"Quando perdiamo il diritto di essere diversi…
Perdiamo il privilegio di essere liberi."
(Charles Evans Hughes)
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"Quando perdiamo il diritto di essere diversi…
Perdiamo il privilegio di essere liberi."
(Charles Evans Hughes)
Ci sono cambiamenti che nascono dalle leggi, ma prendono forma attraverso le persone.
In Colombia, il lavoro condiviso tra istituzioni, comunità indigene e organizzazioni femminili ha contribuito a costruire un nuovo percorso di prevenzione e tutela.
Un passo che guarda al futuro, mettendo al centro la dignità, la salute e il diritto di ogni bambina a crescere libera da pratiche che ne compromettono il benessere.
🔗Scopri di più nel nostro articolo: https://www.mezzopieno.org/2026/la-colombia-abolisce-le-mutilazioni-genitali-femminili-primo-paese-sudamericano/
Siamo Davvero Circondati? Il Fascismo Nascosto Dietro il Silenzio
Questo Paese è pieno zeppo di fascisti, ne sono milioni e ne sono una prova i commenti arrabbiati sotto i miei post contro il Fascismo. Se non esistesse il fascismo non ci sarebbero così tanti che lo difendono e si sentono toccati dai miei post. Il mio è un esperimento sociale ma, purtroppo, con mio rammarico ho la prova che siamo letteralmente circondati da schifosi fascisti.
Forse sono addirittura la maggioranza vigliacca e silenziosa del Paese che, però, quando gli tocchi la sacralità del Fascio emerge per difendere i suoi ideali.
La cosa mi disgusta veramente e la trovo agghiacciante, un fatto di una gravità inaudita.
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"Nessuno ha il dovere di volermi bene, l’amore non si impone e non si elemosina. Ma il rispetto sì, quello è l’unico obbligo che non conosce eccezioni. Perché puoi anche non sopportarmi, puoi odiarmi, puoi non volermi nella tua vita: ma non hai il diritto di calpestarmi. Chi confonde la libertà con la prepotenza, chi scambia la convivenza con il disprezzo, dimostra solo una cosa: di non avere né dignità né civiltà. E io, con chi non conosce il rispetto, non tratto. Lo combatto." (O. Fallaci)
- Anch'io.
Pochi mesi dopo aver gettato nel mondo la mia primogenita, mi è arrivata una raccomandata dalla Questura in cui mi si chiedeva di andare all’Ufficio Immigrazione per un appuntamento. Era - credo- ottobre, Marie aveva 6 mesi e io me lo sono portata con me. Ero felice, perché avevo fatto domanda per la carta soggiorno e finalmente me l’avrebbero data, così non avrei dovuto più rinnovare il permesso di soggiorno ogni due anni, avrei pure risparmiato qualche soldino. Arrivata in questura, mostro la lettera, il poliziotto mi guarda, scruta la bambina, e mi dice di seguirlo. Non mi mette nella solita fila. Mi accompagna per i corridoi e lascia davanti a una porta da dove, dopo un po’ di attesa, esce una poliziotta. Lei mi chiede di sedermi, si congratula per la bambina, e mi dà un foglio in cui c’è scritto con caratteri cubitali “FOGLIO DI VIA”. Lo guardo allibita, chiedo alla poliziotta se mi sta veramente dando un foglio di via? Risponde di sì. Ma perché? Non mi dà molte risposte, dice che c’è scritto tutto nel foglio. Arrivederci. Dico, ma è 18 anni che sono in Italia. Sono qui da quando ne avevo 11, mi state veramente dando un foglio di via? Nel foglio di via c’era scritto che dovevo lasciare il Paese entro 10 o 15 giorni, non ricordo bene.
Avevo cambiato residenza, non mi avevano trovato nella nostra vecchia casa e questo rendeva il nostro matrimonio finto secondo loro. Per cui, foglio di via. Alla fine, con un po’ di patemi e soprattutto qualche articolo di giornale, quella storia si è risolta. Ma è uno dei tanti racconti che potrei scrivere sul mio complicato rapporto con i permessi di soggiorno, le loro date di scadenza, le ricevute, le file negli uffici immigrazione. Potrei raccontarvi di quella volta che mi hanno rimandato indietro alla frontiera croata, dove volevo andare in vacanza con la mia famiglia e la bambina piccola appena nata (non andava bene la ricevuta della richiesta del rinnovo, e il poliziotto croato non era interessato ai tempi lunghissimi necessari alle questure italiane per darti un permesso di soggiorno rinnovato). Oppure di quando ero studentessa incasinatisima e con la testa tra le nuvole e mi dimenticai di presentare la domanda per il rinnovo in tempo (erano cambiate le tempestiche e io non lo sapevo) e il mondo che ho dovuto mobilitare per porre rimedio. Potrei scrivere anche un romanzetto divertente su tutte quelle volte che il Paese dove sono cresciuta, dove ho studiato, pensato, immaginato, amato, dove ho vissuto tutta la mia vita adulta, ha cercato di cacciarmi via a calci nel deretano. Tanto materiale ho.
