Mark Covell
seen from India
seen from Malaysia

seen from United States

seen from United States

seen from United States
seen from United States
seen from Hong Kong SAR China
seen from United States
seen from United States

seen from Hong Kong SAR China
seen from China

seen from United States
seen from United States
seen from Malaysia

seen from United States
seen from United States

seen from Malaysia

seen from United States
seen from Paraguay
seen from Canada
Mark Covell
Playing Goddess by Mark Covell
Art by MARK COVELL
Batman by Mark Covell
Diaz - Don’t clean up this blood.
Genova 21 Luglio 2001, ore 22.
"La più grande sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dalla Seconda Guerra Mondiale". - Amnesty International
346 poliziotti, oltre a 149 Carabinieri incaricati della cinturazione degli edifici, fanno irruzione nella scuola Diaz in cui si trovano accampati 93 persone giunte a Genova per manifestare contro il G8, le politiche neoliberiste e del Fondo Monetario Internazionale. Il loro slogan è “un altro mondo è possibile”. Quella sera uomini e donne di diverse nazionalità, giunti nella capitale ligure, verranno pestati a sangue dalle forze dell’ordine italiane. Molti di loro, ancora feriti, furono successivamente portati alla caserma di Bolzaneto dove furono soggetti a vere e proprie torture. Lunghe attese prima di essere accompagnati ai bagni al punto da doversi urinare addosso, distruzione di oggetti personali, insulti di ogni tipo, da quelli a sfondo sessuale, diretti in particolare alle donne, a quelli razzisti, a quelli di contenuto politico e varie minacce, spruzzi di sostanze urticanti o irritanti nelle celle, percosse in tutte le parti del corpo, compresi i genitali inferte con le mani coperte da pesanti guanti di pelle nera e con i manganelli.
Grazie a quella sera molte furono le persone che fecero carriera o che vennero promosse. La giustizia italiana si pronunciò solo nel 2012 con sole 13 condanne.
In un comunicato stampa di commento alla sentenza della Cassazione, la sezione italiana di Amnesty International ha rilasciato un comunicato in cui affermava che: "ricorda che i fallimenti e le omissioni dello stato nel rendere pienamente giustizia alle vittime delle violenze delG8 di Genovasono di tale entità che queste condanne lasciano comunque l'amaro in bocca: arrivano tardi, con pene che non riflettono la gravità dei crimini accertati - e che in buona parte non verranno eseguite a causa della prescrizione - e a seguito di attività investigative difficili ed ostacolate da agenti e dirigenti di polizia che avrebbero dovuto sentire il dovere di contribuire all'accertamento di fatti tanto gravi. Soprattutto, queste condanne coinvolgono un numero molto piccolo di coloro che parteciparono alle violenze ed alle attività criminali volte a nascondere i reati compiuti.”
Il 7 aprile 2015 i giudici della Corte europea dei diritti dell'uomo hanno condannato all'unanimità lo Stato Italiano per la violazione dell'articolo 3 della Convenzione sui diritti dell'uomo ("Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti") ritenendo che l'operato della Polizia di Stato "deve essere qualificato come tortura") .
Quel giorno alla Diaz era presente anche Mark Covell, giornalista inglese che subì un pestaggio da parte degli uomini delle forze dell'ordine. I traumi che riportò furono gravissimi, tanto che l'uomo finì in coma. Ripresosi, decise anni più tardi di scrivere questa lettera a Giorgio Ricci, giudice del tribunale di sorveglianza di Genova.
Dear Dr. Giorgio Ricci,
Mi chiamo Mark Covell. Sono il giornalista inglese che fu quasi ucciso nell'irruzione alla Scuola Diaz durante il G8 di Genova del 2001. Mi permetto di inviarle questa lettera per esprimere ciò che provo a proposito delle condanne inflitte con la sentenza della Suprema Corte di Cassazione, lo scorso Luglio. So che ci saranno diverse udienze per decidere se i poliziotti condannati dovranno scontare la pena in carcere o no.
Nonostante non sia una pratica usuale per un giudice ricevere una lettera del genere. Vi scrivo per farvi sapere esattamente cosa provo, come una delle vittime più conosciute, e ciò che tutti noi della Diaz ci aspettiamo di veder fare, in nome della giustizia.
