I diavoli e il sesso
La facoltà di poter fare all’amore con le donne non solo determinava la realtà fisica del diavolo, ma veniva a costituire una delle accuse più frequenti nei processi di stregoneria contro le rappresentanti del sesso femminile. Accusa che non cadeva nel nulla anche per i sostenitori della incorporeità dei diavoli. Nel Malleus di Sprenger si ritroverà costante la componente sessuale, che in ogni processo risulterà ricchissimo di immagini di peccati sessuali che le streghe avrebbero commesso coi diavoli.
Occorre presto dire che l’epoca della stregoneria seguì di poco un'epoca libertina dei costumi sessuali. Se da una parte ci si preoccupava dell’esagerata libertà sessuale, dall’altra sembrava prendere piega un maggiore interesse morboso verso il piacere erotico. Infatti, se la strega che secondo il Malleus aveva rapporti col diavolo doveva essere perseguitata a ogni costo, la condizione degli atti sessuali dei quali essa veniva accusata suscitava la curiosità morbosa dei giudici.
Per i costanti di ogni processo, specie in quello che riguardavano le invasate, sono le accuse dei peccati sessuali: pagine e pagine sono dedicate a particolari scabrosi, alle deviazioni sessuali, alla compiacente riproduzione grafica delle orge con le quali si concludeva il Sabba. Specie nel ricordo del rito sabbatico, le inchieste assumevano maggior consistenza, ed era a questo punto che i giudici chiedevano alle vittime ogni particolareggiata notizia sui comportamenti sessuali che avevano avuto nelle riunioni delle streghe. Per dirla in altro modo, la descrizione delle orge doveva solleticare non tanto le perseguitate quanto più ancora i persecutori, i cui istinti repressi trovavano quasi lo sfogo psicologico, un appagamento. A tale riguardo, riportiamo le parole di Haag: «Le orge, le perversità e le oscenità delle streghe, vere o immaginarie che fossero, ma che comunque venivano descritte nei minimi particolari, potevano offrire ai giudici, e specialmente celibatari, un certo appagamento sostitutivo e compensatorio per i desideri sessuali repressi».
Se si può affermare che i giudici si limitavano solo alle solleticanti descrizioni. Quando, e i casi non erano rari, i giudici si imbattevano in una strega giovane e avvenente, l’eccitazione erotica si trasformava in manifestazioni sadiche in cui il sesso, ancora una volta, la faceva da padrone. Gli strumenti di tortura ai quali si faceva ricorso durante gli interrogatori erano spesso destinati a penetrare, seviziare gli organi sessuali delle vittime, a lacerare i seni e le natiche, col pretesto che le parti intime erano quelle che si erano prestate ad offendere le leggi di Dio e della Chiesa.
Brad Steiger mette in evidenza che era molto più piacevole per i persecutori torturare una strega giovane e affascinante piuttosto che qualche strega vecchia e rugosa. Steiger sostiene che i giudici di solito abusavano di tutte le donne piacenti che passavano sotto le loro mani, se potevano farlo tranquillamente, perché quasi nessuna donna avrebbe lasciato viva la camera delle torture e, di conseguenza, non avrebbe mai potuto raccontare niente al padre, al fratello, al marito.
Appare evidente che, a causa delle incredibili torture, la valanga delle confessioni raccontate dalle vittime raggiungeva naturalmente imprevedibili sbocchi, ma come porre un argine a tale stato di cose, quando la famosa bolla di Innocenzo VIII indicava nelle streghe le responsabili della maggior parte dei mali dell’umanità? Riteniamo opportuno riportare un brano della famosa bolla di Innocenzo VIII: «È giunta ai nostri orecchi la notizia che un gran numero di persone dell’uno e dell’altro sesso non esita ad accoppiarsi con demoni, incubi e succubi, e con le proprie stregonerie, i propri incantesimi, i propri malocchi, soffocano, estinguono e spengono la fertilità delle donne, la moltiplicazione degli animali, la crescita del frumento sui campi».
Qualunque mezzo veniva, quindi, ad essere giustificato pur di sconfiggere le streghe e, conseguentemente, i diavoli. Addirittura veniva giustificato perfino l’ignobile atto cui ricorrevano gli esorcisti meno scrupolosi, i quali si accoppiavano con le isteriche indemoniate per schiacciare i diavoli che le possedevano. I parti nelle menti malsane, fatti di sesso, non venivano essenzialmente contestati neppure dagli spiriti un po' più aperti, i quali quasi sempre non potevano opporsi alle credenze e affermazioni dominanti in quel periodo storico.
