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Mike Fratello
Marv Albert
1991 NBA Finals
Bulls
LA Lakers
GW Forum
Cavs card of the day! 🏀
Coach: Mike Fratello
Card: 1995-96 NBA Hoops
Even Drake can’t resist a good ol’ videobomb.
Mike Fratello: The Czar or Commandant Mauser?
Wish I were there when Mahoney made him shave his head.
Il regno di Shawn
Di: Luca Maffucci
“Shawn, how did this happen?”
“Coach, I didn't think we were coming back."
Cleveland, 1998.
Il lockout stava per volgere al termine, il coaching staff e i giocatori si rincontrarono al training camp per preparare la stagione che stava finalmente per cominciare.
Stagione corta, 50 partite. Fondamentale arrivare in forma.
Durante il lockout, i giocatori possono allenarsi spontaneamente, anche in gruppo, ma ai coach ed ai general manager non è permesso né visionare né tanto meno partecipare. Nel 1998 non c’erano né Facebook, né Twitter, né i mezzi di comunicazione come li conosciamo oggi, quindi è pacifico credere che, effettivamente, sia stato molto più difficile tenersi in contatto rispetto all’ultimo lockout del 2011.
Coach Mike Fratello incontrò quindi Shawn Kemp il primo giorno di training camp. Shawn era ingrassato quasi 25 chili, portandolo al paffuto peso di quasi 118 (anche se alle misurazioni ufficiali i Cavs lo tararono ad un più atletico 105, tentativo mal riuscito di nascondere la sua condizione fisica). “Shawn, come diamine è successo!?!?”. “Coach, non pensavo saremmo tornati a giocare”.
Oklahoma, 2011.
I Thunder chiusero la stagione regolare al 3° posto ad Ovest, vincendo la Northwest Division per la prima volta nella loro storia. Al primo turno incontrarono i Denver Nuggets, reduci anche loro da una stagione da 50 W. Non c’è storia, Durant viaggia a 30 di media e i Thunder si portarono sul 3-0.
Come spesso accade, Oklahoma abbassò un po’ i ritmi in gara 4 e concesse a Denver il gol della bandiera. Si tornò ad Oklahoma, verosimilmente per chiudere la serie. La dirigenza di Oklahoma, in previsione della prima serie di PO vinta nella storia della franchigia, decise di dare un forte segnale di ricongiungimento tra il passato ed il presente, invitando Shawn Kemp a sedere in prima fila alla Chesapeake Arena per l’imminente gara 5. Shawn, gentilmente, declinò l’offerta.
Ad una radio di Seattle, qualche settimana più tardi (dopo la fantastica gara 4 della serie successiva tra Thunder e Grizzlies, conclusa al terzo supplementare), motiverà questa sua scelta:
“Vivo a Seattle e porterò i Sonics nel mio cuore per il resto della mia vita […] si tratta di fedeltà, non penso che sarebbe facile per la gente di qui vedermi in prima fila ad un partita dei Thunder […] la gente qui a Seattle merita la pallacanestro, non mi siederò in prima fila da nessun altra parte finché i Sonics non torneranno in azione.”
Kentucky, 1988.
Shawn, negli ultimi anni di liceo, era unanimemente riconosciuto come uno dei primi 4 o 5 prospetti a livello nazionale. Invece di frequentare il college nella storica università dell’Indiana, decise di attraversare il confine e di promettersi all’università di Kentucky (sui motivi e nel merito della scelta ci soffermeremo più tardi).
Purtroppo, però, Shawn non riuscì a passare al primo tentativo il test d’ingresso per l’università, lo “Scholastic Aptitude Test”, meglio noto come SAT. Questo lo portò a stare fermo per un anno una volta finita l’high school.
L’università di Kentucky stava già scontando delle sanzioni per uno scandalo dovuto a dei metodi di reclutamento non proprio ortodossi (la famosa bustarella a Chris Mills), ma durante l’anno di stop forzato, Kemp venne accusato di aver rubato e venduto ad un banco dei pegni due catenine d’oro appartenute a Sean Sutton, figlio del coach Eddie. I Sutton decisero di non sporgere denuncia, sostenendo che le catenine non erano identificabili al 100% come quelle sottratte a Sean.
