e ho scoperto che può annegare anche chi rinuncia a navigare
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@xerotere
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Qui c'è talmente tanto di stratificato da destratificare che non so mai da dove cominciare. Manca il tempo, certo, ma manca soprattutto la macchina che lo riavvolge: ecco l'inganno di quelle frasi fatte che mi capita di leggere spesso in giro, prendi quella decisione difficile che ti spaventa, come se le decisioni fossero varchi sempre aperti e non porte murate da una vita intera di cemento educato. Iscrivermi al liceo artistico invece che al classico; fare quel corso di falegnameria; vagabondare per il mondo invece di consegnarmi all'università vista come unico e solo mezzo di riscatto e salvezza sociale; seguire la musica, forse la mia unica vera inclinazione, quella che per qualche ragione oscura ho sempre, metodicamente, rimesso nel fondo di un cassetto nascosto. Sono tutte cose che esigono, prima di ogni altra cosa, una macchina del tempo, che ahimé non ho. Quello che ho avuto, invece, è stata un'infanzia e poi un'adolescenza e poi una giovinezza tutte spese a fare la cosa giusta, a non dar fastidio, a non essere di peso a nessuno - una piccola architettura paziente di autosufficienza e di ragione, mattone su mattone, fino a diventare quello che sono ora: un'adulta rotta. Un'adulta che funziona eh, ma è completamente, irrimediabilmente rotta - una persona che concepisce il principio di piacere solo in una maniera distorta, quasi fosse sempre un errore, un guilty pleasure da concedersi di nascosto e non qualcosa che possa guidare la vita e le decisioni. C'è talmente tanto da destratificare, dicevo, e il presente non è di certo meno spietato del passato: ogni desiderio che provo a formulare chiede subito delle risorse che non ho, economiche o di competenze o di tempo, poco importa. Prendi quella decisione difficile che ti spaventa e il mio cervello urla subito alla catastrofe, perché, di fatto, le decisioni che mi spaventano sono effettivamente delle decisioni catastrofiche nel senso etimologico del termine*, dei capovolgimenti e delle rivoluzioni la cui idea mi scuote fino al midollo. Vorrei per un attimo leggere il futuro quel tanto che basta a capire se questi sforzi per estirpare la tristezza hanno un senso, oppure se converrebbe arrendersi a una vita che, in fondo, malvagia non è - semplicemente, a tratti, sembra vuota e senza una direzione, mossa più per meccanica che per altro. E il desiderio, in questa meccanica, resta solo un episodio estemporaneo, una luce che si accende per un attimo in fondo al corridoio e poi, prima ancora che ci si avvicini, si spegne di nuovo, lasciandoti col dubbio se fosse davvero accesa o se l'avessi solo immaginata.
non so proprio che nome dare alla mia tristezza di questi giorni. non so se chiamarla col nome del capo che mi tormenta da 3 anni, o se chiamarla con la data di questo contratto che finalmente sta per terminare (che sollievo, e che paura). non so se darle il nome delle mille malattie che mi autodiagnostico o di quelle terribili che ho già avuto - non so se chiamarla semplicemente ipocondria. non so se darle il nome dell'amore che mi è scivolato via tra le dita, o di quello che non sono capace di ricevere. non so se il suo nome è quello del tempo che mi manca da dedicare alle cose che contano davvero, o il tempo che passo a far cose che detesto (d'altronde, le due cose coincidono). non so se ha il nome di tutte le avventure mai vissute e che sento che non vivrò mai, o se il suo nome è l'acronimo di tutte le paure che mi tengono inchiodata dove mi trovo. so solo che come un velo mi copre il capo e mi contorna il viso, e se provo a toglierlo si avvinghia un po' più forte di prima.
