Sono quasi 6 mesi che non parliamo. In verità io parlo con te costantemente nella mia testa: quello che vedo, quello che ascolto, quello che sento in qualche modo ha sempre un legame con te. Non avevo mai provato qualcosa del genere, forse una volta sola ma in maniera molto più superficiale, quand'ero tanto piccola e ingenua: era il frutto dell’inesperienza, mi dicevo; da adulta non avrei mai abbassato le barriere così tanto con nessuno, mi dicevo, non avrei mai perso la mia preziosa individualità, la mia santa capacità di stare sola, di essere io stessa il mio centro vitale. E invece eccomi qua, a vagare come un’assetata in un deserto infinito. Now my riverbed has dried, come canta Sufjan. Rispetto al passato, c’è questo leitmotiv che ritorna: i legami troppo intensi finiscono male, con una botta secca. D'altronde me lo sentivo dall’inizio che questa storia era una macchina lanciata a 200 all’ora contro un muro. Il punto è che non avevo mai visualizzato cosa sarebbe successo dopo l’impatto.
Quasi 6 mesi che non parliamo, dicevo. Oppure: quasi 6 mesi in cui non faccio altro che parlare con il te-fantoccio che abita della mia testa, in cui ogni tanto scrivo qualcosa per te che non ti arriva mai, in cui ogni tanto sogno qualcosa che ti riguarda. E se sto scrivendo ora - e pubblicando qua - è un po’ per esorcismo, un po' per sfogo, in ogni caso niente di così nobile. È che in questi giorni sono successe tante piccole cose di cui avrei voluto parlarti. Col te-vero, non col te-fantoccio. Hai visto il documentario su David Bowie ieri sera? Che effetto ti ha fatto? Cosa hai pensato, provato? Io è da settimane che ascolto Bowie a ripetizione, e poi ieri casualmente una mia amica mi ha scritto "guarda Rai3" e ho scoperto che era il suo compleanno ed è stato come un regalo. Quelle piccole coincidenze che ci piacevano tanto. Sono rimasta colpita da quel suo essere costantemente su un altro piano, da quel suo interrogarsi perenne sul rapporto con l'arte, con l’universo, con la vita. L'esistenza come mutamento costante, il rifiuto di un centro unico. E poi pochi giorni fa mi sono imbattuta di nuovo in Gurdjieff, nella Quarta Via, nel cocchiere e nei cavalli. Non ho ancora letto nulla perché ho sempre pensato che avrei sentito il momento adatto per immergermi in quel mondo: mi sento vicina, ma non ancora là (e chissà se ci arriverò mai). Ma mi convinco sempre di più che è raro ma non assurdo essere così presi da questa ricerca, che forse la cosa davvero assurda è resisterle così tanto. D'altronde mi sembra che la prima parte della mia vita sia stata un allenamento a resistere a ciò che mi attirava, e forse questa seconda parte è una sfida a sconfiggere questa resistenza (anche se per ora non sta andando molto bene).
Quasi 6 mesi che non parlo con te, e forse comincio a capire cosa ti rendeva così speciale: eri il compagno di giochi che non ho mai avuto, una persona capace di intuire la via verso the hidden river of my life (se prendo ancora in prestito le parole da Sufjan non è casuale, anche lui per me fa parte di quel percorso), e anche se non mi ascolti più, fingere di parlarti è un modo per camminare ancora lungo quella strada. Non penso di essermi innamorata di te, di averti amato, non nel modo in cui normalmente si amano le persone, era più una sorta di desiderio spirituale, forse simile al modo in cui normalmente si ama la divinità, o l’ideologia. Mi viene in mente E ti vengo a cercare, un’altra canzone che ci univa e che non ho mai capito bene se parlasse d’amore o di spiritualità - probabilmente di entrambe le cose, che sono forse, in qualche rara circostanza, la stessa cosa. Ma il problema con gli esseri umani, rispetto alla divinità, è che poi finiscono per comportarsi da esseri umani, si spaventano, cambiano idea, sbagliano, dis-amano. E così non mi sei venuto a cercare - e neppure io l’ho fatto; forse ci ho messo un po’ di impegno in più, ma con le azioni non ho onorato questo sentimento che dico di provare. Avrei dovuto rincorrerti? Mi sembrava di venirti a catturare, piuttosto che a cercare. O forse anche io, umanamente, in fondo, ho solo avuto paura.
Alla fine tutta questa storia mi ha fatto tanto male, eppure non posso evitare di chiedertelo: puoi ritornare, per favore? Avrei tante cose da farti leggere - c’è una poesia di Pessoa che ho segnato da mesi proprio per te, e un libro che parla di piante con dei passaggi che ti piacerebbero tanto. Mi suoni Lady Stardust al piano? Posso provare ad accompagnarti con la chitarra, ho imparato gli accordi qualche settimana fa. Sono diventata più brava sai, mi sono impegnata molto in questi mesi. Come te la passi in questi giorni così grigi? In cui più il tempo passa più il mondo attorno a noi sembra accelerare e impazzire? Spero che nel luogo dove ti sei rifugiato arrivi almeno qualche raggio di sole - il mio è dominato dal buio, ma so che tornerà la luce, prima o poi. Mi manchi tanto. Se solo mi avessi teso la mano, se solo ti avessi teso la mano - se solo ci fossimo tesi la mano.