Qualche anno dopo la madre di Kemp sostenne che suo figlio aveva venduto quelle catenine per conto di un altro giocatore, del quale Shawn decise di non fare il nome preferendo prendersi la colpa del fatto. Mamma Barbara ammise di non aver capito immediatamente la decisione del figlio di prendersi la colpa di qualcun altro.
Nel frattempo, Shawn si trasferì per il semestre successivo al Trinity Valley Community College, una piccola scuola, sconosciuta ai più, ad Athens, Texas. Shawn non giocò mai in partite ufficiali, in pratica si tenne in allenamento il tempo necessario per ufficializzare la decisione che era già nell’aria, soprattutto per le (poche) persone veramente vicine a Shawn: si dichiarò eleggibile per il Draft NBA del 1989.
Ecco perché Shawn si prese la colpa per quel furtarello delle catenine d’oro: aveva già preso la decisione di fare il grande salto nell’NBA, non era adatto a giocare al college, ma era destinato da subito a confrontarsi con i grandi di questo gioco. Invece di accusare un compagno, verosimilmente con aspettative di carriera molto più basse, e per il quale gli anni al college rappresentavano l’unica vera occasione per mettersi in mostra e avere qualche giorno di gloria, decise di prendersi la colpa di qualcosa che, molto probabilmente, non aveva commesso.
Questi tre flashback dicono tanto, ma non tutto, del carattere eclettico e sfaccettato di Shawn Kemp. Un ragazzo che ha bruciato tutte le tappe della sua vita, vivendo sempre al massimo, costretto a maturare troppo in fretta e portandolo, purtroppo, ad un declino professionale e personale arrivato in anticipo rispetto a quanto fosse lecito aspettarsi.
Shawn Kemp nacque ad Elkhart, Indiana, nel 1969. Uno Stato in cui la pallacanestro è vissuta come un vero e proprio culto. La comunità locale è legata indissolubilmente ai destini sportivi degli Hoosiers, i giocatori dell’università dell’Indiana. Ancora oggi, sul retro delle divise, non sono riportati i nomi dei giocatori, perché quello che conta è ciò che è scritto davanti.
Shawn crebbe in questo ambiente e la sua storia familiare fu simile a quella di tanti altri bambini. I genitori divorziarono quando lui era ancora all’asilo e Shawn trascorse la sua infanzia con la mamma Barbara e la sorella Lisa.
La figura maschile di riferimento, nella gioventù di Shawn, venne ricoperta da suo cugino Kerry Ellison. Kemp, inizialmente, fu sfidato sul campo di pallacanestro dalla sorella Lisa, un buon prospetto a livello liceale. Una volta superata la sorellona (molto presto, a dir la verità), Shawn venne preso sotto l’ala del cugino, di 5 anni più grande, sia dentro che fuori dal campo.
Ellison giocava duro contro Shawn, a cui concedeva già parecchi centimetri. Quando Ellison tornò da una breve esperienza coi Marines, si rese conto che non aveva più niente da insegnare a Kemp sul campo da basket. Concentrò, quindi, la sua figura di mentore sugli aspetti extra cestistici, non perdendosi comunque una sola partita di Shawn al liceo. Dopo le partite, spesso doveva medicare le mani di Shawn da tagli e abrasioni. “Devi smetterla di schiacciare così forte, ti farai male” “Quando schiaccio, voglio semplicemente buttare giù il canestro” gli rispondeva Shawn. Una volta, durante una partita al campetto, Ellison sostiene che Shawn schiacciò così forte che dalla retina di metallo esplosero delle scintille.
In quegli anni, Shawn sviluppò un rapporto di amore ed odio molto particolare con l’Indiana e la sua comunità. Frequentò il liceo alla Concord High School, e negli ultimi anni fu unanimemente riconosciuto come uno dei migliori prospetti a livello nazionale, con tutti i benefici e le attenzioni, più o meno gradite, che conseguirono da questo status.