Secondo le opinioni degli inquisitori dominanti in quel periodo storico, il delirio carnale coronava l’orgia del Sabba nella descrizione delle streghe, e l’atto di fornicazione, di sodomia, consumato insieme al demonio, veniva di solito a suggellare il patto tra la strega e il signore delle tenebre. A detta degli inquisitori e dei giudici, solo in questo modo la strega poteva conquistarsi le ricchezze promesse dal demonio, il potere di disporre a piacimento dei propri simili e l’appagamento di quella disordinata sensualità che ogni buon cristiano doveva evitare. Ciò non poteva essere tollerato e, pertanto, gli individui coinvolti nell’azione diabolica andavano eliminati, dal momento che essi si erano posti, per loro libera scelta, al di là di ogni possibilità di perdono.
Poiché in conseguenza del patto col diavolo le streghe ricevevano un marchio di riconoscimento, questo sigillo andava ricercato dagli inquisitori. Questo è il primo sopruso che la vittima doveva subire: il marchio, il signum diaconi, si doveva trovare sul corpo dell’uomo o della donna accusati di stregoneria. Ma rintracciare questo segno non era assolutamente facile, dal momento che anche la sua forma non era precisata né precisabile: di solito avrebbe dovuto avere l’ampiezza di un pisello, ma, nel caso tale segno non si trovasse (e stando alla vasta documentazione processuale non si trovava quasi mai), non per questo i giudici si scoraggiavano per quelle ricerche infruttuose e sadiche, fatte senza delicatezza. Come spiega uno dei più illustri giudici di allora, ovvero il Modin, l’assenza del segno poteva essere opera del diavolo, che aveva fatto in modo di farlo scomparire allo scopo di aiutare i propri adepti e le proprie adepte.
Un monaco italiano, teologo abbastanza conosciuto, Sinistrari, il quale arrivò a criticare non pochi convincimenti sulla stregoneria ancora nella sua fase di ascesa, non fu in grado di staccarsi del tutto dall’idea e dalla concezione che accoppiava la strega alla sessualità. A dire del monaco di Pavia, era sufficiente che una donna assumesse degli atteggiamenti erotici, anche senza la presenza di maschi, perché si potesse con parecchio margine di sicurezza indiziarla e sospettarla di essere una strega.
L’eccezionale odio per la sessualità aleggiò, dunque, sinistramente in quel periodo storico e fu certamente una delle cause principali, se non della nascita del fenomeno della stregoneria, senza dubbio della sua spietata repressione. Tutto ciò non ci deve assolutamente sorprendere, se teniamo conto delle caratteristiche dominanti di quel particolare periodo storico nel quale avvennero i processi per stregoneria.
Senza nessun dubbio, l’ossessione mistica tipica del monachesimo medievale, le credenze ossessive nella potenza del diavolo, nonché l’ignoranza che dominava incontrastata in quel periodo storico, furono determinanti nella nascita del fenomeno della stregoneria. Ma è altrettanto vero che la componente sessuale, presente al di là di ogni ragionevole dubbio nel fenomeno della stregoneria, agevolò quei fanatici giudici e inquisitori che perseguitarono le persone accusate di stregoneria, considerate anche protagoniste ed artefici di comportamenti lussuriosi sia nei confronti degli altri adepti del diavolo, sia nei confronti del diavolo stesso.
Si potrebbe anche dire che in quel determinato periodo storico si giunse alla convinzione che la sessualità, in tutte le sue forme, era la causa principale, se non l’unica, della concupiscenza e della lussuria, entrambe causa della rilassatezza dei costumi. D’altra parte, molti giudici e molti inquisitori erano fermamente convinti che le streghe dovevano essere perseguitate non solo perché avevano stretto un patto col diavolo e di conseguenza utilizzavano la magia per danneggiare le altre persone, ma anche perché erano accusate di vivere la sessualità in maniera troppo libera e spregiudicata. Quindi, in definitiva, non solo per gli inquisitori e per i giudici, ma anche per la maggior parte degli individui che vivevano in quel periodo storico, le streghe erano donne troppo libere e spregiudicate, che non accettavano limiti e freni all’esercizio della propria sessualità.
Volendo utilizzare un'importante categoria della sociologia e della psicologia sociale, potremmo dire che la percezione sociale della figura della strega nel Medioevo e nella prima età moderna si basava su due elementi fondamentali. In primo luogo, le streghe erano percepite come le adepte del diavolo, che danneggiavano spietatamente le altre persone proprio per obbedire agli ordini del diavolo. In secondo luogo, le streghe erano percepite anche a livello di massa come delle nemiche del pudore e degli onesti costumi, a causa della concupiscenza e della lussuria che caratterizzavano il loro comportamento.
Prof. Giovanni Pellegrino











