatto appena mi sono svegliata è stata accendere la TV. Nulla. Ho riaperto le pagine online dei più importanti quotidiani nazionali e per trovare la notizia ho dovuto scrollare la pagina fino al fondo, dove sono riportate le notizie sugli esteri. Tranne un articolo tutti gli altri erano privi di qualunque riferimento alla libertà di stampa e di opinione, o alla reazione dei cittadini che in tutta europa si erano uniti per difendere qualcosa che ritenevano fondamentale. Nessun riferimento a tutto ciò. L'incidente liquidato in dieci righe nelle quali venivano riportati i fatti e nulla di più.
Ma ad un certo punto, dopo un paio di giorni, i commenti alla vicenda sono arrivati anche qui. Sono stati molti i quotidiani a parlare della questione della libertà di espressione, del ruolo della satira e di come affrontare questo problema nel mondo globalizzato.
Bene.
Per non perdere di nuovo le parole e soprattutto per non perdere l’occasione di un confronto per me estremamente interessante, ho proposto questi argomenti come tema per il primo incontro tra studenti della facoltà di diritto e scienze politiche qui all’università.
Mi è stato chiesto di introdurre l’argomento.
Ho quindi introdotto il tema in modo generale affinché se ne potesse discutere abbattendo le barriere tra le varie discipline e poterne parlare insieme, ognuno portando quello che sentiva più proprio.
Nella presentazione si sono toccati temi quali: la libertà di espressione in quanto concetto giuridico e connessi ad esso la limitazione della libertà di stampa, la laicità, la ridefinizione dell’identità di uno stato (in modo particolare a fronte della possibile limitazione della libertà di espressione dovuta a motivi religiosi), il ruolo della satira nella società globalizzata, la moltiplicazione dei livelli di interpretazione dello slogan “Je suis Charlie”, il rapporto tra satira e politica...
Insomma, molta carne al fuoco.
Peccato che poi la discussione non ci sia stata.
Io che avrei voluto sentire l’opinione dei partecipanti quanto meno in riferimento alla satira in Giappone, alla libertà di espressione (che anche in riferimento alla recente legge sul segreto di Stato, ai continui "Hate speech" nei confronti dei cittadini coreani residenti in Giappone pensavo toccasse da vicino anche loro)... non ho sentito praticamente nulla.
Dopo la presentazione, la prima domanda è stata a proposito del ku klux klan e chi l’ha posta si è rivolta ovviamente agli studenti di diritto americano presenti alla discussione.
A nulla sono valsi tentativi di portare acqua al mio mulino quando ho chiesto cosa pensavano della vicenda provocata dal racconto satirico di Fukazawa (qui) o di quella del sito internet di protesta contro Abe bloccato dal fondatore (con annesse scuse) dopo le critiche del primo ministro a ridosso delle elezione (qui) .
La discussione non è decollata, nulla.
Un’occasione persa, almeno dal mio punto di vista.
Quando la sera l’organizzatrice mi ha scritto ringraziandomi e dicendo che aveva ricevuto mail che si complimentavano per l’iniziativa sono rimasta molto sorpresa. Le ho risposto sinceramente dicendole che a me non sembrava fosse andata troppo bene in realtà...
In risposta mi è stato detto che anche lei avrebbe voluto analizzare i temi proposti, ma le mancavano le conoscenze necessarie a svilupparle.
A questo punto è inevitabile chiedersi: è davvero impossibile discutere di un tema abbastanza liberamente, dicendo le proprie idee senza che ci sia necessariamente un testo su cui basarsi, a cui fare riferimento o portare delle critiche? O è sempre necessario parlare di un argomento citando auctoritas che hanno scritto e commentato situazioni simili?
Di sicuro – anche in quanto occasione persa – questo incontro è servito. Non so se sia davvero la paura di una mancanza di una solida base di conoscenze teoriche (?), la paura di sbagliare o il totale disinteresse per un fatto di cronaca avvenuto dall’altra parte del mondo. Ma l’approcciarsi ad un problema non strettamente accademico e la sua discussione, sebbene in un ambiente abbastanza rilassato, è nella maggior parte dei casi e, strano a dirsi, specialmente in unversità, un’impresa praticamente impossibile... Ne ho avuta l’ennesima conferma.