D’altra parte, era uno dei soli due giocatori di colore all’interno della squadra, e sicuramente quello con più visibilità. In generale, la percentuale di ragazzi bianchi nei licei dell’Indiana era in fortissima preponderanza.
Questo portò ad alcuni episodi spiacevoli, come quando, con un jumper all’ultimo secondo, permise a Concord a battere gli acerrimi rivali dell’Elkhart Central. Nel bel mezzo dei festeggiamenti, dal pubblico avversario vennero tirate verso Kemp delle bucce di banana. Shawn fece un passo verso gli spalti, con l’intenzione di raggiungere con un paio di salti (o forse meno, visto il suo atletismo…) gli autori del gesto, ma si fermò in tempo per evitare conseguenze peggiori.
Shawn consumerà la sua vendetta qualche mese dopo, al momento di scegliere il college da frequentare. Visiterà il college di Indiana, ma persone a lui vicine anni dopo confermarono che non fu mai realmente interessato a giocare per gli Hoosiers e che abbia pagato visita solo per rimanere in corsa nel titolo di Mr Basketball dello Stato (assegnato poi a Woody Austin, talento e giocatore nemmeno minimamente paragonabile a Kemp, il che fa intuire quanto fossero incrinati i rapporti).
Shawn non diede nemmeno una chance a Purdue e Notre Dame, altre importanti università dello stato dell’Indiana. Non contento, Shawn decise di oltrepassare i confini dello stato e di cedere alla corte di Kentucky, protagonista di una forte rivalità con gli Hoosiers.
Il resto è noto: Shawn non giocherà una singola partita con la maglia dei Wildcats e si dichiarerà per il Draft NBA del 1989. Verrà scelto alla 17, dai Sonics. Se il draft si fosse tenuto una decina di anni dopo, Kemp non sarebbe mai e poi mai uscito dalla Lottery (voglio dire, 1° scelta Pervis Ellison…di cosa stiamo parlando?), ma a quel tempo le squadre tendevano a fidarsi meno di adolescenti catapultati direttamente dal liceo al grande circo dell’NBA.
Per fare degli esempi, Don Nelson, coach dei Warriors, decise di non dargli nemmeno l’opportunità di un provino, dicendogli che non era forte abbastanza. A Portland, gli dissero chiaramente che qualora lo avessero scelto, non avrebbe visto il campo per i primi 4 anni di carriera.
A Seattle, invece, erano nel bel mezzo di una ricostruzione, ed avevano le scelte 16 e 17 del Draft. Alla 16 Dana Barros. Alla 17 il GM Bob Whitsitt voleva Kemp, ma non fu facile convincere l’allora proprietario Barry Ackerley.
Whitsitt: “Se il ragazzo sfrutta il talento a disposizione, e ammetto che è un grosso se, ci troviamo tra le mani una combinazione fra Charles Barkley e Dominique Wilkins”. Owner convinto, scelta spesa per l’imberbe Shawn.
L’impatto non fu dei più semplici, Shawn faticò a trovare la propria dimensione. Era il giocatore più giovane di tutta la NBA, e chiuse la sua stagione da rookie con poco più di 6 punti e 4 rimbalzi. Fortunatamente, Kemp fu preso sotto la propria ala da X-Man, Xavier McDaniel, una delle migliori ali della NBA all’epoca, che aveva una meritata fama di duro e che influenzò molto Shawn sia sul lato del gioco che sul lato caratteriale.
Al Draft successivo, Seattle con la 2° scelta assoluta chiamò Gary Payton, da Oregon State. Si era appena formata una delle coppie più forti ed eccitanti a calcare un parquet negli anni a venire. Mancava però il vertice di questo triangolo.
