#PremioCampiello2017 : Donatella Di Pietrantonio, “L’Arminuta”, Einaudi
Se ne sente l’odore.
Della macchina su cui l’arminuta (la “ritornata”) si siede, piangendo, per ritornare nella casa in cui è cresciuta.
Dei denti storti e saliva acidula di pubertà di quella che si scopre essere sua sorella, Adriana.
Dell’incrostazione giallognola della canottiera del padre.
Della veste smanicata comprata al mercatino dalla\della madre – quella biologica – con le ascelle pelose e bagnate dal sudore della fatica.
Della salsa di pomodoro, che se hai le mestruazioni mica li puoi toccare i pomodori, mica le puoi toccare le bottiglie, sennò infradicisce tutto e si porta iettatura!
Dello sperma che macchia le lenzuola di Vincenzo che la guarda - all’Arminuta -come fosse l’estranea che di fatto è. E pensieri incestuosi tra fratelli.
Si sente l’odore di pipì sul materasso, l’odore dell’agghia per il soffritto, l’odore e tanfo delle verdure cucinate a brodaglia.
Si sente la pesantezza di stanze non areate, di salsedine: quel giorno della fuga al mare.
E i rumori, in sentori ancora più forti e intesi, nelle scarpe strascicate a cosce larghe e piedi a papera di Adriana, nelle legnate di mamma, nelle seggie spostate con noncuranza in cucina e il corpo sbuffante che si siede per sbucciare patate.
Il rumore delle scale fatte di corsa, delle aule di paese, di Vincenzo che ritorna a casa e sorrisi sul viso.
Il rumore delle vesti eleganti di una tutrice dal nome altisonante e regale che non la vuole più e il rumore dei soldi che le lascia per provvedere alla sua istruzione.
È un libro semplice “L’Arminuta” di Donatella di Pietrantonio, edito Einaudi. Semplice come può essere semplice la storia di ognuno di noi, nella naturalezza del suo compiersi. Nessun enfatizzazione dei traumi presenti in questo libro, primo tra tutti quello che viene descritto magistralmente – senza eccessive pomposità: l’abbandono doppio che la protagonista è costretta a vivere da parte dei genitori biologici che la consegnano a genitori affidatari che a loro volta la riconsegnano ai biologici, dopo molti anni, in una contesa e, al tempo stesso, disfatta di quella che è la stabilità emotiva di una ragazzina che non riesce a trovare appigli, se non in se stessa, sui quali contare per andare avanti. E “andare avanti” è ciò che più punge nella lettura di queste pagine: nessuna possibilità di riscatto nella vita (se non forse nello studio?), nessuna possibilità di rivincita, di perdono, di comprensione. Forse comprensione, ma non adesso: in un futuro e ipotetico poi, perchè adesso è tutto solo e semplicemente “così”. L’Arminuta, buttata di materasso in materasso, di casa in casa, di gradini in gradini, vive un’esistenza racchiusa in una valigia – qualche oggetto, molti ricordi, le scarpette da ballerina – pronta ad essere spostata continuamente a seconda dei capricci e delle necessità del mondo adulto. Un mondo adulto che vive la giovinezza della protagonista e dei suoi fratelli come non necessaria, adultizzando Adriana – sebbene bagni ancora il letto – e Vincenzo che gestisce pericolosamente la sua vita - incompresa a se stesso - con cattive compagnie in cambio di prosciutti grossi per sfamare la famiglia.
Mondo adulto e mondo adultizzato (della triade tra fratelli, in questo rapporto di necessità, amore e passione) si incontrano e scontrano in una stridente armonia di fatti, in una miracolosa quotidianità sfiancante e appagante in cui la vita ti si appiccica addosso anche se non sai che fartene, anche se non ne sei capace.
“Io forse parlo un po’ troppo, certe volte” - ha ammesso ansimando per la salita. “Non hai colpa se dici la verità. È la verità che è sbagliata”.
M.
#1 : pizzicotti
#2 : "i nostri corpi"
#3 : sugo e leggende
#4 : capitolo chiuso
#5 : madre
#6 : "pochi minuti dopo la promessa, già non credevo più che saremmo rimasti insieme"
#7 : ordine
#8 : "l'igno-"
#9 : "adatta alla vita"
#10 : favola
#11 : la verità
#12 : miseria