Racconto alla mia amica che ho fatto questo sogno in cui penso di andare in una bellissima riserva naturale e invece mi ritrovo in un circo. Lei mi chiede “cos’è che nella tua vita in questo momento ti sembra un circo?”, le dico che non lo so, continuo a rifletterci su ma poi col passare della giornata la domanda sfuma via. Tempo dopo guardo Instagram e vedo l’ennesimo influencer che fa cose che mi creano un misto di disprezzo e invidia, una delle mie voci interne (quella acida e giudicante) sentenzia “ecco un altro fenomeno da baraccone” e mi si accende una lampadina: forse il circo non è qualcosa che c’è ma qualcosa che so che mi toccherebbe fare per raggiungere determinati obiettivi - il circo è quello che normalmente le persone fanno nell’Anno Domini 2026 per portare avanti i propri progetti, farsi conoscere, farsi sostenere - una rappresentazione, una simulazione, una promozione che sempre con più forza passa dal grottesco o quantomeno dal sopra le righe. Nel sogno mi aspettavo di trovare degli animali e invece c’erano maschere e saltimbanchi, e io con una certa tristezza mi chiedevo cosa stessi facendo là, col biglietto già pagato e il conseguente dovere morale di assistere a uno spettacolo che mi suscitava anche un certo senso di disagio. La vita in questa sempre maggiore capillarità del virtuale forse è anche un po’ così: una promessa di connessione e possibilità che si trasforma in una replica sbiadita e distorta di un’esperienza in terza persona del reale, dalla quale non riusciamo comunque distogliere lo sguardo.
L’ultima volta che sono stata a Milano è stato quasi un anno e mezzo fa. Io e te ci eravamo conosciuti da poco, e ricordo che erano giorni in cui mi stavo abituando alla tua presenza, con una certa curiosità e anche una punta di divertimento, sorpresa da quella dinamica peculiare che si stava creando tra di noi, un po' sconcertata nel vedere le mie usuali barriere dissolversi completamente davanti ai tuoi modi di fare. Di quei giorni ricordo vividamente una serie di dettagli legati a te, come se la memoria si fosse ancorata al luogo, pur non avendolo condiviso: mentre cammino per le stesse strade di allora, mi vengono in mente cose di cui parlavamo al telefono in quei giorni - il tuo rapporto con Milano e con Pavia, considerazioni sul clima e sull’architettura, piccoli spiragli aperti sul tuo modo di vedere il mondo. La cosa che mi è più rimasta impressa, però, è la musica: c’erano un paio di album che mi avevi consigliato di ascoltare durante il viaggio e che io, nonostante spesso sia così cieca e sorda ai consigli, ho letteralmente divorato, colpita dalla vicinanza che c’era tra i tuoi gusti e i miei, anche nelle cose molto diverse che ascoltavamo, come se con linguaggi diversi cercassimo di dire la stessa cosa. E così esco dalla metro di Loreto e ho un flashback preciso dello scorso anno al suono di James Blake, cammino lungo corso Buenos Aires e ricordo il preciso istante in cui ho ascoltato per la prima volta gli Unwound. La musica che ho scoperto tramite te, o che è in qualche modo riconnessa a te, è per me vietata in questo periodo: è triste ammetterlo, perché dentro ci sono tante cose a cui tengo molto, ma ho deciso di non ascoltarla per evitare di rimuginare ancora di più rispetto a quanto non faccia abitualmente. Ma capita ugualmente che il pensiero faccia voli pindarici ed arrivi a te, e così mentre cammino per le strade di Milano cercando di ignorare tutti i sillogismi che portano alla tua persona, finisco per ascoltare una canzone che a un certo punto dice più o meno love is a battlefield - but doesn't make you feel alive? e penso che mi sembra di aver vissuto più intensamente nei mesi in cui eri accanto a me (e forse anche nei mesi successivi, per quanto dolorosi) che nel resto degli ultimi anni, soprattutto se ripenso alla vividezza e alla profondità con cui mi sono rimasti impressi alcuni momenti, anche quelli apparentemente molto semplici e tutto sommato trascurabili.
ciao. ti scrivo un po' random. chi é l'artista della tua immagine del profilo? mi piace
Ciao, è una stampa di Hokusai
il mio cuore corre come un pazzo - ma la mia testa rimane immobile. vorrei divorare la vita a grandi morsi lottare con ferocia fuggire verso ciò che mi chiama - e invece granitica rimango esattamente dove già mi trovo. mi sento come un blocco di pietra all’interno del quale arde un fuoco: un’energia che vorrebbe espandersi ma rimane intrappolata, che sempre oscilla tra il consumarsi e l’esplodere.