Non tardò troppo ad arrivare: nel corso della stagione ’91 – ’92, venne chiamato coach George Karl a sostituire K.C. Jones. Con l’arrivo di Karl, si completò il trio che tante soddisfazioni diede ai tifosi di Seattle negli anni a venire. I risultati non tardarono ad arrivare, Karl chiuse con un record di 27 – 15. Classificatosi come 6° nella Western Conference, i Sonics si trovarono di fronte i Golden State Warriors del duo Hardaway – Mullin, reduci da una stagione da 55 W.
La vita di Kemp lo aveva portato a non fidarsi delle persone. E come avrebbe potuto? Partendo dai tifosi che lanciavano banane dagli spalti, passando per coloro che lo avevano accusato di furto a Kentucky, quelli che non lo avevano votato Mr Basketball dell’Indiana perché scelse di non frequentare le università locali, fino ad arrivare ai coach che non gli avevano dato nemmeno una possibilità prima del draft.
Le cose, però, per la prima volta sembravano diverse. Shawn viveva e lavorava in un ambiente che, finalmente, gli dava fiducia e lo apprezzava per quello che era. Era arrivato il momento di ripagare quella fiducia, e l’occasione gli si presentò proprio al primo turno di quei playoffs. Ad allenare quei Warriors c’era Don Nelson, l’allenatore che non gli concesse nemmeno l’opportunità di un provino prima del draft, perché “non era forte abbastanza”.
Golden State venne schiantata 3 a 1, Kemp viaggiò a 22 e 16 di media e mise in scena uno spettacolo di giocate sopra il ferro ed highlights sufficienti a riempire almeno un paio di top ten giornaliere. Fra queste, il famoso Lister Blister:
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(per la cronaca, Alton Lister è l’onesto mestierante in maglia blu che viene spazzato via…colpevole di un fallo antisportivo su Shawn nella partita precedente).
Il turno successivo “regalò” ai Sonics gli Utah Jazz, detentori dell’accoppiata play-lungo più forte della Lega. Sto parlando ovviamente di Stockton e Malone, dei quali Payton e Kemp potevano essere considerati la versione funk.
Stessi ruoli, ma modo di interpretare il gioco e atteggiamento quasi agli antipodi. Payton e Kemp erano convinti di poter battere i Jazz con il loro atletismo, con il loro trash talk, con la difesa di Gary e le giocate sopra al ferro di Shawn. Si sbagliarono, e di grosso.
Utah vincerà facilmente la serie per 4 a 1, Kemp sarà tenuto a 13 punti e 9 rimbalzi di media, mentre il suo avversario diretto, Karl Malone, chiuderà la serie a 30 e 10. Significative le dichiarazioni di Kemp a fine serie: “non avevo idea che questi ragazzi (Stockton e Malone, nda) potessero alzare così il livello del loro gioco. Abbiamo giocato 4 volte contro Utah in stagione, ma non sembravano nemmeno lontanamente la stessa squadra che ci ha battuto nei playoffs”.
Negli anni successivi i Sonics si qualificarono puntualmente ai playoffs, ma per un motivo o per un altro non riuscirono mai a fare strada, o almeno non quanto ci si aspettasse. Persino il miglior record dell’intera Lega, nella stagione ‘93/’94, si trasformò in un’occasione per entrare nella storia dalla parte sbagliata, risultando essere la prima squadra qualificata col seed n° 1 ad essere eliminata da una col seed n°8, i Nuggets di Dikembe Mutombo.
Durante l’estate del 1994, Kemp venne selezionato per far parte del cosiddetto Dream Team II, la nazionale statunitense che partecipò ai Mondiali che si svolsero in Canada. L’eredità lasciata dal Dream Team del 1992, l’originale, era pesantissima. Il comitato statunitense decise di far partecipare una nuova generazione di talenti che si erano messi in mostra in quegli anni. La scelta non si rivelò particolarmente felice.
