25 Dicembre, Ariel a Ferdinando
Ti saresti svegliato presto e poi alzato con calma: il caffè, la radio, la doccia, la colazione, il vestito buono, il diario di oggi, le telefonate di chi vuole farti gli auguri: perché oggi non è soltanto Natale, ma è il tuo compleanno. Quindi ti saresti seduto al tavolo del salone, il tuo ufficio di sempre, e avresti riso al telefono con una tua cugina. Avresti fatto quadrare i conti della serva di ieri e poi, inevitabilmente, saresti uscito per strada, perché le scarpe te le saresti messe per prime, per farci colazione quasi. E io, dalla cucina di casa mia, ti avrei distrattamente visto passare sotto alla finestra, le tue gambe dietro alla siepe di bouganville, che vai a buttare la spazzatura o ti affacci al giornalaio perché magari è aperto. Io ti avrei guardato così: come una cosa mia che non devo faticare a tenere con le mani né con gli occhi, che posso lasciare in giro per il quartiere ché tanto poi ritorna, sempre, da me, a prendersi un caffè. Aprivi mai la porta di casa mia con le tue chiavi, oppure suonavi sempre il campanello? Già non lo ricordo più. È passato un anno dall'ultima volta che lo hai fatto, e io fatico a trattenere la memoria di te che entri a casa mia, una cosa scontata, prima di andare ovunque tu stessi per andare: le parole che dicevi, se eri sempre felice oppure quali gesti mi lasciavano intuire un tuo disappunto. Da quando te ne sei andato non faccio altro che ripetermi che non te ne sei andato: questa cosa è letteralmente impossibile. Guarda i poeti, mi dico, quelli che mi hai dato tu: se ne sono andati, per caso? Ci penso dal primo istante -un esercizio- che per quanto lo abbiano potuto piangere i suoi parenti, il mondo intero, Pascoli non è morto davvero, perché qui ha lasciato delle cose. Walt Whitman, Cesare Pavese, John Keats, Vittorio De Sica. Sono qui, e anche tu sei qui, perché qui hai lasciato troppe cose. Tra cui i poeti, per l'appunto, la tua eredità:
"Poiché è esattamente così che mi sento, io che ho ereditato non una ricchezza misurabile, ma quel fondo inestimabile di pensieri e di idee, da parte di scrittori e pensatori che da tempo ormai sono andati sotto terra ma che restano inseparabili da quelle saggezze che reclamano, la responsabilità di vivere secondo coscienza e intelligenza. Di godere, di interrogare - di non dare mai per scontato o pestare i piedi. Così i Grandi (i miei grandi, che potrebbero non essere i tuoi stessi grandi) mi hanno insegnato ad osservare con passione, a pensare con pazienza, a vivere sempre amorevolmente.
E così eccomi a camminare giù per il sentiero sabbioso, con il mio corpo selvaggio, con le devozioni ereditate, della curiosità e del rispetto... Sì, è un clamore di voci quello che sento, e non dicono tutte la stessa cosa. Ma le unisce lo spasmo della coscienza.
Chi sono loro? Per me loro sono Shelley e Fabre, e Wordsworth (il giovane Wordsworth) e Barbara Ward, e Blake, e Basho, Maeterlinck e Jastrow, e il dolcissimo Emerson, e Carson, e Aldo Leopold. Antenati, modelli, spiriti dalla cui influenza e dai cui insegnamenti ormai non posso separarmi, e per i quali sarò per sempre grata. Io non vado da nessuna parte, non arrivo in nessun luogo, senza di loro. Con loro io vivo la mia vita, con loro entro nell'evento, con loro do forma alla meditazione, trattengo, se posso, qualche essenza dell'ora, persino mentre quella scivola via. E non è da sola che riesco in questo vigile e amorevole confronto, ma attraverso uno sforzo terribile e continuo, insieme a questa innumerevole, fortificante Compagnia, luminosa come stelle nel Cielo della mia mente."