Ma - salvo qualche albero - e riassumo quello che in realtà vorrei dire: io ho sognato, per anni, tanti, troppi*, sognato, come chi sogna di fare il calciatore, io ho sognato che questo Paese riconoscesse, RICONOSCESSE, tutte le storie che lo compongono, anche quelle un po’ più arzigolate, in particolare riconoscesse le storie di tutti quei bambini, su cui peraltro investe, che hanno i genitori che vengono da altre parte del mondo, ma crescono qui, insieme a tutti gli altri. Ho sognato che non ci fosse bisogno di fare domanda per diventare cittadini italiani. Io non la volevo fare, io volevo che fosse riconosciuto a me come ad altri, quello che siamo. Io vorrei che i bambini che vanno a scuola con le mie figlie non debbano fare le file in questura, o chiedere la cittadinanza, o sentirsi stranieri nel posto in cui hanno sempre vissuto.
Da anni, da quando io ero adolescente, ragazzi sono passati 20 anni!, si parla di leggi che facciano questo, ma nessuno ha mai avuto il coraggio di portarle avanti. Ius soli, ius scholae, ius soli temperato. Stronzate. Nessuno le ha mai volute veramente.
L’8 e il 9 giugno si vota per un quesito referendario che riguarda il tema della cittadinanza. Non si poteva proporre una legge sullo ius soli, si poteva solo chiedere di abrogare parte della legge del ‘92, e ridurre gli anni che servono per fare domanda. Francamente non è questo che avrei voluto, ma è comunque tanto. Davvero tanto. Può cambiare in meglio la vita di molte persone. Se davvero passasse, vorrebbe dire diminuire notevolmente le tempistiche per fare la domanda, e con i genitori ne gioverebbero anche i loro figli.
Di questi referendum non sta parlando nessuno, per motivi che possiamo intuire, ma non è detto che sia una pagina già scritta. Convinciamo qualche indeciso, facciamo una chiamata, mandiamo una mail. E soprattuto andiamo a votare.
Gnamo! Fatjona Lamçe, Facebook
Come sapete ho creato un profilo per parlare di lavoro e diritti sul lavoro, è qualcosa che mi occupa tanto tempo, soprattutto considerando che mi occupo praticamente di tutto io (lavoro *vero* a parte) quindi grafiche, copy, registrare e montare i video. Mi sono focalizzato in questi mesi solo sui numeri social: interazioni e visualizzazioni.
Alcuni vanno bene, alcuni vanno male.
I social sono cambiati e la gente li usa in maniera totalmente diversa, se un tempo i like avevano importanza, ora ne hanno praticamente 0. C'è sempre meno interazione e questo le piattaforme lo sanno, quindi danno più importanza al time watch, alla condivisione.
Detto questo, c'è stato un momento in cui mi sono demoralizzato e ho pensato che fosse solo una perdita di tempo e non perché il mio obiettivo era quello di diventare un influencer o famoso nei social, ma perché mi sembrava di non aiutare nessuno.
Eppure, mi sono fermato a pensare un attimo e credetemi, per me, fermarsi, significa mor*re.
Avevo bisogno di fare mente quadra e mi son detto che non è vero, non è vero che non sto aiutando nessuno.
J. i ha detto che sta consigliando il mio profilo ai suoi pazienti perché dice che ci tengo davvero e posso aiutarli.
P. mi ha chiesto se posso aiutare una sua amica vittima di mobbing.
D. Ha un problema con una vecchia azienda, non le vogliono pagare il tfr.
M. Non sa come funzionano gli straordinari.
A. Ha subito mobbing e molestie perché gay, nel suo posto di lavoro.
N. Ha subito mobbing e pressioni solo perché è una persona fragile.
M. È stato preso di mira perché non si fa mettere i piedi in testa.
D. Ha commesso l'errore di combattere per la propria posizione.
E potrei continuare, tutte storie vere, persone vere che mi scrivono, mi parlano, mi raccontano le loro storie e mi chiedono consiglio.
Io non ho una laurea, ma sto studiando e sto imparando dalla realtà che ci circonda, sto studiando ccnl, statuto dei lavoratori, Costituzione, sto vivendo questo lavoro che per anni mi ha tolto più di quello che mi ha dato. Mi sono impegnato a leggere i miei diritti e mi sono messo lì ad aiutare gli altri senza chiedere nulla.
Spesso prendendomi pugnalate inaspettate.
Hanno fatto male? Sì.
Ho continuato a farlo? Sì.
Perché ne vale la pena, vale la pena dare la possibilità a questi ragazzi di uscire da una cultura tossica del lavoro che mette al centro di tutto le parole: sacrificio e sottomissione