Per il tuo portarti al lago tra gli steli d'erba, l'ultima poesia pubblicata da @ilsalvagocce
Ma che bello, grazie mille per avermela segnalata :)
Ieri ho fatto un esperimento. Mi sono presa un pomeriggio libero e mi sono portata al lago, con la stessa cura con cui ci avrei portato te. La mia psicologa dice che sembra che attraverso questo ostinato e continuo parlare con te io stia cercando di ricongiungermi a una parte di me, e allora va bene, porto me a fare le cose che avrei voluto fare con te (potrebbe essere benissimo l’incipit di una psicosi). Mentre guido ascolto della musica, mi lascio trasportare in una dimensione un po' eterea e sognante, in uno spazio che posso chiamare orgogliosamente e senza esitazioni mio. Ma quando parte un brano dal nome Nothing is real ritorno a te e penso che "nulla è reale" è proprio un'affermazione da te - la tua filosofia, il tuo modo d'essere, e infine anche il tuo modo di comportarti. Io sono l'inverso della medaglia: se niente è reale allora tutto è reale, il nichilismo diventa massimalismo esistenziale, uno strabordare di vita che a tratti temo possa farmi a brandelli e disperdermi in mare (e anche questo potrebbe essere l'incipit di una psicosi). Il lago ieri era meraviglioso, un concentrato di bellezza che non sarei riuscita ad immaginare neppure nei miei sogni più luminosi. Mi siedo sul prato, non ho un telo con me, l'umidità mi inonda ma glielo lascio fare con una certa gratitudine, immagino di essere uno stelo d'erba come ce ne sono a centinaia di migliaia attorno a me. Nel mentre mi godo il sole che tramonta, il canto della natura che si propaga dall'acqua, dal cielo, dai boschi attorno. Penso di aver fatto proprio bene a portarmi al lago - dovrei farlo più spesso, portarmi in giro con la serietà e la cura con cui mi occupo di impegni ben più noiosi, ben meno importanti. Penso che se tu fossi stato lì con me sarebbe stata davvero un'esperienza incredibile, ma tutto sommato anche la mia sola presenza non mi spiace. È strano - cosa sono solitudine e compagnia? Come cambiano la percezione di ciò che viviamo? Cos'è questa necessità di condividere le cose, di non sentirsi soli, di viverle insieme ad altri - ma qui sbaglio, la mia necessità non è mai stata la compagnia, e neppure la condivisione - non mi sono mai bastate -, quello che ho sempre cercato, sempre voluto (mi stupisco un po' nell'usare con tanta decisione il verbo volere) è la connessione - una profonda, intensa, viscerale, autentica connessione che mi riporti contemporaneamente a me stessa e al mondo. Aprire e aprirsi, capire e capirsi, desiderare, desiderarsi. Mi chiedo se la connessione che cerco non sia quella che gli steli d'erba hanno tra di loro grazie alle loro radici intrecciate e al loro comunicare linfatico - qualcosa di intuitivo, nascosto e vitale - riconoscimento della presenza, comunicazione del benessere e del pericolo. Per quanto riguarda me, dando per buona l'intuizione della psicologa, provo a ricongiungermi con la facoltà di vedermi, osservarmi con curiosità, darmi spazio per crescere, sperimentare, sbagliare, esistere. Affondo le mie radici in profondità e cerco di portare in me tutto il buono che trovo. Dove prima mi sembrava di toccare le tue radici ora c'è il vuoto - ma io sono l'inverso della medaglia, e cos'altro potrei fare se non cercare di tirar fuori il pieno, da questo vuoto?
la razionalità è sopravvalutata
Sto partendo per un lungo viaggio in solitaria, zaino in spalla. Prendo un volo per Dubai, che mi serve come scalo per spostarmi più a oriente; ma una volta atterrata, mi rendo conto, con una certa sorpresa, che le mie tre migliori amiche del liceo si sono trasferite là, non in maniera coordinata, ma con una certa logicità che ha portato i loro percorsi molto diversi tra di loro a convergere in una stessa meta. Decido allora di fermarmi per la notte e passare una serata con loro. È però tardi nel pomeriggio, e mi preoccupo di non avere un posto dove dormire - è strano, loro possiedono ormai appartamenti di proprietà grandi e belli, eppure non mi viene in mente di chiedere ospitalità, né loro mi chiedono di dormire a casa loro. Vado in panico un momento pensando a tutti i soldi che dovrò spendere solo per passare una notte in un hotel di quella città che neppure mi piace, poi mi rendo conto con un certo sollievo che posso cercare un ostello - e poco dopo mi ritrovo in questo posto un po' dimesso ma con un'atmosfera accogliente nel mezzo di una sorta di parco vicino al mare. 120 euro una stanza singola, 60 euro un posto letto in una camerata: scelgo quest'ultima opzione, con un certo senso di inadeguatezza rispetto al pensiero delle mie amiche che incontrerò più tardi, ma anche con una certa fierezza per il mio zaino così compatto eppure così completo per affrontare il viaggio - in fondo non mi manca proprio nulla. Mi sistemo un po', ceno con un sandwich di quelli che si trovano nei distributori automatici (anche in questo caso è strano: perché non ceno con le mie amiche?) e poi esco per raggiungerle in un cocktail bar molto chic sul lungomare. Le trovo belle, insieme, M col suo nuovo splendido fidanzato, P felice del suo super lavoro, E che racconta della sua nuova casa. Passiamo una bella serata, ridiamo come sempre, ma sento che io sto per andare via mentre loro rimarranno là, e che tra me e loro c’è un sottile quanto solidissimo muro.