Vorrei che leggessi Mary Oliver, perché tu non lo sai ma mi hai lasciato anche lei. È incredibile come questa signora riesca a descrivere perfettamente la responsabilità di vivere secondo coscienza e intelligenza che i poeti ci lasciano e che, ai miei occhi, fa di te un poeta a tutti gli effetti. Io non vado da nessuna parte, non arrivo in nessun luogo, senza di te.
Eppure non ricordo come aprivi la porta di casa mia. E l'altro giorno non ricordavo com'è che chiamavi i pedoni che incautamente si lanciano sotto le macchine in corsa per le strade del quartiere, quelli che sbucano sadicamente da dietro ai cassonetti e corrono, ti corrono proprio incontro: le marmotte. Mille volte ne abbiamo avvistate, io e te, e di belle grosse. Loro allietavano le nostre guide insieme, quelle in cui tu cercavi di farmi far pace con il cambio manuale a trent'anni suonati e incinta com'ero di Agnese, senza mai perdere la pazienza, sempre pronto a portarmi dove dovevo andare e a mettermi in guardia dal prossimo pericolo: la fioreria di cemento sta sempre lì, eh. Insomma, avevo dimenticato le marmotte. E io dimentico senza volerlo, perché, incredibile a dirsi, la vita sta andando avanti senza di te. Per quanto me lo ripeta -tu non te ne sei andato- questa è un'evidenza disarmante, che tu non ci sia nella vita che va avanti: e quella ti sta passando sopra con i consigli di classe, i colloqui con i genitori, le visite mediche, i pranzi di natale, i regali ai parenti. Lo fa semplicemente perché tu non hai più la voce dei giorni, la voce che può imporsi dentro a questo rumore insensato. Io sono disperata della voce, perché sento che quella non basta neanche a me che sono viva, che vado ai pranzi e parlo ai colloqui: sento che non mi sentono, che questa è una lotta per dire, per farmi capire, per sovrastare, con quel poco che della voce mi resta, il rumore della vita che va avanti. E il rumore mi disturba, sai, arriva un momento della giornata in cui una sola parola detta a voce più alta mi fa letteralmente saltare sulla sedia: allora cerco il silenzio, e nel silenzio, la tua voce.
Cerco di ricordare la tua voce che mi saluta entrando in casa, le mie cose prima che non fossero più mie, le mie bellissime, piccole cose. E poi a volte, in mezzo al rumore, cerco il silenzio di altre cose più grandi, più dolorose, completamente mute: mentre esco di casa con le bambine per fare una passeggiata e incrocio le scale di casa tua mi impongo il ricordo di quelle stesse scale e del feretro che le scende. Tu che le salivi e le scendevi sempre come un bambino che ha fretta -ti sentivo dalla mia camera da letto mentre piegavo i panni- proprio tu hai sceso quelle scale così, in silenzio, è impossibile: ed è sommerso sotto alle passeggiate, ai centri commerciali, alle luci di natale, quel ricordo muto. Io invece non voglio perderlo, non sotto alle luci di natale, no. Mi fermo e me lo impongo, mi dico vedi, lui è passato per quella scala quel giorno, ed è per questo che a volte io non trovo la voce per parlare. Sono passata per il reparto di oncologia medica e ora devo tenerlo alto, più in alto del rumore, delle luci di Natale, delle urla dei bambini, dei numeri della tombola, come un vassoio in bilico sulla mia mano che spunta in cima a una folla di gente, sopra al rumore di tutti. Perché quando il giorno di Natale ti affacci alla finestra, l'ospedale sta ancora lì, e non si tiene dentro la gente, tanta ce n'è: quel reparto di terapia dove entravano solo malati metastatici per fare chemio di tre giorni è il braccio della morte, e nessuna delle persone che ci ho incrociato nei mesi del ricovero probabilmente sta festeggiando questo Natale. Puoi vivere facendo finta di non esserci mai passato per quel corridoio, oppure devi importi l'esercizio di tornarci con la memoria, di tenerlo sempre vivo dentro. Sempre in alto, più in alto di tutto.
