La sorprese, e lo fece amaramente, l’indifferenza di lui al suo ingresso nel bar: non aveva battuto ciglio, pur guardandola, dandole la sensazione che stesse solo osservando la porta, già da prima, che lei fosse, al meglio, una turbativa di cui non preoccuparsi troppo in una scena ben conosciuta.
Lo raggiunse, rimanendo in piedi, accanto al tavolino che lui stava occupando.
’’Felice non mi sembri, ma triste nemmeno’’, gli disse.
Lui annusò distratto il liquido ambrato che aveva nel bicchiere, tenuto appoggiandone la ampia pancia al palmo e facendo passare il corto stelo fra medio ed anulare, e rispose ‘’vero, non sono né una né l’altra cosa; se dovessi descrivermi, in questo frangente della mia vita, mi racconterei come arreso, e, bada bene, arreso, non sconfitto, sono certo capirai bene la differenza’’.
Arreso, pensò lei, è chi ha perso la motivazione per combattere qualcosa, sconfitto chi, di combattere, non avrebbe più la forza, ma non esplicitò, si conoscevano talmente bene, nonostante la distanza, sia fisica che emozionale, che ultimamente si era frapposta loro, che non necessitava di conferme.
‘’E’ una pessima notizia’’ gli rispose, ed aggiunse ‘’mi allieverebbe la pena sapere almeno il perché’’.
Lui riportò il bicchiere al naso, roteandolo piano, forse ad agevolare lo sprigionarsi di qualche aroma, e poi rispose:
‘’La mia battaglia fu sempre quella di dimostrare, e dimostrarmi, che l’oggettivo, che l’assoluto, in questa vita fosse possibile trovarlo, addirittura sperimentarlo, che, seppur conscio dei limiti dati dalla determinata (e sconosciuta) lunghezza della vita stessa, si potessero approssimare alcune situazioni, alcune circostanze, alcune sensazioni ad un ‘sempre’, che su qualcosa, insomma, si potesse contare. E pensavo che la chiave di tutto ciò, la strada da perseguire per raggiungere l’obiettivo, fosse la conoscenza, accompagnata dalla coscienza, dalla consapevolezza.’’
Si fermò, diede un sorso a quello che pareva essere Cognac, ma avrebbe potuto essere altrettanto Brandy o Armagnac, ed a lei sembrò che avrebbe dovuto accontentarsi di quella parziale rivelazione e quindi lo esortò a continuare, ricevendo in cambio un’occhiata quasi infastidita e sicuramente di rimprovero.
’’Ed invece non posso più negare a me stesso che mi sbagliavo, che tutto è in realtà locale, temporaneo, istantaneo a volte, ed il mio pensare, il mio cercare continuamente di andare oltre il qui ed ora, o, almeno, il mio tentativo di estendere elasticamente questa dimensione, sia addirittura inutile, che anzi vada rendere i miei riflessi lenti, mi impedisca di cogliere quell’istante, quell’attimo.’’
La faccia di lei si fece preoccupata, e lui provò ad alleggerire con un sorriso ma poi aggiunse
‘’La felicità non sta nella conoscenza, mia cara: sta nel trovare il giusto anestetico che alla realtà ti renda insensibile, sta nel non chiedersi, nel non sapere, nell’ignorare.’’
E dopo poco più di un secondo di occhi negli occhi, tornò a portare lo sguardo verso ciò che già prima stava osservando, cioè il nulla, quel nulla da conoscere, da sentire, da sapere, che sembrava fosse diventato il nuovo suo rifugio.
Era triste sentirlo, pareva essere il tramonto di un anima e lei non aveva parole per fermarlo, ma pur silente e non invitata, scostò la sedia e si accomodò accanto a lui: lei no, non si sarebbe arresa.