Custodi in dialogo con la "tempesta" creativa di Anita Pomario: prima residenza a Rubiera
Lo scorso weekend Custodi e Anita Pomario si sono finalmente ritrovati in residenza alla Corte Ospitale di Rubiera: uno spazio-tempo sospeso, dedicato al lavoro, all’ascolto e allo scambio intorno ai nodi profondi che attraversano la sua ricerca creativa. Notturno 264 è un lavoro che si muove su tre piani intrecciati: corpo, immagini e testo.
Le parole chiave sono emerse come frammenti di una costellazione instabile e potente: memoria, assenza, attraversamento, morte, tempo, spazio, materia.
L’incontro ha preso forma attraverso gesti e riflessioni, ma anche tramite una pratica concreta: la costruzione condivisa di un groviglio "mortale" di filo di ferro, una scultura fragile e vuota, tenuta insieme da un legame sottile, metallico, ostinato. Mani tese, precise, coinvolte nel dare forma a qualcosa che resiste, nonostante tutto.
Anita ci ha condotti dentro la sua visione dello spazio scenico come spazio liminale: un luogo di passaggio, una soglia in cui il tempo implode e lo spazio smette di esistere. Come al cuore di un buco nero: tutto ha a che fare con l’assenza. Ma è proprio lì, nel vuoto, che qualcosa accade.
Nel dialogo con i Custodi, è emersa una domanda essenziale: “Che cos’è il quid che vi accende a teatro?” Le risposte sono state lampi, fenditure, rivelazioni: la sospensione del tempo; il cercare il pianto; il riportare alla presenza le cose; il sentirsi parte di qualcosa più grande di sé; il veder fare cose che non ti aspetti...
Per Anita, il teatro è “il luogo sicuro in cui fare le cose non sicure che devono essere fatte”, citando John Patrick Shanley. Una dichiarazione che è anche una direzione, un manifesto.
La mattina successiva, l’incontro con Giulia Guerra, direttrice della Corte Ospitale, ha aperto una riflessione condivisa sulle residenze creative. Con lei abbiamo attraversato fisicamente gli spazi della Corte, osservandone le architetture e interrogandoci su come influenzino e trasformino i processi artistici che le abitano.
Alla fine, quello che si è costruito è stato un gruppo che ha attraversato una "tempesta" emotiva e narrativa profondamente costruttiva: ha saldato legami, acceso prospettive, reso visibile un comunità in formazione.
Una comunità temporanea che, come la scultura di filo di ferro, appare fragile ed effimera ma solo in superficie perché è già attraversata da una tensione, da una volontà, da un desiderio profondo di ritrovarsi intorno al teatro come gesto necessario.