Mi sveglio con una sensazione strana addosso. Nel ricordarmi la trama del sogno penso che sia una messa in scena ad opera del mio inconscio del senso di inadeguatezza economica e lavorativa che sto vivendo in questo periodo, soprattutto paragonandomi a persone che hanno fatto scelte e percorsi importanti come le mie amiche. Ma mentre la giornata scorre via, il pensiero continua a tornare su quelle immagini, come se non volesse lasciarle andare e, ogni volta, le rimettesse un po’ più vicine a un significato che ancora non si lascia afferrare del tutto. Inizio a sentire che c’è qualcosa in più, come se il viaggio che sto per fare e il distacco dalle mie amiche in sogno simboleggino un riuscire ad andare oltre, ad abbracciare l'idea che il mio è uno spirito nomade, inquieto, curioso, frugale, che appartiene a tutto e contemporaneamente a niente. Chissà perché, non sono mai riuscita a stare bene dove stanno bene gli altri, e questo, col tempo, mi ha spinta verso una forma di solitudine che non è mai stata del tutto scelta né del tutto subita, verso l'esplorazione di spazi ignoti, a volte verso una sofferenza netta, senza nessun tipo di mediazione. E tutto questo sembra infine riunirsi nel medesimo punto di fuga. E ora chissà - zaino in spalla, si va ad oriente?
Nell'ultimo periodo il mio screen time è aumentato esponenzialmente: noto che passo ogni istante in cui non sono fisicamente impegnata in qualcosa a scrollare, scrollare, scrollare, prevalentemente su Instagram. Di solito sono piuttosto selettiva rispetto a quello che guardo (o almeno provo ad esserlo), mentre ultimamente fagocito davvero di tutto, e noto come l'algoritmo mi proponga materiale sempre più stupido e sopra le righe. E allora è un bombardamento continuo di analisi geopolitiche, meme su qualsiasi argomento esistente, ricette vegane, p4lestn3si che chiedono aiuto, video di gattini, video di fai-da-te con gente che fa cose incredibili, analisi di mercato, n3t4nyhau morto e risorto AI e meme annessi, video di musicisti, medicina estetica, teorie del complotto di vario genere, viaggi esotici, life coach pronti a vendermi il metodo infallibile per riprendere la mia vita in mano. La cosa che mi fa più rabbia è che mi sembra che questa sorta di dipendenza sia iniziata perché Instagram è l'ultimo legame rimasto con la persona che più mi ha dato e più mi ha tolto da un anno a questa parte, e mi sono trovata a scavare spesso lì, alla ricerca di un'ultima e un po' disperata connessione, un like messo nello stesso posto, la consapevolezza di continuare ad avere dei pensieri in parallelo nonostante l'assenza di contatto. Mi sento come se dopo tutte le benedizioni e poi le maledizioni questo fosse l'ultimo (per ora) anatema che con la sua distanza mi lancia addosso. Ma forse vaneggio, ed è una cosa che sarebbe successa comunque, che era già là, perché questo binge di informazioni, immagini, notizie, nozioni, stronzate non è che un modo per spegnere il cervello e smettere di pensare in questi tempi bui - come una medicina che poi diventa più dannosa della malattia stessa. Devo assolutamente impegnarmi ad uscire da questo tunnel, mi dico, a riprendere il controllo sui pensieri - come mi suggerisce ogni volta il life coach di turno, a ricordarmi che c'è una vita oltre tutta quest'oppressione informativa e che è giusto frapporre una sanissima distanza tra sé e il mondo a volte.