Chiedo a tutti coloro che considereranno il contenuto di questa lettera di comprendere che noi, vittime della Diaz, abbiamo vissuto un inferno che non si è fermato solo alla notte della "macelleria messicana". Abbiamo visto da lontano, e talvolta anche da Genova o da Roma, queste persone condannate venire promosse di volta in volta, fino al punto in cui hanno potuto usare gli strumenti e le risorse del loro lavoro per intimidire, minacciare e mettere sotto sorveglianza le vittime di Diaz. Essi hanno inoltre ostacolato la giustizia, distrutto le prove ed eretto un muro di silenzio che abbiamo dovuto fronteggiare per anni. Non mi risulta che siano mai state pronunciate parole di comprensione o di scuse nei confronti delle loro vittime, né che vi sia stata resipiscenza rispetto ai fatti commessi.
Per quasi dodici anni, tutti noi della Diaz abbiamo visto uomini come Berlusconi e altri cambiare le leggi e le regole del gioco, in modo da permettere ai poliziotti di sfuggire a qualsiasi sanzione per le loro azioni nella notte della Diaz, come ad esempio la riduzione della prescrizione e l'introduzione di leggi volte ad assicurare l'immunità delle Forze di Polizia condannate a pagare una qualsiasi forma di risarcimento.
Ma, nonostante ciò che Berlusconi e altri politici hanno fatto, i superpoliziotti condannati della Diaz mantengono la loro buona parte di colpa e responsabilità.
Inoltre, sembra che i diritti dei criminali poliziotti condannati siano sempre stati tenuti in maggiore considerazione rispetto ai diritti delle vittime. Mettendo da parte tutte le promozioni, ad alcuni di questi uomini è stato permesso di dichiararsi nullatenenti per evitare di pagare un solo euro a titolo di risarcimento a noi vittime, lasciando l'onere ai contribuenti italiani. Inoltre, grazie all'indulto, nessuno di loro finora ha mai scontato un solo giorno di carcere, per i loro crimini.
A proposito dell'indulto, posso solo dire che è stato enormemente ingiusto vedere poliziotti che hanno scritto la pagina più nera della storia della Polizia Italiana, distruggendone la reputazione, essere autorizzati a beneficiare di uno sconto di pena significativo. Nel mio paese l'indulto è concesso solo a detenuti che hanno commesso reati minori e che comunque hanno già scontato una parte della pena. Non è concesso ad alti comandanti della polizia, che sono stati condannati per reati gravi come percosse, tentato omicidio delle vittime, falsificazione delle prove (vale a dire due bottiglie molotov), falsi arresti, false dichiarazioni, abusi e torture.
A proposito dei falsi arresti e delle false dichiarazioni, desidero sottolineare che il falso arresto per associazione a delinquere di vittime gravemente ferite è stato compiuto con il preciso intento di mandare in carcere le vittime per almeno 10-15 anni sulla base di false accuse e coprire ciò che Amnesty International ha chiamato "la più grande sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dalla Seconda Guerra Mondiale".
E qui stiamo discutendo se Gratteri e altri poliziotti condannati debbano scontare una pena di meno di due anni!
Dov'è il confronto? Come una delle vittime gravemente ferite della Diaz, vorrei vedere questi poliziotti scontare in prigione esattamente lo stesso periodo di tempo che loro stessi hanno tentato di infliggere a noi, sulla base di prove e dichiarazioni assolutamente false.
Spesso mi domando cosa sarebbe successo se il piano della polizia alla Diaz fosse stato portato a termine; sarei stato ingiustamente condannato e avrei scontato 15 anni in una prigione italiana, senza nessuna pietà. Quasi 12 anni dopo quella fatidica notte, ogni misericordia disponibile viene dispensata solo a favore di questi poliziotti, da un sistema legale che è incapace di proteggere i diritti delle vittime.
Il mio caso, in particolare, è stato archiviato perché nessuno dei molti poliziotti e funzionari presenti si è fatto avanti per testimoniare. A quanto pare nessuno ha visto o ha sentito, nonostante in quel momento io fossi l'unica persona in strada, sulla quale si sono accaniti i poliziotti. Vi prego di consultare la richiesta e il decreto di archiviazione del procedimento aperto per tentato omicidio in mio danno, se desiderate acquisire familiarità con il mio caso personale.
