Oggi, 27 marzo 2018, alle ore 13 circa, presso la caserma di Frattalta Scalo, dinnanzi agli agenti Caiogiulio Cesare e Tormentato Tomasso, il sottoscritto Lovelio Suonabene denuncia l’essere …
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Oggi, 27 marzo 2018, alle ore 13 circa, presso la caserma di Frattalta Scalo, dinnanzi agli agenti Caiogiulio Cesare e Tormentato Tomasso, il sottoscritto Lovelio Suonabene denuncia l’essere …
Ieri mattina, per sbrigare delle pratiche, sono stato in un Ufficio per le relazioni col pubblico, che però è meglio chiamare URP, sennò al banco informazioni, quando chiedete dov’è l’U…
Raffaello Baldini, ne La fondazione, che è un monologo teatrale, a un certo punto scrive una cosa che secondo me è molto adatta a questi tempi qui che viviamo: e qui bisognerebbe fare un altro disc…
Giusto un appunto (che già il fatto mi sembra sparire dai resoconti e dalla riflessioni) a margine dello psicodramma “Italia fuori dai mondiali”. Come nazionale, ieri sera abbiamo uffic…
Qualche giorno fa si rifletteva sull’opportunità di fondare l’M3S, il Movimento Tressette, promuovendolo con lo slogan “Uno (nel senso dell’asso) vale uno”. Come base elettorale, gli anziani da bar sarebbero una buona garanzia. Adesso, fra una partita e l’altra, ci pensiamo meglio.
M3S
Oggi, di dieci anni fa, se ne andava Kurt Vonnegut. Se dovessi descrivere l’impatto che i suoi scritti hanno avuto su di me, probabilmente utilizzerei il termine “cosmologico”. In un suo libro intitolato Un uomo senza patria (A Man without a Country), a un certo punto dice così: Far ridere la gente è una cosa tremendamente difficile. In Ghiaccio-nove, per esempio, ci sono dei capitoletti molto brevi, ciascuno dei quali rappresenta una giornata di lavoro: ognuno di essi è una storiella che deve far ridere. Se stessi scrivendo di situazioni tragiche, non sarebbe necessario dare a ogni brano i tempi giusti per assicurarsi che funzioni. Con una scena tragica non si fa mai veramente cilecca. Se gli elementi giusti ci sono tutti, risulta per forza commovente. Ma raccontare un aneddoto che faccia ridere è come costruire una trappola per topi partendo da zero. Bisogna lavorarci sodo per far sì che scatti quando deve scattare.
Dieci anni senza
Di recente mi è successo di leggere un libro di Amedeo Balbi intitolato Dove sono tutti quanti?, nelle cui pagine si racconta e si spiega la ricerca della vita al di fuori del nostro pianeta. Saggiamente, prima di dirci cosa potrebbe esserci là fuori (e dove, nel caso), Balbi ci dice cosa c’è qui, intanto, sul nostro pianeta, e soprattutto cos’è il “cosa”, cioè la vita, perché se vogliamo cercarla altrove dobbiamo pur sapere come riconoscerla. E no, non è così scontato. Così, nel capitolo in cui si cerca di definire la vita, mi sono imbattuto in alche righe che mi hanno molto colpito: "La vita, però, non è solo complessità. Anche un cristallo, una nuvola o una galassia sono strutture molto complesse. C’è qualcosa di più, una caratteristica talmente importante da far sembrare i sistemi viventi profondamente diversi dal resto della materia che troviamo nell’universo: essi sembrano eludere la spontanea tendenza di tutto ciò che esiste a precipitare nel disordine. È una legge di natura, la seconda legge della termodinamica: lasciato a se stesso, qualunque sistema inizialmente ordinato si incasina inesorabilmente. Senza manutenzione i monumenti si sgretolano, e non ci aspettiamo certo che un mucchio di sassi inizi improvvisamente a mettersi assieme formando un edificio. Eppure, in un certo senso, un sistema vivente fa proprio questo, almeno finché ci riesce. Più o meno consapevolmente, è questo il criterio con cui distinguiamo ciò che è vivo da ciò che non lo è: la capacita sorprendente di restare separato dal flusso del decadimento che coinvolge ogni cosa. La morte non è altro che il ritorno di un organismo al comportamento spontaneo della materia inanimata, la perdita graduale di una struttura organizzata." Insomma, la vita è una specie di resistenza. Un opporsi a un destino inesorabile, per un breve istante (almeno in termini cosmologici), emergendo per un attimo da un fiume in piena, nuotando controcorrente, faticosamente, per percorrere solo pochi centimetri, se non millimetri, e poi via, sfiniti, di nuovo dalla parte “giusta”, con tutto il resto. Combattere sapendo di non poter vincere. Piccoli stupidi eroi.
Ieri, girando per i soliti social network, a proposito di morbillo e vaccini mi sono imbattuto in un paio di soggetti interessanti. Uno diceva, più o meno, “Ai miei tempi non ci si vaccinava per il morbillo e non è mai morto nessuno”, mentre l’altro, sempre più o meno, diceva “Non c’entrano i vaccini, il morbillo lo portano i clandestini, ecco perché è aumentato”. Per dire quanto può essere creativa la mente umana. Al di là di queste note di colore, che però aiutano a farsi un’idea del clima che si respira sull’argomento, ci tenevo solo a sottolineare un dettaglio che mi sembra un po’ trascurato. Ovvero. Vista la convinzione dimostrata da chi è contro i vaccini, vista la campagna che è stata portata avanti (perché sì, ci vuole una campagna dis-informativa per far sì che le vaccinazioni calino al punto da far ricomparire certi fenomeni epidemiologici, e mettere in moto di conseguenza campagne pro vaccinazioni), visti la forza e l’animo spesi nelle discussioni da queste persone, a me pare piuttosto ovvio, lo do proprio per scontato, che quando inizieranno i decessi (e sì, inizieranno), questi individui se ne prenderanno tutto il merito.
Grandi e vaccinati