" L’attentato alla redazione di Charlie Hebdo ha sconvolto il mondo. Ma a breve si tornerà a ignorare quanto la libertà di stampa e di espressione sia quotidianamente minacciata nell’indifferenza totale di media, opinione pubblica e governi. A Parigi matite e penne in aria contro il terrore degli AK47. Voglio metterci la faccia e la mia penna, e spero che insieme a me anche voi possiate alzare la vostra penna, nostra unica arma. La parola che diventa bersaglio più dei parlamenti, più delle caserme. Perché più nelle istituzioni, è nella parola che risiede ciò che i fondamentalismi, ciò che gli estremismi vogliono colpire." - Roberto Saviano #charliehebdo #inaltolepenne #jesuischarlie #robertosaviano #libertadiparola #libertadiespressione #libertadistampa #france #paris
L'anonimato sul Web e le sue contraddizioni
Ciò che spesso seduce di Internet è il suo ipotetico anonimato. Ci si illude, quindi, di essere sulla rete totalmente privi di identità. Ma, innanzitutto, qual è la definizione di anonimo? Perché si vuole restare anonimi? Citando Wikipedia: "l'anonimato è lo stato di una persona anonima,ossia di una persona di cui l'identità non è conosciuta. [...] Nascondere la propria identità può essere una scelta, per legittime ragioni di privacy e,in alcune occasioni, per sicurezza personale." A mio parere, è proprio il concetto di sicurezza personale quello che muove gli utenti: vogliono essere sicuri di potersi esprimere liberamente e di poter fare ciò che vogliono, ciò che magari la vita reale gli preclude.Se da una parte l'uomo moderno aspira ad essere l'unico tra tanti, il migliore, il supereroe, dall'altra, contemporaneamente, vuole essere uno tra tanti,in modo da non essere notato mentre fa ciò che più gli aggrada,vuole essere libero. Ovviamente, la libertà, come anche l'anonimato, su Internet sono puramente illusori ed effimeri: siamo tutti riconoscibili tramite codice IP.
Fonte: Flickr
L'utente medio cerca l'anonimato. Chi per esprimere le proprie idee, chi per non essere inibito, chi per essere insultato senza essere riconosciuto (come molti giovani fanno su Ask.fm). Ci si registra sui siti web con uno pseudonimo, o meglio un nickname, grazie al quale ci si può esprimere liberamente senza temere di essere riconosciuti o che le proprie opinioni vengano rifiutate a priori. Questo si può forse paragonare a ciò che già avveniva nell' 800, se non prima, quando le donne usavano degli pseudonimi maschili per pubblicare libri che sarebbero stati altrimenti ignorati, come nel caso di Charlotte Bronte. Quindi pubblicare scritti anonimi o firmati con pseudonimi non è una pratica nuova o considerata eticamente scorretta, ma anzi è già consolidata e accettata. Eppure su internet l'anonimato viene visto diversamente, certo come una possibilità ma anche come un pericolo.
Fonte: Google Immagini
Nella società in cui si vuole controllare il cittadino, non gli si può lasciare tra le mani un mezzo di comunicazione in cui si possa essere completamente anonimi. E infatti, nella maggior parte dei casi, su Internet non lo si è affatto: basti pensare a tutta la pubblicità che Facebook e altri siti ci propinano, consci del fatto che abbiamo guardato quel prodotto proprio qualche minuto prima. Alcuni difendono l'anonimato su internet in quanto lo considerano un bene prezioso e inestimabile, poiché garantisce la privacy. E' il caso di Tor, un sistema di sicurezza informatica che mira a proteggere gli utenti e la loro privacy, facilitando la comunicazione anonima e rendendo difficile risalire all'utente originario.
Ma se da una parte si vuole essere anonimi, dall'altra bisogna ammettere che sono a volte gli utenti stessi a rifiutare l'anonimato. Basti pensare a Facebook,dove nessuno sembra aver cura della propria privacy, scrivendo nei propri "stati" vicende personali, o pubblicando foto o facendo sapere ad amici e non dove si trovano in quel momento. Complici di Facebook gli altri social network,come Instagram e Foursquare. Questa è ovviamente una contraddizione: vogliamo l'anonimato quando ci serve eppure siamo noi stessi a dire al mondo chi siamo e cosa stiamo facendo.
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Mara Solli