E ancora, mentre guido la tua macchina, ferma in mezzo al traffico, sento partire una canzone alla radio: è la mia suoneria del telefono, quella che io non sento mai perché lo tengo sempre silenzioso, il mio telefono di plastica, come lo chiama mia madre. E invece ci sono stati giorni un cui l'ho tenuta bella alta, la suoneria, per poter correre da te appena mi avessero chiamata. Quella suoneria era l'allarme, la sirena, il segnale, e così è stato, all'alba di un giorno di agosto: dovevo salire perché si sentiva che il tuo respiro era cambiato, e infatti nel giro di pochi minuti te ne sei andato. Io ti ho sentito, ti ho visto, ti ho guardato in quel momento e voglio guardarti sempre così. Voglio ricordarmelo in mezzo al traffico, con le mie mani sul tuo volante come ti sei aggrappato tu alle sbarre di quel letto, per sentirti, proprio in fondo alla canzone, oltre il rumore delle macchine. Ti voglio guardare ancora come ti ho guardato nei mesi della tua malattia, come fossi un bambino: tu che in realtà sei sempre stato un ragazzino inquieto, sempre sul punto di uscire di casa, di prendere la moto, di combinarne una delle tue, tu che non volevi proprio saperne di capire cosa c'era scritto sul tuo referto perché avevi ancora troppe cose da fare, dal momento in ci siamo detti cos'era quella parola incomprensibile, da allora ti sei lentamente fatto ancora più piccolo, ti sei affidato a noi come se fossimo noi i genitori, ti sei fatto guidare e amare non più con l'agitazione dell'adolescenza incipiente ma con la fiducia della prima infanzia. Eri un bambino quando parlavi con i tuoi giovanissimi infermieri o con i portantini delle ambulanze e loro non potevano evitare di volerti bene, eri un bambino quando la mattina ti facevi lavare da Antonia, e lo eri anche quando facevi i capricci per fartela mandare a chiamare, ché senza di lei i dolori non ti passavano per bene. Eri un bambino quando mi chiedevi un cappuccino dal bar o una calamarata, e anche quando mi chiedevi di salire a leggere con te, un capitolo per uno. E poi eri un bambino quando ti portavamo alle visite e alle terapie e quando rassicuravamo le tue paure entrando in un ambulatorio nuovo; quando ti promettevamo un aperitivo, magari la prossima volta che fa meno caldo; quando ritiravamo un referto troppo crudele e ci facevamo medici per leggertelo con più clemenza. Eri un bambino quando la dottoressa mi ha fatta uscire dalla tua stanza per dirmi che quella sarebbe stata l'ultima terapia, e io, come fossi stato il mio bambino piccolo, le ho chiesto che per favore lei pensasse solo a darmi un altro appuntamento, ché a te invece ci pensavo io. E così è stato: a te ci abbiamo pensato noi, dal primo all'ultimo giorno, dal primo referto all'ultima suoneria del mio telefono, tu sei stato una cosa nostra e noi ti abbiamo curato come un bambino. Il sacerdote dell'hospice, il giorno in cui ha celebrato una messa in memoria di tutti i defunti della loro struttura, ha detto una cosa molto vera: ognuna delle loro stanze è una sala parto. E solo chi ha accompagnato una persona amata a quella soglia può comprendere quanto sia vera la metafora: a cinque tese, sul fondo marino, giace tuo padre, e già le sue ossa sono corallo, perle quelli che furono i suoi occhi. Niente di lui è destinato a svanire, ma a subire un mutamento di mare, in qualcosa di ricco e strano.
Forse la prima poesia che ti ho rubato: diceva che niente di te è destinato a svanire, ma a subire il mutamento in qualcosa di ricco e di strano. E così oggi che che è il tuo compleanno tu sei qui, senza la voce dei giorni, ma ci sei, ce lo leggiamo tutti in faccia quando ci guardiamo, ci diciamo buon natale, e in realtà ti stiamo dicendo tanti auguri.
Full fathom five thy father lies;
Of his bones are coral made;
Those are pearls that were his eyes:
Nothing of him that doth fade,
But doth suffer a sea-change
Into something rich and strange.