Il Viaggiatore Notturno
Un viaggio di ritorno dalla bellezza. Così, Maurizio Maggiani la chiama per nome, non la nasconde dietro metafore. Il suo viaggiatore notturno ha cercato la bellezza sui polpastrelli, l'ha voluta proprio toccare. Finché lo leggo, quasi ci guardiamo con Maggiani e ci chiediamo: esiste allora la bellezza? posso sentirla sulla punta delle mie dita, come questo telefono su cui scrivo? posso tenerla nelle mani a coppa, come se raccogliessi acqua a una fontana? posso guardarla negli occhi? ma soprattutto: cosa lascia quel tocco sulle mie mani una volta che loro sono tornate ad essere vuote? cosa mi lascia la bellezza vissuta, on my fingertips? toccare la bellezza, e poi vedere cosa resta di lei: questa è la storia di questo libro. Il protagonista è un irundologo che aspetta l'arrivo della rondine comune in mezzo a un deserto. E immerso in questa attesa, in questa assenza totale di contatto fisico con le rondini e con gli uomini, lui ricorda invece tutte le volte in cui quelle mani hanno toccato, si sono riempite significativamente del bello: sono diventate un nido. Le rondini sono il bello, e così anche l'orsa Amapola, che lui incontra anni prima di quel deserto, in mezzo ai boschi delle Alpi: è una rondine anche lei, addormentata tra le sue mani. E infine, la Perfetta. Lei è la bellezza. Completa, rotonda. Lui la trova ferita, la porta in salvo e le tiene il viso tra le mani, come aveva già fatto con le rondini, come aveva fatto con Amapola. Ma la Perfetta è la somma di tutta la bellezza che esiste al mondo, ed è lì, per un attimo, tra le sue mani, come l'acqua che uno raccoglie alla fontana. Neanche si capiscono, lui e quella donna, ma non ce n'è affatto bisogno: loro si toccano, che altro serve? Non importa se ora lui è solo, nel deserto. Non ha bisogno neanche di pensarci, alla bellezza: loro si sono toccati, e lei è la Perfetta, lo seguirà ovunque lui si trovi, sulle spalle, come un saio, anche in mezzo a quella solitudine, a quel silenzio, a quell'assenza: lui è per sempre toccato dalla bellezza, anche nel deserto.
Io ultimamente ho toccato ben poca bellezza e ne ho guadagnato, con sorpresa, un terribile super potere. Ho guardato talmente tanto il brutto da vicino, che ormai quasi non mi spaventa più. Ma questo non è ancora il potere. È una cosa singolare quella che mi succede, se penso alla persona che io ero prima: perché io ero quella persona che al primo linfonodo ingrossato, al primo colpo di tosse sospetta, al primo sudore precoce di bambina, si tuffa in un mare di forum-salute, quelli in cui non risponde mai l'ombra di un medico vero, per capirci, e riemerge dopo giorni di vero terrore con una laura ad honorem: ematologia, bronco-pneumologia, endocrinologia pediatrica. Esattamente come Neo in Matrix: conosco il Kung fu. Ecco, uguale. Ho passato la vita nel terrore della malattia, che mi sono sempre figurata nella mia testa come un macigno che ti cade dal cielo, senza intelligenza, ciecamente. Così ho camminato tutti i giorni con la testa incassata nelle spalle, sperando che quella mia attesa del macigno, quella mia consapevolezza della sua esistenza nell'aria potesse in qualche modo salvarmi, o almeno farmi trovare pronta: il pensiero magico. Ho pensato per anni, tutti i santi giorni, al terremoto, perché io lo sento prima di tutti, sono peggio di un gatto, e sono terrorizzata da lui, dallo sciame sismico che si lascia dietro. Di nuovo, il pensiero magico. Sono esagerata, mi dicevano tutti: ho troppa paura, dai. E invece ora che quel macigno ha colpito così ciecamente io ho sviluppato, o ne ho guadagnato, un super potere. Ho scoperto di avere il potere di rovinare un pranzo di famiglia, una riunione di amici, un aperitivo, semplicemente rispondendo alla domanda: "'come va?". Perché io sono testimone del brutto, e posso rovinarti il pranzo apparecchiandotelo tutto sotto agli occhi: il brutto, quello senza intelligenza. Mi ha colpita e ho perso la paura di lui. Qualche volta in questi mesi ho persino desiderato sentire una scossetta di terremoto. Piccola o grande. Tanto non ho più paura. E lo vado perfezionando, quel potere, perché ogni giorno divento una testimone più accurata. Quando mia figlia mi chiede a tavola cos'è una metastasi, e tutti i commensali mi guardano muti lasciando che sia io a rispondere, il potere aumenta. E a volte, questo è bello e inconfessabile insieme, provo piacere ad usarlo contro gli altri: contro quelli che non mi aiutano a rispondere a mia figlia. Contro quelli che ora hanno negli occhi la paura, gliela leggo benissimo, quando mi chiedono come va: ti prego abbi pietà di me. Come va? Provo un certo gusto perverso ad infliggere il brutto a chi mi diceva esagerata quando confessavo ingenuamente di avere paura dei temporali. Un giorno un fulmine scoperchierà casa a tutti, e mi sentirete ridere di gusto.
E invece lo voglio ancora toccare, il bello. Nonostante il mio superpotere, mi ritrovo ancora a sperare di fargli un nido con le mani. Come l'irundologo di Maggiani, voglio sentire il tocco della bellezza sulla punta delle mie dita: voglio conoscere la sua Perfetta Intelligenza. Allora, adesso che ho finito il libro, adesso che sono proprio sola, devo chiedermelo di nuovo: esiste la bellezza? E me lo chiedo nel reparto di radioterapia oncologica, davanti a un avviso per donne incinte o in allattamento: si prega di rivolgersi a un medico dell'ambulatorio prima di procedere alla radioterapia. E quindi, dicevamo: esiste la bellezza? Davvero? Io l'ho toccata la tua bellezza oppure quello che ho sentito era solo il calore che lasci dietro di te, quando passi, quando te ne vai? Posso dire di averti toccato con le mie mani, oppure esiste solo quel vuoto dentro di loro, e basta? Questa prospettiva per me, quella della assenza per sempre garantita, degli oggetti che sono caldi solo del calore delle mie mani, è esattamente il contrario della bellezza: come una donna incinta che deve fare radioterapia: ma è mai possibile? Mi fa venire voglia di urlare dal dolore, quanto è stupida questa cosa? quanto manca di intelligenza? e quanto posso affinare il mio potere, non c'è un limite? Sono tornata a casa ho trovato una canzone che mi ha risposto. È la canzone che si trova sul frontespizio del romanzo di Maggiani, Suzanne, di Leonard Cohen. È sempre stata lì, la risposta: toccare la bellezza, come si fa? Per forza con le mani? Come si fa se siamo destinati ad avere le mani vuote? Ecco, c'era scritto lì, almeno così voglio credere, ancora prima che il viaggiatore iniziasse il suo viaggio, ancora prima che tornasse da quello.
But just when you mean to tell her
That you have no love to give her
Then she gets you on her wavelenght
And she lets the river answer
That you've always been her lover
And you want to travel with her
You want to travel blind
And you know that you can trust her
Cause she's touched your perfect body with her mind.









