Pochi mesi dopo aver gettato nel mondo la mia primogenita, mi è arrivata una raccomandata dalla Questura in cui mi si chiedeva di andare all’Ufficio Immigrazione per un appuntamento. Era - credo- ottobre, Marie aveva 6 mesi e io me lo sono portata con me. Ero felice, perché avevo fatto domanda per la carta soggiorno e finalmente me l’avrebbero data, così non avrei dovuto più rinnovare il permesso di soggiorno ogni due anni, avrei pure risparmiato qualche soldino. Arrivata in questura, mostro la lettera, il poliziotto mi guarda, scruta la bambina, e mi dice di seguirlo. Non mi mette nella solita fila. Mi accompagna per i corridoi e lascia davanti a una porta da dove, dopo un po’ di attesa, esce una poliziotta. Lei mi chiede di sedermi, si congratula per la bambina, e mi dà un foglio in cui c’è scritto con caratteri cubitali “FOGLIO DI VIA”. Lo guardo allibita, chiedo alla poliziotta se mi sta veramente dando un foglio di via? Risponde di sì. Ma perché? Non mi dà molte risposte, dice che c’è scritto tutto nel foglio. Arrivederci. Dico, ma è 18 anni che sono in Italia. Sono qui da quando ne avevo 11, mi state veramente dando un foglio di via? Nel foglio di via c’era scritto che dovevo lasciare il Paese entro 10 o 15 giorni, non ricordo bene.
Avevo cambiato residenza, non mi avevano trovato nella nostra vecchia casa e questo rendeva il nostro matrimonio finto secondo loro. Per cui, foglio di via. Alla fine, con un po’ di patemi e soprattutto qualche articolo di giornale, quella storia si è risolta. Ma è uno dei tanti racconti che potrei scrivere sul mio complicato rapporto con i permessi di soggiorno, le loro date di scadenza, le ricevute, le file negli uffici immigrazione. Potrei raccontarvi di quella volta che mi hanno rimandato indietro alla frontiera croata, dove volevo andare in vacanza con la mia famiglia e la bambina piccola appena nata (non andava bene la ricevuta della richiesta del rinnovo, e il poliziotto croato non era interessato ai tempi lunghissimi necessari alle questure italiane per darti un permesso di soggiorno rinnovato). Oppure di quando ero studentessa incasinatisima e con la testa tra le nuvole e mi dimenticai di presentare la domanda per il rinnovo in tempo (erano cambiate le tempestiche e io non lo sapevo) e il mondo che ho dovuto mobilitare per porre rimedio. Potrei scrivere anche un romanzetto divertente su tutte quelle volte che il Paese dove sono cresciuta, dove ho studiato, pensato, immaginato, amato, dove ho vissuto tutta la mia vita adulta, ha cercato di cacciarmi via a calci nel deretano. Tanto materiale ho.
Ma - salvo qualche albero - e riassumo quello che in realtà vorrei dire: io ho sognato, per anni, tanti, troppi*, sognato, come chi sogna di fare il calciatore, io ho sognato che questo Paese riconoscesse, RICONOSCESSE, tutte le storie che lo compongono, anche quelle un po’ più arzigolate, in particolare riconoscesse le storie di tutti quei bambini, su cui peraltro investe, che hanno i genitori che vengono da altre parte del mondo, ma crescono qui, insieme a tutti gli altri. Ho sognato che non ci fosse bisogno di fare domanda per diventare cittadini italiani. Io non la volevo fare, io volevo che fosse riconosciuto a me come ad altri, quello che siamo. Io vorrei che i bambini che vanno a scuola con le mie figlie non debbano fare le file in questura, o chiedere la cittadinanza, o sentirsi stranieri nel posto in cui hanno sempre vissuto.
Da anni, da quando io ero adolescente, ragazzi sono passati 20 anni!, si parla di leggi che facciano questo, ma nessuno ha mai avuto il coraggio di portarle avanti. Ius soli, ius scholae, ius soli temperato. Stronzate. Nessuno le ha mai volute veramente.
L’8 e il 9 giugno si vota per un quesito referendario che riguarda il tema della cittadinanza. Non si poteva proporre una legge sullo ius soli, si poteva solo chiedere di abrogare parte della legge del ‘92, e ridurre gli anni che servono per fare domanda. Francamente non è questo che avrei voluto, ma è comunque tanto. Davvero tanto. Può cambiare in meglio la vita di molte persone. Se davvero passasse, vorrebbe dire diminuire notevolmente le tempistiche per fare la domanda, e con i genitori ne gioverebbero anche i loro figli.
Di questi referendum non sta parlando nessuno, per motivi che possiamo intuire, ma non è detto che sia una pagina già scritta. Convinciamo qualche indeciso, facciamo una chiamata, mandiamo una mail. E soprattuto andiamo a votare.
Gnamo!
Fatjona Lamçe, Facebook