Il Dream Team II vinse la medaglia d’oro, rimase imbattuto e vinse le partite con uno scarto medio superiore ai 30 punti, ma l’atteggiamento in campo e fuori dei suoi rappresentanti fu quanto di più distante dall’eredità lasciata dal Dream Team originale si potesse pensare. Arroganti, strafottenti, poco disponibili e irrispettosi degli avversari, tutto il contrario di quello che aveva reso la versione precedente così speciale ed irripetibile. I maggiori accusati di tale atteggiamento furono, appunto, Kemp, Coleman e Larry Johnson, che spesso e volentieri, in un discutibile sfoggio di mascolinità e testosterone, si afferravano i “gioielli di famiglia” dopo una schiacciata.
Questa versione fu così poco apprezzata da giornalisti ed addetti ai lavori, nonché dall’NBA stessa, che alle Olimpiadi del 1996, giocate in casa ad Atlanta, solo due elementi del 1994 furono confermati, Reggie Miller e Shaq.
Nonostante gli scarsi risultati raccolti in post season negli anni precedenti, la dirigenza di Seattle decise di non stravolgere la squadra e di mantenere intatto il nucleo, confidando nella maturazione delle loro due stelle, Payton e Kemp, ancora giovani (26 anni per Shawn, 27 per Gary), e con ampi margini di miglioramento.
La scelta pagò i suoi dividendi: nel 1996 i Sonics raggiunsero le Finals NBA per la prima volta dal titolo del 1979. Di fronte, quella che per molti è tuttora la squadra più forte di tutti i tempi, i Bulls del 72-10. Nonostante l’entusiasmo per le Finals appena raggiunte, la serie fu senza storia. I Bulls si portarono 2-0 e, nella decisiva Gara 3, all’intervallo si trovarono già avanti 72-38. La serie si chiuse 4-2, nonostante le buone prestazioni di Kemp, che vide crescere le sue quotazioni. Tutti pensavano che questa sarebbe stata solo la prima di altre apparizioni alle Finals per Seattle.
Le cose, purtroppo, andarono ben diversamente. Nella offseason successiva, iniziarono a circolare le prime voci su determinati comportamenti extra cestistici di Shawn Kemp.
Fra le voci più curiose, ed anche in un certo senso più innocue, i rumors raccontarono che una volta, Payton e Kemp, festeggiarono una vittoria “accompagnandosi” nel post gara con le Salt n Pepa .
Coach Karl chiuse un occhio, fino a che Kemp iniziò ad essere costantemente in ritardo agli allenamenti. Una volta arrivato al campo, si allenava col massimo della professionalità, però lo staff era sempre preoccupato che potesse saltare del tutto un allenamento o addirittura una partita ufficiale. Le voci fuori dal campo si rincorrevano, in un sottile confine tra verità malcelate e gossip, ma il Coach era certo che queste non avrebbero influenzato il rendimento in campo. In realtà, le cose fuori dal campo stavano precipitando più velocemente di quanto chiunque potesse immaginare. Inoltre, le cose in off season non andarono esattamente secondo le attese per Shawn.
Jim McIlvaine, anyone? Probabilmente il nome di questo giocatore farà scattare ben pochi campanelli, soprattutto tra quelli con meno di 30 anni. Eppure il suo nome, e la sua carriera, è legato indissolubilmente a quello di Shawn Kemp.
Il caso volle che, dopo la stagione delle Finals, Kemp entrò nel suo ultimo anno di contratto. La stagione precedente, Kemp guadagnò 3M di dollari, e volle iniziare presto le discussioni per il rinnovo, con cifre adeguate al suo nuovo status di All Star.
La dirigenza di Seattle, dopo essere arrivata in finale, con un nucleo di giocatori ben definito, cercava l’innesto giusto che gli avrebbe permesso di fare il salto di qualità. Questo tassello venne individuato in Jim McIlvaine. Un giocatore che aveva appena concluso il suo secondo anno nella Lega, alto più di 2.10, chiuse i primi due anni con le non irresistibili medie di 2 punti a partita, 2,5 rimbalzi e quasi due falli a partita (278 punti e 266 falli….). La statistica però che impressionò la dirigenza di Seattle fu che il ragazzo, in poco più di 12 minuti a partita, smazzava 1,7 stoppate, guidando l’NBA nella speciale classifica delle stoppate riportate su 48 minuti.
