Ossa fragili
Vinceranno loro. Vinceranno sempre. Non voglio farlo... mai più.
Ventidue giorni. Tanto è durata, prima di crollare.
Quando papà l’aveva trovata davanti casa, con Gaston completamente fradicio e della cioccolata mezza sciolta tra le mani, non aveva avuto il cuore di rimandarla alla YGS.
« Sei stata brava. » aveva detto, invece, come se i giorni li avesse contati anche lui. Il suo viso era un misto di pena e pentimento ed altre cose che Lenoir non era riuscita a decifrare.
« Perché siamo ancora qui? »
Papà l'aveva coperta con l'ombrello, senza rispondere.
« Non siamo mai rimasti, mai, da nessuna parte. Neanche per Levi, neanche quando avevi promesso che saremmo tornati a Gerusalemme perché la guerra contro Magnus sarebbe passata presto. »
La sua voce era un crescendo rotto dal pianto e dalla rabbia, un'emozione che di rado aveva provato verso papà. Philadelphia le stava strisciando sottopelle, toccando corde che nemmeno sapeva di avere.
« Perché non ce ne andiamo da quest'inferno?! »
Lui aveva sospirato talmente forte che per un attimo era sembrato un singhiozzo. Però l'aveva fatta entrare, ed il suo affamato bisogno d’affetto aveva prevalso.
Per questo ora si trova sul divano di casa, imbozzolata in una coperta come un'inutile larva, a guardare con occhi da pesce l'ennesima replica di The Originals. Ha saltato le lezioni del mattino e non prova sensi di colpa. Non prova niente, ma è il vuoto lasciato da un’esplosione.
A dirla tutta c’è una cosa che sente: è la ferita fantasma della simulazione in First Class. Ogni tanto sembra bruciare, ed è penoso paradossale perché la parte razionale della sua mente sa non è successo davvero. Sa che dovrebbe reagire come tutti gli altri, come Jane e Kris e il preside, come i dannati vigilanti rimasti nelle strade anche dopo quell'orribile diretta streaming. Sa che è debole e patetica e non ha nemmeno la metà delle giustificazioni per stare così. Jane una pallottola l’ha presa davvero, ha perso uno scontro importante, ha perso un’amica. E nonostante tutto era con lei a volantinare, a esporsi sui social, a farle da scudo.
La sua mente razionale sa tutto questo. E' il suo inutile corpo a rimanere schiacciato a terra, glitchando ad ogni minimo suono.
« Con tutta la pioggia che hai preso, stai covando sicuramente la febbre. La vuoi una camomilla, ma fée? »
Mamma si appoggia al bracciolo del divano e le scosta i capelli dalla fronte. Le ha permesso di rimanere, di saltare lo studio, di crogiolarsi nell'autocommiserazione. E tuttavia continua a far finta di nulla, accusando il brutto tempo, come se il problema di Philadelphia sia tutto lì.
Per un attimo la odia. Poi odia se stessa per averlo pensato.
E' un disturbo della TV a cavarla fuori dall'impiccio. Lo schermo si freezera, sfarfalla. Il primo piano di Klaus Mikaelson viene sostituito dal logo dei Night Soldier, e la mamma si lancia immediatamente alla ricerca del telecomando. Lenoir la sente agitarsi, ma ha gli occhi incollati allo schermo.
They’re not gods. They bleed. Their bones are fragile. They’re human.
« Misère, quelle dannate mascherine! Come se non fossero contenti di finire già su tutti i notiziari! » mamma si arrende alla ricerca e stacca direttamente la spina dalla presa. Esasperata com’è, non si accorge della nuova luce negli occhi di sua figlia.
La sua mente razionale lo sa. Sa che è sbagliato, che quella cosa che si sta agitando dentro di lei non è opportuna, che non è nemmeno corretto nei confronti di chi ha speso tempo e parole per darle coraggio e ripeterle di non avere paura.
La sua mente razionale sa tutto questo. E’ il suo stupido corpo a sollevarsi dal divano, come se avesse finalmente ricordato qualcosa.











