Supermercati, coniatori e adesivi
Nelle rosticcerie nei supermercati, la gente mangia aggrappata a tavolini rotondi, a due ripiani non si capisce perchè due, pieni di briciole di altri. La gente fa la pausa pranzo, nelle rosticcerie dei supermercati. Vorrebbe tirar su le briciole che sporcano i tavolini e mangiarle, per due semplici ragioni: la prima perchè ha una gran fame, la seconda perchè odia il disordine. Arriva da un turno del lavoro e detesta lo sporco. La gente passa così la pausa pranzo, la gente lavora. Operai, impiegati di banca, gli stessi cassieri dello stesso supermercato dove sono ubicati le rosticcerie. Nell’inverno del 1989 andai con mia madre in ufficio. Era l’ultimo giorno prima delle vacanze di Capodanno, era il 30 dicembre. Quelle di Natale, di vacanze, erano già passate, ed io ero a casa da scuola. In giro non c'era nessuno, lavoravano in pochi, tra cui lei e mio padre. Era la fine degli anni '80 e la gente usciva sempre, anche per vedere in quanti uscissero dalle altri parti della città e nelle altre parti d'Italia. Mi chiese una mano per far la spesa per la sera dopo, la sera del Veglione.Avevano organizzato tutto da noi, e avrebbero cucinato lei e mio padre, aiutati de qualche loro amico che abitava vicino. Abitavano tutti vicino, gli amici dei miei. Mio padre li conosceva sin dai tempi della scuola elementare, quando giocavano insieme nella squadra di calcio dell'oratorio del quartiere. Uscendo alle cinque e mezza dal suo ufficio, praticamente vuoto, posto al sesto piano di un palazzo a vetri fuori Milano, andammo al Fiordaliso di Milanofiori. Entrai così, quel giorno di fine dicembre, nel supermercato più grande nel quale fossi mai stato nella mia infanzia. Gli orari dei lavoratori erano spezzati, in quel periodo, ma forse non tutti facevano in tempo a rientrare a casa per godersi la pausa: c’era infatti chi fumava sigarette indossando i grembiuli da lavoro coprendosi dal freddo di Milano con una sciarpa o un giubbino scuro. Al suo interno, caldo come le interiora di un elefante, c’erano code al reparto surgelati, c’erano file per uscire, c’era confusione per prendere il biglietto alla rosticceria e per arrivare a prendere dagli scaffali due bottiglie di spumante buono dovemmo fare quasi a botte con due signore. Lei mi sorrise.
Era pratica di luoghi enormi, e di luoghi affollati, come per esempio gli aeroporti. Viaggiava per lavoro e raccontava, a me, mio padre e mia sorella, di quanto fosse grande l’O’Hare di Chicago, che aveva le piste che passavano su ponti gli dell’autostrada, o di quante piste di atterraggio avesse Heathrow a Londra. Io avevo preso solo un aereo, in vita mia, all’epoca: viaggiai da Milano a Palermo, era destate e non notai poi quella gran confusione. Notai invece gli adesivi degli ultras appiccicati ovunque, persino ai vetri degli ascensori all’imbarco: da quel momento in poi, per ogni aereo che abbia preso, ci ho sempre fatto caso. Ho sempre curato gli adesivi appiccicati per i terminali degli aeroporti da cui abbia transitato. Anderlecht a Roma, Real Zaragoza a Bruxelles, Juventus a Ushuaia, Pistoiese a Linate, Ajax a Luton. Chissà se Londra Luton esisteva già, quando Jesper Olsen giocava a Manchester, nello United, vincendo la Coppa d’Inghilterra assieme a Paul McGrath, Bryan Robson e Kevin Moran. Jesper Olsen è danese, nacque nella cittadina che diede il nome, essendone il luogo di nascita, alla birra Faxe. Quella da mille litri, che trovi negli Autogrill e che è bevibile solo calda. Ma la particolarità principale della sua carriera, suo malgrado, è stata quella di aver dato il nome agli errori e alle situazioni irrimediabilmente compromesse. Un nome proprio, che definisse nella sua totalità il fatto. Nel 1986, proprio nel punto più alto della sua carriera calcistica allo United, si svolgono i Mondiali in Messico. La sua Danimarca, quella che nemmeno dieci anni dopo riuscì a vincere l’Europeo, affronta la Spagna. Si porta in vantaggio e Jesper sigla un rigore tirato malino. I nordici sono snelli, viaggiano a mille, sbagliano poco. Hanno Laudrup, hanno il campione veronese Larsen Elkjær, sembrano meravigliosamente a loro agio in quella monocromatica canicola messicana. Ma lo stesso Olsen, per passarla al suo portiere, la tocca malino. Meglio del rigore di pochi minuti prima, sia ben chiaro, ma sempre malino. Il rigore andò dentro, rimbalzando scarruffato verso oltre la linea bianca. La palla passata indietro, invece, a Lars Høgh Pedersen, non fa in tempo ad arrivare a destinazione: è stata calciata più che malino, senza convinzione. Non fu nemmeno un errore. L’Avvoltoio arriva, la raccoglie belluino, ghermendola, e pareggia i conti. Emilio Butragueño ne segnerà altri tre, dei cinque che le Furie Rosse rifilarono alla Danimarca quel giorno di giugno. La critica non lo perdonò e tra stampa e tifosi ci si misero tutti, a concionare. Venne coniata così la perifrasi “A real Jesper Olsen”, per indicare un fattaccio compromettente. Il mancino di Fakse divenne senza saperlo una definizione vivente. Mia madre ne creava a bizzeffe, di tali espressioni. Per esempio, indicava dentisti non tanto professionali con l’espressione “di quelli che hanno Paperino disegnato sui muri”. Io ne avevo bisogno, di un dentista serio. La mia bocca era un campo di battaglia, da bambino. “Ti devono mettere a posto la bocca, non far giocare o essere simpatici” Ne girammo una decina, di studi odontoiatrici in città, prima di trovare quello giusto. Non mi accorsi una sola volta, però, dei disegni sulle piastrelle bianche dei loro ambulatori, ma non glielo dissi mai.