Questo bastò affinché il front office dei Sonics si convincesse di aver trovato il tassello che mancava per vincere l’anello, una presenza che impedisse, o quanto meno scoraggiasse, le penetrazioni a centro area. Anche Coach Karl (non è dato sapere se per dichiarazioni di facciata o per reale convinzione della bontà della scelta) affermò che McIlvaine sarebbe stato molto utile alla causa, e che anche le prestazioni di Shawn avrebbero beneficiato della presenza di un big man difensivo al suo fianco.
Shawn in realtà non aveva nulla contro McIlvaine, né in linea di massima contro la scelta della tipologia di giocatore. Quello che lo fece infuriare, e che incrinò definitivamente i rapporti con la dirigenza di Seattle, fu il contratto che McIlvaine firmò. 35M in 7 anni. Cercando di fare un paragone con l’NBA di oggidì, sarebbe come se Udoh, nella prossima off season, firmasse un contratto da 70M in 6 anni.
Se googlate “worst contracts in NBA history”, non ci sarà classifica in cui non troverete nelle prime posizioni il contratto di McIlvaine. Giusto per dare un ulteriore termine di paragone, questo contratto portò McIlvaine, nella stagione ’96-’97, a guadagnare più di Karl Malone e Scottie Pippen, fra gli altri. Oltre ovviamente a Shawn Kemp. Cosa che non andò giù di buon grado al nativo dell’Indiana.
A complicare ulteriormente la situazione, la dirigenza di Seattle non poté rinnovare prima dell’inizio della stagione il contratto di Kemp a causa della firma di McIlvaine, per una clausola presente sul vecchio contratto collettivo. Shawn, per protestare contro il fatto di essere solamente il sesto giocatore più pagato dei Sonics, saltò le prime tre settimane di training camp.
Le cose non fecero altro che peggiorare durante la stagione. McIlvaine si rivelò per quello che era, un onesto mestierante da rotazione e non certo quella presenza difensiva in grado di intimorire i centri dominanti di quegli anni. Il leader carismatico di questi Sonics era ormai Gary Payton, molto più cattivo e pronto psicologicamente di Shawn a guidare una squadra.
Dopo l’ennesima uscita prematura ai playoffs, Kemp andò in cerca di quello che Seattle non era stato in grado di dargli: un contratto adeguato alle sue capacità, e finì con l’accettare l’offerta di Cleveland di 107M in 7 anni.
Quello dell’anno ‘96 rimarrà comunque il picco della carriera di Shawn Kemp. Una carriera che si mantenne ad alti livelli per un tempo troppo breve e senza nessun riconoscimento, individuale o di squadra, che ne sancisse l’importanza.
A Cleveland, nella prima stagione, Shawn mise su buone cifre, ma fu subito evidente che il gioco di coach Mike Fratello, fatto di difesa e gioco a metà campo, male si adattava alla sua esplosività ed al suo atletismo.
L’anno successivo ci riporta all’inizio di questo articolo, all’anno del lockout. Emblematiche le parole del GM Embry: “Con i soldi che gli pagavamo, avevamo ogni ragione di aspettarci che si mantenesse in forma fisica […] Una clinica di nutrizionisti di Cleveland lo mise a dieta, ma Shawn non aveva la disciplina per aderirvi. Gli abbiamo addirittura offerto uno chef che andasse a casa sua per preparargli i pasti. Ho detto a Shawn: non voglio nessuno che giochi per me che pesi più di me. Nemmeno quello ha funzionato”.
In realtà, il sovrappeso di Shawn non incise sulle sue cifre come ci si poteva aspettare, anzi. Venendo meno la sua esplosività, Shawn lavorò sul suo jumper e produsse la migliore stagione della sua carriera in termini di punti segnati. Questo miglioramento e la volontà di lavorare su aspetti del suo gioco non completamente sviluppati, mostrarono ancora una volta una maturità cestistica che non sempre gli fu sempre riconosciuta, probabilmente offuscata dalla spettacolarità del suo gioco.
