Tanto rumore per una A
#donneconlaA è la campagna lanciata da SeNonOraQuando a favore della declinazione al femminile dei titoli professionali; l'iniziativa è stata raccolta dalla Presidente della Rai Anna Maria Tarantola che ha scritto una lettera aperta affinchè nei programmi televisivi quando si parla di donne sia usato il femminile:
http://www.lastampa.it/2015/03/03/blogs/donnet/marzo-donne-con-la-a-AHSz19Apr3w5AQgXMj6peL/pagina.html
Un'iniziativa che si allinea alla lettera della Presidente #Boldrini che attraverso l'hashtag #nonsiamocosì ha richiamato l'attenzione delle Istituzioni chiedendo la declinazione al femminile nella comunicazione istituzionale:
http://www.askanews.it/politica/boldrini-ai-deputati-usare-il-femminile-per-incarichi-donne_711341894.htm
Non appena la lettera è stata diffusa su twitter si è scatenata un'accesa discussione dai toni più o meno coloriti sul fatto che sia necessario lavorare a temi più importanti e sul fatto che le donne non "hanno bisogno di questo", come chiaramente espresso da Giogia Meloni attraverso il suo blog: http://www.giorgiameloni.com/?p=5723.
Ma qual è il problema di fondo? Mettere una "a" finale è veramente uno sforzo troppo grande? Sembra oltremodo giusto e corretto che quando ci si riferisce a qualcuno si identifichi quella persona per quello che è, anche con riferimento al genere di appartenenza.
Forse è vero le donne non hanno bisogno di questo, ma, del resto forse, in un Paese che riconosce e valorizza le differenze, che offre pari opportunità a tutti non ci sarebbe stato bisogno di una legge ad hoc per garantire la presenza del genere femminile in politica.
Varrebbe, forse, la pena riflettere che il linguaggio veicola un messaggio, identifica nel genere, trasmette immagini e quindi, declinando, al maschile sempre e comunque una certa categoria di termini, nascondendosi dietro il paravento di un neutro, si continuano a perpetrare, soprattutto nei giovani e nei giovanissimi, uno stereotipo di genere che divide l'universo delle professioni in maschili e femminili. Così facendo si insiste a riconoscere la predominanza di un genere sull'altro, si condiziona e inibisce la scelta di percorsi scolastici e professionali (perchè quando io parlo di sempre e solo di meccanico al maschile quanto meno favorisco la visualizzazione di un uomo), il tutto senza considerare la connessione tra un visione androcentrica e i fenomeni di violenza sulle donne.
A ben pensarci quindi alla fine non è una questione da poco, non si tratta di mettere una "A" finale, si tratta di agire attraverso il verbale sul non verbale, passando attraverso delle costruzioni culturali radicate. Forse per questo quella A finale fa tanta paura.