L'andamento emotivo di questa canzone mi sta devastando
Cos'è il podcast sul love bombing?
Love bombing di Roberta Lippi, super consigliato
Il pensiero di te si è fatto intermittente, com'è naturale che sia, suppongo, dato il trascorrere del tempo e l'accumularsi di pensieri di altre cose, altre persone, altre situzioni. Mi accorgo che ritorno a pensarti più che altro nei momenti in cui cerco rifugio dal mondo, quando le cose attorno a me diventano troppo opprimenti e vorrei nascondermi da tutto ciò che percepisco come un pericolo. C'è questa parola, rifugio, che mi viene spesso in mente nel pensarti: per me eri diventato questo - un luogo sicuro dove trovare riparo, una boccata d'ossigeno in un mondo pieno di gas letali. Certamente è triste e buffo pensarci retrospettivamente, considerando il male che, non so se consapevolmente o inconsapevolmente, sei riuscito a farmi. Non so perché abbia delegato alla tua persona un ruolo così importante. Recentemente mi è capitato di immaginarmi a narrare questa storia in una puntata del podcast sul love bombing e di concludere dicendo che da una parte mi sono sentita manipolata da te, dal tuo mostrarti sempre così gentile, così vicino, così presente, così simile a me; dall'altra, mi sono automanipolata nel pensare a questo legame come qualcosa di veramente speciale, una connessione che nessun altro poteva capire, un tesoro che segretamente cercavo da tempo immemore. Ora, quando cerco un rifugio, non so bene dove andare - o meglio, ci sono diversi posti dove provo a ripararmi, anche se non sempre funzionano. Ci sono la musica e lo studio, c'è il prendersi faticosamente cura delle piantine e tentare di far nascere qualcosa di nuovo ogni tanto, ci sono gli amici e la fotografia, l'andare in montagna e la scrittura. Eppure a tratti mi sembra che io stia solo fingendo - che tutte queste cose (che pure fanno parte di me da ben prima del tuo passaggio nella mia vita) non siano che delle toppe cucite a rammendare dei buchi, e che sotto questo tessuto ormai lacerato ci sia un immenso buco nero che chissà per quale strano motivo la tua presenza era, almeno in parte, riuscita ad illuminare - e che ora è diventato ancora più oscuro e famelico di prima.
Recentemente mi capita di aprire saltuariamente facebook e di trovarvi delle richieste di amicizia alquanto bizzarre. Oggi per esempio ho trovato quella di una delle mie primissime crush delle superiori: quello che ai tempi era un ragazzetto biondino di 3 o 4 anni più grande di me che notai durante un'assemblea d'istituto perché mi sembrava particolarmente colto e dotato di linguaggio forbito per la sua età, parlava di filosofia e citava autori che creavano in me suggestioni particolari, sconfiggeva in pubblico con una voce calma e chiara la timidezza che sembrava avere in privato. Se ancora oggi sono piena di paure al pensare di interagire con cose, persone e situazioni, ai tempi ero all'incirca come una lastra di marmo, guardavo senza nemmeno pensare di poter toccare o far parte di qualcosa, quindi questo giovinotto rimase un interesse puramente platonico, come d'altronde il 99% degli interessi della mia vita - non credo neppure di averci mai parlato. In quegli anni, poi, per quanto già abbastanza perspicace, ero un po' troppo giovane per comprendere a che categoria umana appartenesse: capivo facesse parte di un'élite - i suoi amici erano quelli che si sarebbero potuti definire "popolari" all'interno di quello strano (e malsano) bioma, avevano le auto quando pioveva e i motorini quando c'era il sole, uno stile abbastanza riconoscibile basato su vestiti sobri ma evidentemente di marca, gusti musicali discutibili, frequentavano solo determinati locali spesso di proprietà di qualcuno dei loro fratelli maggiori, fumavano le sigarette tutti assieme in cortile durante la ricreazione - ma non sapevo articolare più di così il mio totale senso di estraneità a quelle persone. Avevo una vaghissima idea di classe sociale, sapevo che la mia scuola era piena di gente proveniente da famiglie ricche&potenti che già avevano solidi legami tra di loro e immaginavo che questi gruppi ne facessero parte, ma