RUMMO + FENDI: IL MADE IN ITALY SPACCA SEMPRE MA LA LEZIONE DELLA MODA IN ALTRI SETTORI NON VOGLIAMO IMPARARLA #ltcpills #lorenzotiezzi #lorenzotiezzicomunicazione #rummo #fendi #fashion #madeinitaly Rummo e Fendi. 2 eccellenze italiane insieme. La moda insegna sempre come comunicare. Questo orgoglio tutto italiano deve ispirarci tutti, in ogni settore... ma troppo spesso non accade. (presso Lorenzo Tiezzi Comunicazione PR) https://www.instagram.com/p/CFjHqUUMPDj/?igshid=16ybsx1wvsjiq
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Mi hanno intervistato su Donna Moderna: i dinner and dance crescono, ma la disco non muore...
Qui mi vedete in versione splendido trail runner (si fa per dire), ma sono stato appena intervistato da Vera Caprese per Donna Moderna (numero in edicola dal 4 settembre 2019) sui locali dinner and dance come espertone di locali e blogger di AllaDiscoteca. Se avete voglia leggete l’articolo, il giornale lo trovate in edicola o su Readly dove l’ho letto io proprio ora.
Leggete please tutto l’articolo (NON QUI, dove si vede male... ma comprando il giornale!)... intanto vi riassumo una delle cose che ci troverete: i dinner and dance in fondo non sono certo una novità. Ricordo addirittura che io andavo in locali del genere già negli anni ‘80 (alla Casa Cantoniera in Valdarno). Ma allora e pure negli anni ‘90 e 2000 la qualità del cibo era scarsissima in discoteca. Oggi invece il pubblico non lo freghi più: e sia ciò che si beve al bancone, sia ciò che mangi sia ciò che ascolti è mediamente cresciuta moltissimo.
Sto dicendo il contrario di qualche dicono quasi tutti? Lo so. Sono fatto così, penso con la mia testa. E tendo a ricordare piuttosto bene gli unti buffet e i cavalli pessimi ascoltati da tanti “top dj anni ‘90″ in discoteca.
Dopo aver letto volentieri l’articolo (che non riporta solo qualche mio pensiero, ma nasce da idee di chi l’ha scritto e da quel che credono bravi professionisti dei locali), sottolineo che a mio parere i locali dinner & dance non sono certo il nuovo che avanza, né credo siano antitetici alle “vecchie” discoteche in crisi.
Tra l’altro, l’intervista effettivamente pubblicata, per ovvi di motivi di spazio, non riporta nessuno dei locali e degli artisti che ho citato nella lunga chiacchierata telefonica con la giornalista tranne il Lìo Ibiza / Poltu Quatu ma cita nuovi locali milanesi a cui auguro ogni fortuna. Uno degli esempi di dinner & dance di successo che avevo citato, lo ricordo bene, è Donna Rosa 38, a Marina di Ravenna, spiaggia musicale con cena e in console super dj come Mitch B e Robert Eno.
Il mio dj da “dinner and dance” di riferimento resta poi Ben Dj, mago ovunque, ma soprattutto in location ed eventi UP. E’ stato appena intervistato da Libero Quotidiano, per cui di visibilità media non ha certo bisogno...
Insomma, riassumendo per quel che può valere, credo ci sia spazio per tutti. Le discoteche ben gestite di grande successo ancora oggi ci sono.
I dati SILB non dicono tutto e non tengono ovviamente conto del fatto che i giovani e i giovanissimi oggi molti di meno rispetto a quindici anni fa. L’Italia invecchia. E i beach party di Jovanotti, un mix vincente, di discoteca, spiaggia e musica dal vivo, sono un luogo per tutta la famiglia... la discoteca, ovviamente no, è solo per i 16 - 25 anni, ma non muore.
E’ che i successi delle disco, non fanno notizia; così non fa davvero notizia il successo del Cost a Milano o di Villa Bonin a Vicenza (locali in cui si cena e poi si balla) è costante, anzi spesso crescente.
Si parla invece sempre della chiusura del Cocoricò, perché lì tanti 30 e 40enni hanno trovato l’amore e il divertimento,
ma oggi succede lo stesso a Riccione al Samsara o a Villa delle Rose o all’Altro Mondo o al Peter a Villa Papeete (...) o altrove in zona. Solo che i “vecchi” come chi scrive (ho 47 anni) preferiscono raccontarsi che ci si divertiva solo ieri o ci divertiva MOLTO meglio ieri... e andare nei locali dinner and dance o all’Ushuaia di Ibiza (in cui si balla di sera e di pomeriggio, non non di notte) perché vivere di notte, stanca fisicamente... la notte delle disco c’è ancora.
Ripeto: di discoteca si parla solo al passato o quando ci sono problemi, visto che il rito del ballo nei decenni cambia poco. Ma funziona ancora: è in discoteca che spesso ti innamori per la prima volta.
Non discuto certo la crescita dei concerti, ma la bella scena trap italiana, ad esempio trova sfogo in discoteca, mica nei piccoli live club. La discoteca resta, per fortuna o purtroppo, l’unico posto aperto dopo una certa ora. E’ l’unico posto aperto quando i vecchi vanno a dormire e quindi per noi vecchi... in qualche modo rappresenta il peccato e ciò che non siamo più, rappresenta il pericolo.
