–––– ⁰⁹ˑ³⁰ˑ²⁰¹⁵; ʰ ⁰⁰ˑ⁰⁰ –––––––– ⌜ ❝ Like a skipping stone. ❞ ⌟ https://www.youtube.com/watch?v=GNM5YfEaj24
/ Victoria /. Carmen aveva scoperto che significava poco o nulla in assenza di qualcuno con cui condividerla. Gli applausi, le grida e i complimenti si perdevano nell'effimero. La risolutezza di un attimo, un fuggevole istante che le sfiorava la pelle ma non l'accarezzava. Non come voleva lei. Si era accorta di soffrire di solitudine, come tutti i grandi artisti e no ─ ancora una volta non peccava di egocentrismo. Viveva di conoscenze superficiali, di amicizie tenute all'oscuro o di sentimenti non corrisposti. Viveva di speranze ripetutamente rispedite al mittente, di illusioni piacevoli ma mai realizzabili. Di ferite che mascherava con forza d'animo e quel sorriso un po' troppo sbiancato per una ragazzina di appena vent'anni. Non amava mostrarsi debole; quelli erano momenti che riservava solo per se stessa. Uno spettacolo tragico di cui a volte riusciva ad apprezzare la drammaticità. Sapeva di essere complicata, di non facile gestione. Investiva le persone come un'enorme palla di fuoco, scagliata ad altissima velocità e senza alcun tipo di freno. Un po' come le stelle, quelle cadenti, dirette verso lo schianto e al loro inevitabile destino. L'aveva capito, Carmen. Provava a farci i conti, inghiottendo il boccone amaro e sfruttando l'idea di un futuro diverso come palliativo.
Scriveva tutto ciò nelle sue canzoni, quelle di cui nessuno sapeva l'esistenza. Quelle tenute sotto chiave, in un cassetto stranamente polveroso. Quelle per cui si immaginava la musica che non era in grado di comporre. Due corde di chitarra pizzicate, un riff melodico e un plettro. Spesso la sognava, / quella / musica. Non prendeva una forma precisa, le note non erano sempre le stesse ma il senso rimaneva costante, non cambiava. Faceva talmente parte di lei che le sembrava di sentirla, anche mentre camminava trai corridoi deserti delle stanze del campus.
Le ci volle un po' per realizzare che non era solo nella sua testa. Il suono era reale e vivo e non un semplice frutto della sua immaginazione. Carmen non poté fare a meno di fermarsi, chiudere gli occhi. Respirare e perdersi in quello spartito sconosciutamente perfetto. Era come se qualcuno la chiamasse, un piccolo topolino attratto dalle note di un flauto magico. Camminava ma si lasciava guidare dalla melodia, sbirciando nelle varie stanze con la delicatezza di un elefante. Trovato il responsabile, rimase incantata. Momenti di impatto, l'istante del cambiamento.
Finalmente sorrise. Sorrise e sorrise ancora prima di girare i tacchi. Nell'ombra della sua cameretta avrebbe scritto, lasciandosi trasportare da quella musica ormai registrata nella memoria. Avrebbe scritto e incrociato le dita. In fondo la speranza era sempre e comunque l'ultima a morire.










