Tempo fa avevo scritto quello che sarebbe vuouto essere un post, ma che non ho mai più pubblicato:
"Ai giapponesi piace l'Italia: piace il cibo, il vino, l'arte e la cultura. L'Italia è una delle mete che i bambini scelgono per i loro viaggi immaginati a scuola (a quanto mi raccontano alcune mamme), una delle mete preferite di adulti e pensionati che si godono il tempo finalmente libero della pensione. Quindi, ça va sans dire, ci sono parecchi lavori che permettono di avere contatti con l'Italia, ma anche l'insegnamento della lingua e della cultura sono attività ancora abbastanza ricercate.
Ovviamente questa è una lama a doppio taglio. Spesso una sovraesposizione del Bel Paese mostra anche aspetti surreali, ci fa apparire come macchiette. Questo andrebbe anche bene (noi stessi ci giochiamo) senonché in alcuni momenti diventa la parte preponderante che viene mostrata, quella che poi rimane nell'immaginario collettivo. Quella quindi che viene amata, sbeffeggiata e criticata.
Quante volte mi è capitato di sentirmi rimproverare che gli italiani arrivano tutti e sempre in ritardo, quante volte che gli italiani "ci provano" sempre con tutte. E da dove arrivano poi queste certezze? Non tutti riescono a vivere a lungo in Italia per cogliere davvero pregi e difetti. Quindi?
Due settimane fa un'amica mi ha chiesto di parteciapre ad uno show televisivo in cui avrei dovuto presentare Milano. Non entusiasta della proposta mi sono inizialmente tirata indietro dicendo poi di tenermi in considerazione nel caso in cui non avessero trovato nessun altro. Ovviamente nessun milanese era disponibile per l'intervista, ho dunque ricevuto la telefonata dell'agenzia che recruta タレント (talent) che mi anticipava un colloquio telefonico con la responsabile del programma TV. Ora, sono molti i programmi di varietà che finiscono in caciara e dove spesso partecipano anche stranieri, ma questo era un programma in cui avrei dovuto parlare di Milano, presentare la città. Non essendo io milanese DOC mi sono informata, ho chiesto ad amici quali luoghi meno turistici avrebbero consigliato, dove passeggiare, dove mangiare, dove bere una birra o un bicchiere di vino o dove uscire la sera. Insomma, volevo presentare diverse facce della città a seconda dei gusti, magari delle età. Questa almeno era l'idea che mi ero fatta.
Il colloquio telefonico con la signorina responsabile è stato di tutt'altro tenore. Dopo alcune domande di rito su provenienza, età e stato civile (con conseguente domanda sul divorzio in Italia) si è passati al cuore dell'intervista che rivelava il contenuto dello show.
- Milano è famosa per l'aperitivo: brevi domande su prezzi e menù e poi LA domanda. Ma durante l'aperitivo si fa なんぱ (nanpa)? Ovvero: i ragazzi ci provano? E quando ci provano che cosa dicono? E che cosa si dice alle persone che non si conoscono?
- In palestra (io ho premesso di non essere mai entrata in una palestra italiana, ma questo non ha fermato la resposabile che mi ha chiesto di raccontare qualche storia per “sentito dire”) i ragazzi rimorchiano le ragazze? E in quali momenti? E poi: da cosa si capisce se un ragazzo ci sta provando oppure sta semplicemente parlando?
- Breve scambio di domande sul tema: per gli uomini milanesi (che sono tutti sempre impeccabilmente eleganti) è davvero fondamentale non mettere il calzino bianco sotto l'abito elegante?
- In Italia si riciclano i vestiti (in Giappone nella maggior parte dei casi vengono buttati via), la domanda su questo tema è stata la seguente: a Milano vengono donati alla chiesa anche vestiti di marca? Io ho cercato di farle notare che non tutti i milanesi comprano vestiti firmati, ma le mie parole sono state serenamente ignorate.
Per quanto io abbia cercato di dire la mia su alcune questioni non mi è stato lasciato alcuno spazio. Alla fine dovevo rispodere quello che l’intervistatrice voleva sentirsi dire.