Chiudo un esempio concreto. Quest’estate Bussola Versilia, storica discoteca di Marina di Pietrasanta in cui si sono esibiti Gino Paoli e Mina (e mille altri) è finalmente tornata al grande successo. E’ accaduto anche o soprattutto al format del sabato, Vida Loca, un musical notturno senza star ma di livello artistico notevole, una festa che sa scatenare grande coinvolgimento. I media hanno parlato di questo successo? Pochissimo. Si è invece parlato con lunghi articoli, pure sul Corriere, di una chiusura temporanea del locale per problemi di superamento della capienza. Perché ovviamente Mina e Gino Paoli sono mille volte più famosi di Vida Loca e Vida Loca, in fondo, non è che una festa in discoteca, luogo poco “cool”.
Booking, logo mania, ego… altro che rockstar: è tutto dj marketing (con 2 t)
Com'era bello il rock and roll. Erano tutti fatti o alcolizzati e magari crepavano (vedi Bonzo dei Led Zeppelin, vedi Jim Morrison / Doors, vedi Jimi Hendrix, vedi Janis Joplin, etc). Però ci risparmiavano tante (a mio parere) piccolezze. Tutte quelle continue piccolezze che, invece, in epoca dj “superstar” (& co), i social network non ci permettono di ignorare. La musica, in questo 2016, non è che sia gran che… e solo chi tanta, tanta capacità di concentrazione riesce a concentrarsi su di essa. Il resto (la fuffa, il branding fatto a cappero, la comunicazione) sembra sempre prevalere.
Molti addetti ai lavori difendono la scelta di ritirarsi da parte di Avicii e nessuno la discute. Quello che va messo in luce è il marketing di bassa lega che l’artista fa sul suo ritiro: 1) dice a marzo che si ritira a dicembre, così incassa di più 2) lascia un numero di telefono 3) non farà più tour ma continuerà a fare musica. Robe di questo tipo, fatte male, i Queen non le hanno mica fatte. Michael Jackson neppure, anche se il bravo Michael ha avuto tanti di quei problemi di salute (e ben più gravi).
Ma andiamo con ordine, che il dj marketing, pardon: marketting (con due TT, come le marchette) non è mica così difficile da analizzare. E non ne faccio una questione tipo: w il passato. Tutt’altro. E’ che ciò che ha portato avanti lo show business musicale, ovvero la discografia, oggi non esiste più come organismo trainante del settore. La discografia, se va bene, oggi crea fenomeni riferiti a certe fasce d’età: boy band come gli One Direction, i reality show musicali chiamati talent Show, programmi tv in cui il Talento con la T latita spesso, anzi sempre… Oggi, in era dj superstar & co, contano i manager. La sola Spinnin’, senz’altro molto importante dal punto di vista commerciale ancora oggi, non ha creato decine e decine di talenti da milioni di dollari, ne ha creati alcuni… ed uno suo ex, Martin Garrix, ha potuto lasciarla parlandone pure parecchio male.
Contano i manager, quelli che trovano le serate in giro per il mondo… e contano le serate…
Ma spesso i booking manager ed i manager dei dj, bravissimi a vendere i loro dj, non sono mica dei maghi del marketing. Fanno marketting. Quando vedo tutti questi flyer di locali e di festival pieni di loghi di agenzie che vendono gli artisti (metti il logo, metti il logo), non posso che tornare con la mente a ciò che imparai da discografici che negli anni '80 - '90 crearono successi da milioni di dischi "Il nostro prodotto è l'artista. Che sia Sony o Warner o Universal o XY non conta niente. Dobbiamo dare spazio al prodotto ovvero all'artista. I loghi vanno dietro, in piccolo", dicevano. In realtà succede la stessa cosa anche oggi. Disney ha marchiato Star Wars dopo essersela comprata a caro prezzo? No. C'è scritto da qualche parte al Tomorrowland chi è che vende chi? E sui flyer del Pacha Ibiza? Impariamo da quelli bravi, non da concorrenti magari bravissimi a vendere, ma incapaci a fare una cosa: la comunicazione. Se uno vuol comprare un dj, il booking agent lo trova in un attimo.
Chiudiamo coi loghi… Negli anni ’90 l’unico dj italiano ad avere un suo logo si chiamava Molella. Tutti gli altri NON ce l’avevano. Molella si notava perché lo faceva mettere anche sulle compilation al posto del suo nome. Oggi anche i dj di provincia hanno il loro loghetto. Ma serve solo al loro ego, non alla loro carrieruccia.
PS / CORREZIONE: mi fanno giustamente notare che anche Gigi D’Agostino aveva il suo logo, anzi probabilmente il logo di Gigi, quello giapponese è stato ancor più diffuso del logo del Molly, perché come Gigi c’è solo Gigi... ad esempio, questo logo è stato utilizzato insieme alla scritta Gigi D’Agostino sulla copertina di diversi dischi... Molella fece però di più: ovvero utilizzava la sua M anche da sola sulle copertine. Ma diamo a Gigi quel che è di Gigi.