Sono in molti, facebook compreso, ad essere convinti che oggi sia la festa della donna. Peccato che da festeggiare non ci sia proprio nulla.
Dall’inizio dell’anno sono state uccise già 22 donne. Il corpo delle donne continua a non essere rispettato e ad essere utilizzato per giustificare politiche securitarie e razziste, mentre chi lavora per prevenire gli stupri e le violenze viene costantemente ostacolato. Il precariato e la disoccupazione minano l’autonomia rendendo ancora più difficile uscire dalla violenza, per chi ne è vittima, e costringendo tante a rinunciare alla maternità, o a viverla come castrante. La L. 194 sul diritto all’aborto è sempre più svuotata, con un numero di obiettori che non accenna a diminuire, con l’obiezione che, senza alcun fondamento giuridico, dilaga anche nelle farmacie e con un governo che nega il problema ma poi sanziona le donne che ricorrono all’aborto illegale.
No, questa non è affatto una festa.
L’otto marzo è la Giornata della Donna: un momento importante in cui sarebbe giusto ricordare le lotte delle donne per la faticosa conquista di diritti che diamo per scontati ma che sono un’acquisizione recentissima. Quest’anno, una parte di questa storia ce la ricorda un film, Suffragette, che ripercorre le lotte delle donne inglesi per l’accesso al diritto di voto.
In Italia le donne hanno votato per la prima volta nel 1946. Prima di quella data, stando alla legge, non erano abbastanza intelligenti per avere voce in capitolo in merito alle vicende dello stato. Prima del 1975, in virtù della potestà maritale, le donne erano, per legge, sottomesse al marito. Prima del ‘71 non avevano diritto ad utilizzare degli anticoncezionali, prima del ‘78 ad abortire, prima del 1996 non avevano diritto a vedere riconosciuto lo stupro come crimine contro la persona, ma solo contro la morale pubblica.
Per secoli, le donne sono state il “secondo sesso”, inferiori e sottoposte a tutela. La lotta e il sacrificio di tante hanno garantito alla generazione contemporanea un presente diverso. Partigiane, femministe, filosofe, scrittrici, giuriste e semplici donne, come Franca Viola, che hanno scritto pagine di storia con il loro esempio di coraggio, hanno contribuito a disegnare un mondo diverso.
L’otto marzo bisognerebbe ricordarle tutte e ricordare, con loro, la loro forza e la loro capacità di lottare per conquistare da sole i propri diritti.
Questa data è stata progressivamente svuotata di significato. La storia, mai verificata, della strage delle operaie chiuse in una fabbrica per uno sciopero e morte in seguito ad un incendio, ha riempito questa giornata di paternalismo da un lato e vittimismo dall’altro. L’ha scritto molto bene Chiara Lalli su Internazionale l’anno scorso: “Non c’è dubbio, le donne bruciate in una fabbrica funzionano come mito fondativo. Ma non è che funzionano troppo? Perché un’origine passiva ha avuto la meglio su una di ostinazione e ribellione (che, in questo caso, era pure la versione vera)? È come se invece di Rosa Parks che rifiuta di sedere “al posto dei negri” sull’autobus ricordassimo la sua estromissione da quell’autobus. Una caduta invece di una rivendicazione lucida e intenzionale.”
Ecco, oggi si celebra la lotta prima che l’oppressione.
E per questo oggi il pensiero va, prima di tutto a Berta Cáceres, la militante ambientalista onduregna che si è opposta per anni al modello di sviluppo neoliberista, uccisa il tre marzo scorso. Gabriele Crescente su Internazionale l’ha descritta così: “Berta Cáceres non era un’ambientalista, com’è stata descritta negli ultimi giorni dai mezzi d’informazione. Se avesse dovuto scegliere un termine, probabilmente si sarebbe definita una luchadora, una lottatrice. La lotta che ha combattuto per oltre vent’anni non era solo in difesa dell’ambiente: era prima di tutto una lotta politica, esistenziale. Era una lotta per la vita o la morte.”
Un altro pensiero va alle militanti curde impegnate in una lotta durissima contro l’Isis e oggetto della repressione turca e a tutte le migranti che affrontano rischi e sacrifici enormi per garantire un futuro migliore a se stesse e alle loro famiglie.
Tornando in Italia, oggi è il giorno in cui una mimosa andrebbe regalata (la presidente dell’UDI, Vittoria Tola ha dichiarato all’ansa che “regalare una mimosa ha il suo vero senso solo se il regalo avviene fra donna e donna per ricordare lotte comuni”) a tutte le donne che si battono contro la violenza con un lavoro quotidiano, costante, infaticabile e, spesso, frustrante.
Alle operatrici dei centri antiviolenza che offrono assistenza psicologica e legale, forniscono accoglienza in luoghi sicuri e un aiuto concreto per ripartire da zero, il tutto con le difficoltà per la mancanza di fondi e con la minaccia costante dello sgombero, nel caso dei centri antiviolenza dei posti occupati.
Alle donne che combattono la battaglia culturale affinché venga estirpato il seme stesso della violenza. A tutte quelle che lottano contro gli stereotipi perché nessuno venga più lasciato indietro e perché s’impari fin da piccoli il rispetto reciproco e la parità. Alle donne che lottano contro i pregiudizi, le visioni oscurantiste e le minacce a cui spesso sono sottoposte per il loro impegno.
A tutte le donne che combattono la loro privata battaglia contro la violenza, contro il precariato, contro le discriminazioni.
A tutte quelle che lottano perché il diritto all’aborto non venga svuotato di significato, che si battono contro l’obiezione di coscienza negli ospedali e nelle farmacie.
A tutte quelle che lottano perché la maternità non significhi esclusione dal mercato del lavoro, non sia sinonimo di dimissioni in bianco, precariato a vita e salari più bassi.
A tutte le donne che portano avanti, quotidianamente, la lotta per i diritti di tutti e per un mondo più equo e sostenibile.
L’ultima mimosa va agli uomini, a quelli che hanno fatto un passo indietro abbandonando gli atteggiamenti paternalistici e i miti del principe azzurro e dell’eroe salvatore, in favore di un’assunzione di responsabilità e di un’autoanalisi profonda, volta all’individuazione dei meccanismi della violenza e alla loro soppressione.
Che per tutte e tutti loro sia un buon otto marzo.
8/3/2016 [Blog Pensieri DeGenerati - NewsTown]