Riprendo questo post il 12 settembre, è l’anniversario della morte di DFW e trovo un po’ ovunque articoli su di lui. Proprio oggi rileggo il suo intervento alla cerimonia di laurea del Kenyon College del 2005 “This is Water” (la traduzione in italiano qui) e mi sono trovata a riflettere su come troppo spesso anche io ceda a quella che DFW definisce la "configurazione di base" trascinata dalla stanchezza, dall'insoddifazione o dalla frustrazione e tendo a mettere un velo sulle cose, un velo che mi impedisce di vedere le differenze e le possibilità che ne derivano. Si può quindi immaginare la mia prima reazione alle domande della responsabile del programma TV.
Ma su tutto questo si può, credo, discutere anche ad un livello più profondo. Proprio oggi ho fatto vedere un video sul razzismo a due mie studentesse. Il video era un’intervista in cui veniva chiesto ad alcuni passanti “Quanto ti senti razzista da 0 a 10?” e le loro risposte.
A partire da una delle risposte ci siamo soffermate a parlare di come per un italiano (poi esteso a occidentale) il gruppo composto da cinesi-giapponesi-coreani sia un gruppo indistinto. Ho chiesto quindi come si sentano nel sentirsi rivolgere costantemente la domanda “Sei cinese?”. Pensavo che potesse alla lunga dare fastidio ed invece mi sono sentita rispondere che questo non crea alcun problema, è un modo che gli italiani usano per chiedere la provenienza dato che di “estremo oriente” forse non sanno nulla.
Allora mi sono chiesta se a me avrebbe dato fastidio se fossi stata nei loro panni. Non mi sono mai trovata nella stessa situazione delle due studentesse, ma un episodio analogo è accaduto qualche giorno fa. Ero seduta sul treno e stavo leggendo. Una mamma con un bimbo di pochi mesi si siede accanto a me. Il bimbo comincia a toccarmi così io mi giro, lo lascio giocare con il dito che cercava di afferrare e lo saluto in giapponese. La mamma guarda il bambino e come se fosse lui a salutare me mi dice “hello!”. Chiaramente la mamma voleva essere gentile, chiaramente io non sono giapponese, quindi: è ovvio che mi si rivolga la parola in inglese.
Ma se io l’inglese non lo conoscessi? Dopotutto le ho parlato nella sua lingua. E mi sono sentita come se in fondo non esistessi, perché come dice DFW nel suo discorso a volte noi pensiamo di essere al centro del mondo con i nostri bisogni e le nostre priorità. Questo caso è diverso da alcuni di quelli esemplificati nel discorso, in cui viene spiegato come in situazioni di tensione e stress si tenda a vedere gli altri come ostacoli e a considereare la propria situazione come prioritaria e la propria posizione come centrale. Mi sono però chiesta come la configurazione di base possa agire in momenti in cui lo stress e la frustrazione non raggungono livelli eccessivi, forse anche nel mio episodio la mamma pensava alla persona che era davanti a LEI e non veramente a me. Non ha minimamente pensato di salutarmi in una lingua diversa dalla sola che LEI ritesse possibile. Va bene, forse era l'unica che lei conosceva, ma in fondo io le ho parlato nella sua lingua. Il fatto di aver parlato in inglese è davvero un passo compiuto verso di ME?
Ho detto quindi alle due studentesse che forse io, pur non considerando ovviamente quella una forma di discriminazione, mi sarei sentita a disagio per il fatto che l’interlocutore non fosse interessato a ME chiedendomi "sei cinese?", in quanto membro di un indistinto gruppo di gente-con-gli-occhi-a-mandorla=cinese. In fondo è così semplice chiedere “Di dove sei?”
Quindi la seppur gentilezza e apertura manifestata dall’attaccar bottone o dal volersi mostrare gentili trasluce invece in questo modo l’orizzonte che si chiude su quelle che sono le poche cose che si conoscono. Non ci si dispone verso l’altro in modo da non essere al centro del NOSTRO mondo, con le NOSTRE certezze o aspettative.
E molto spesso anche io dimentico di poter scegliere di uscirne.