Anche se il desiderio dei poliziotti condannati di mandare le vittime in carcere per coprire i loro crimini non si è realizzato, le vittime hanno comunque dovuto subire una realtà se possibile ancora più insidiosa.
La maggior parte delle vittime internazionali del raid alla Diaz sono state illegalmente deportate nei loro paesi di origine, dove sono state accusate dai loro governi, e talvolta anche da amici e parenti, di essere criminali ed hanno dovuto affrontare un particolare tipo di discriminazione. I livelli di povertà e la profondità del danno sono estremamente elevati tra le vittime della Diaz. Alcuni di noi si sono ridotti ad essere senzatetto e a vivere per strada, ed è stato estremamente difficile essere trattati come terroristi dalle autorità del proprio paese, solo perché tutti hanno creduto alle menzogne raccontate da questi superpoliziotti condannati.
Per quelle vittime che non si sono fatte intimidire dalla prepotenza, dalle menzogne e dall'odio puro della polizia e che hanno osato tornare a Genova per lo svolgimento dei processi, è stato come vivere in una guerra in cui entrambe le parti si scrutano l'un l'altra attentamente, mentre il processo va avanti. Ogni volta che vedo poliziotti italiani divento incredibilmente nervoso. È così per tutti noi. Per noi le forze dell'ordine e i tutori della legge rappresentano la paura, il dolore, la tortura, il controllo totale della popolazione.
La vita per me a Genova è stata ed è sempre molto intensa. Viviamo tutti la paura che un giorno uno di noi incontrerà uno dei poliziotti della Diaz e le minacce già date saranno realizzate. Non riesco mai a rilassarmi quando sono in Italia. La maggior parte di noi si sente come se dovesse giocare perennemente al gioco del gatto col topo, per rimanere in vita qui.
È proprio per l'arroganza e per la completa mancanza di rimorso dei comandanti condannati, che dovrebbe essere applicata la massima sanzione possibile. Da parte dei condannati non ci sono state scuse significative né tantomeno alcun senso di rimorso. Non c'è stata e non c'è ancora nessuna collaborazione da parte loro sulle questioni in sospeso del caso Diaz. Tutti, in diversa misura, hanno eluso le domande, sono rimasti in silenzio nonostante il loro coinvolgimento fosse testimoniato da prove schiaccianti e hanno raccontato una marea di bugie alla stampa, rifiutandosi però di testimoniare in tribunale. Solo dopo la loro condanna in Cassazione alcuni di loro hanno dichiarato la propria innocenza, come Fournier e Canterini. Per le vittime della Diaz, i loro deboli tentativi per evitare la prigione, sono l'ultimo modo che hanno per sfuggire alle loro responsabilità per il raid.
Per quanto riguarda la verità su ciò che è realmente accaduto, la Procura ha affermato che c'è stato un vero e proprio muro di silenzio al quale, per una regola non scritta, ogni poliziotto si è attenuto. Questo muro di silenzio dai comandanti condannati, da tutta la polizia italiana e dal Ministero dell'Interno è assordante per le vittime della Diaz. Esso ha permesso ai poliziotti condannati, lungi dal mostrare rimorso o colpevolezza, di intimidire, mentire, ostacolare le indagini e distruggere le prove, nel tentativo di sfuggire all'azione penale. Ha inoltre impedito a me e ad altre vittime di avviare un processo per tentato omicidio, contro i già condannati superpoliziotti.
Infine, come detto sopra, l'irruzione alla Diaz è stata la pagina più nera della storia della polizia italiana. La sentenza definitiva della Corte di Cassazione deve essere accolta e, dal punto di vista delle vittime, ai comandanti di polizia condannati si dovrebbe applicare la massima sanzione possibile, in modo che ciò serva da esempio ad altri poliziotti su cosa non fare durante un'incursione per la ricerca di armi (Tulps 41).
In conclusione, prego il Tribunale di prendere in considerazione anche la voce delle vittime nella decisione che dovrà prendere.
Mark Covell
"Naviguer: c'est accepter les contraintes que l'on a choisies. C'est un privilège. La plupart des humains subissent les obligations que la vie leur a imposées." Eric Tabarly
"A Boy and his Whale" by Mark Covell
Oil - 12x9 inches
www.markcovell.com