Ormai però per Shawn era cominciata la lotta contro i suoi demoni personali, una battaglia che lo porterà ad avere enormi problemi fuori dal campo, che influenzeranno, purtroppo in maniera decisiva, anche la sua carriera.
Sarà rivelato solo in seguito, ma in quegli anni Shawn Kemp divenne padre di almeno 7 figli (ma il numero è da considerarsi più elevato) da 6 donne diverse. Questo lo portò, negli anni successivi, a vedere i suoi guadagni (circa 92M nella sua carriera NBA) finire per buona parte in alimenti e sostegno alle varie signore. Suo figlio, Shawn Kemp Jr, è entrato nell’University of Washington nel 2011. Spesso, durante gli anni dell’High School, il coro che gli veniva rivolto dai tifosi avversari era “Con-dom bro-ken!” (letteralmente, preservativo rotto).
Dopo un altro anno a Cleveland, nella off season del 2000 venne ceduto a Portland. Purtroppo questo passaggio segnò l’inizio del declino anche della sua carriera professionale, trascinata nel baratro dai suoi problemi personali e dalle sue dipendenze.
Per assicurarsi i servigi di Kemp, Portland cedette uno dei beniamini del pubblico, Brian Grant. Mancarono quindi già da subito dei presupposti per una storia d’amore che effettivamente non nacque mai. Kemp si presentò ancora più fuori forma e le sue performance furono disastrose.
Le cose divennero più chiare quando la stagione di Shawn finì con circa un mese di anticipo, spedito dalla dirigenza di Portland in un programma di riabilitazione per dipendenza da cocaina e alcool. Era entrato ormai in un vortice dal quale non sarebbe più uscito, se non ad anni di distanza ed a carriera ampiamente finita.
Tornò a Portland l’anno successivo, giocò 75 partite ai margini della rotazione. Tanto era infelice a Portland, che chiese di essere tagliato, rinunciando ad una buona parte dello stipendio (a posteriori, non una scelta felicissima) per firmare con Orlando al minimo salariale. Quella ad Orlando fu l’ultima stagione NBA della carriera di Shawn Kemp, arrivato a pesare ormai quasi 140 chili.
A metà anni 2000 si parlò un paio di volte di un tentativo di ritorno, prima a Dallas e poi a Denver. Ci fu poi, nel 2008, la breve e non indimenticabile avventura italiana a Montegranaro, nella quale giocò 3 partite amichevoli prima di tornare a Houston per valutare e riparare i danni che l’uragano Ike aveva causato alla sua abitazione.
Shawn Kemp oggi gestisce un bar nella periferia di Seattle. Nonostante i problemi di droga e alcool, ed i suoi problemi finanziari, è riuscito a non perdersi definitivamente ed ora conduce una vita più che dignitosa. Durante il giorno, continua ad arrivare in ritardo (i suoi impiegati scherzano sullo “Shawn Time”), ma durante le serate è sempre presente e pronto a dispensare sorrisi e strette di mano, nell’unica città che forse lo ha veramente amato e apprezzato per quello che era, un ragazzo cresciuto troppo in fretta e non attrezzato a gestire il carico di responsabilità e notorietà che un palcoscenico come l’NBA comporta.
Luca Maffucci
classe ’83, inizia ad interessarsi di basket NBA quasi vent’anni fa, quando gli venne regalato un cappellino con un calabrone verde e viola sopra. Il calabrone si è recentemente trasformato in Pellicano, ma l’amore è rimasto immutato. Collabora occasionalmente (troppo occasionalmente, purtroppo) anche con la redazione di Play.it USA e gestisce insieme ad altri malat appassionati un FantaNBA pluriennale su www.fantanba.org
NBA Preseason - Where Amazingly Awkward Happens
Sorry Mike Fratello, You just got Kanye'd...the look on his face is priceless!