non avevo una vera comprensione del significato di tutto questo. Ma, ritornando al punto iniziale della narrazione, apro facebook e leggo questo nome che mi traspone di circa tre lustri addietro e ci metto un po' a mettere assieme i pezzi. Scopro così che il ragazzetto biondino è diventato un uomo pelato con un viso comunque abbastanza dolce, come lo era nei miei ricordi. Scorro il suo profilo e scopro essere un po' meno dolci, invece, le sue posizioni su vari temi politici e sociali - conflitti in corso, diritti umani e diritti civili, religione - leggo roba pro-vita e pro famiglia tradizionale. Fa lo scrittore in un ambito di nicchia con un certo successo e collabora con alcune realtà vicine alle sue idee, viaggia per il mondo, ogni tanto torna nella nostra città d'origine e tiene conferenze nei circoli altolocati locali. Non riesco a immaginare attraverso quali giri sia arrivato al mio profilo facebook, ma poi ricordo che esiste semplicemente l'algoritmo. Non so neppure perché sto scrivendo di questa cosa - forse è perché tra tutti i capitoli della mia vita quello delle superiori rimane uno dei più difficili e irrisolti, e ogni tanto la mia mente ha bisogno di tornare a scavare da quelle parti, alla ricerca di chissà cosa. Ma intanto: che faccio Marco bello, ti accetto? Aggiungo una voce dissonante alla bolla di zecche comuniste in cui mi ritrovo? Sono pronta ad avvelenarmi il fegato con 'sta storia di salviamo i feti ma lasciamo morire i bambini in mare, i bambini tra il fiume e il mare, i bambini un po' meno bianchi dei nostri bambini? Faccio finta di avere 14 anni e che mi sia arrivata una richiesta d'amicizia proprio dalla mia crush? Se mi concentro abbastanza riesco ad immaginare cosa avrei provato a quei tempi di fronte a una notifica del genere, è una cosa che mi fa sorridere e mi aiuta a mettere un po' in prospettiva le mie emozioni - quante delle cose che mi agitano ora tra 15 anni non varranno più niente? Quasi tutte, direi.
La cosa che più mi fa arrabbiare è che mi sembra di non riuscire ad imparare mai niente, da nessuna situazione. Faccio sempre gli stessi passi e sempre gli stessi errori, mi sembra di avanzare ma poi all'improvviso (dopo giorni, dopo mesi, a volte anche dopo anni) mi ritrovo catapultata, scaraventata indietro a causa dei soliti, ripetuti problemi. Vorrei abitare per un giorno solo, ma anche solo per un'ora, ma anche solo per dieci minuti o un minuto appena, in una mente che non sia la mia - non so bene cosa significhi, ma sicuramente vorrei sperimentare l'ebbrezza di un cervello che funzioni decentemente, che sappia esprimere con chiarezza e fermezza i propri bisogni e individuare e bloccare ciò che gli nuoce, che riesca a ordinare le priorità e i problemi in maniera corretta, che sappia gioire arrabbiarsi ignorare rilassarsi nelle situazioni dove ha senso farlo, che non vada in tilt di fronte al caos del mondo. Vorrei saper vivere e non dover entrare in modalità sopravvivenza come mi capita di recente, come sono stata abituata a fare per gran parte della mia vita, come il mio corpo mi chiede di fare quando il carico delle richieste e delle aspettative diventa eccessivo. Vorrei poter prendere le radici del mio malessere e strapparle una ad una dalla mia carne e vedere cosa resta di me - temo che in fondo resterebbe ben poco, perché sono stata addestrata a non essere che una funzione, un cosa cosa che esiste solo in quanto performante, in quanto competente, in quanto affidabile, responsabile, irreprensibile, senza spazio per altro e senza pietà per l'errore. Cosa sono - oltre al mio lavoro, all'andare bene a scuola prima e generare reddito poi, oltre all'essere una persona su cui si fa affidamento quando serve, da trattare male senza temere ritorsioni quando è necessario, oltre a questa maschera di soldatino che mi hanno o mi sono cucita addosso senza troppe domande. Ѐ da anni che so che ci sono io e c'è questa gabbia attorno a me e poi c'è una guerra di logoramento tra di noi, ma nonostante gli sforzi, nonostante le energie, nonostante la determinazione nello star meglio, mi sembra sempre che ad averla vinta sia, infine, sempre lei.