Custodire lo sguardo, accompagnare un processo. La responsabilità di esserci, il tempo della trasformazione
Ieri sera, con Silvia, ci siamo ritrovati online con i e le Custodi delle residenze, il gruppo di giovani spettatori e spettatrici che accompagnerà il percorso artistico tra L’arboreto – Teatro Dimora di Mondaino e La Corte Ospitale di Rubiera. Con loro c’erano anche alcuni spettatori e spettatrici appassionate delle due comunità: presenze preziose, capaci di portare nel dialogo una memoria viva dell’esperienza teatrale, fatta di incontri, ritorni, affezioni, pratiche condivise e sguardi sedimentati nel tempo.
L’incontro, condotto insieme a Laura Gemini, è stato dedicato a una domanda solo in apparenza semplice: che cosa significa essere spettatori oggi? O, meglio: che cosa accade quando lo spettatore non è più pensato come una figura passiva, seduta al buio davanti a qualcosa che accade altrove, ma come parte di una relazione, di un processo, di una comunità temporanea che si forma intorno all’esperienza artistica
Laura ha aperto il ragionamento da un punto decisivo: la comunicazione comincia dal ricevente. Non c’è teatro, non c’è performance, non c’è relazione artistica senza qualcuno che guarda, ascolta, interpreta, restituisce. E la comunicazione teatrale, in particolare, nasce sempre da una relazione tra performer e spettatore o spettatrice, anche quando questa relazione avviene a distanza: attraverso uno schermo, una chat, un incontro online, una memoria condivisa. Da qui il gruppo ha iniziato a interrogarsi sulla partecipazione. Non una parola neutra, né sempre pacificata.
Le testimonianze degli spettatori e delle spettatrici hanno dato corpo a queste domande, mostrando come la partecipazione non sia un concetto astratto, ma qualcosa che accade nella durata, nelle relazioni, nella possibilità di riconoscere sé stessi e gli altri attraverso l’esperienza artistica.
Roberta, spettatrice della Corte Ospitale, ha raccontato come la frequentazione degli spazi della Corte sia fatta di “momenti innumerevoli”, intrecciati anche a dimensioni personali. Per lei la socialità che nasce intorno al teatro ha un valore profondo, perché aiuta a ritrovare fiducia nelle persone. Ha raccontato di temere a volte la noia, o di guardare gli altri in modo superficiale, “a prima vista”, e di amare invece la possibilità di sbagliarsi: scoprire, conoscendole meglio, lati inattesi, competenze, sensibilità e mondi che non si immaginavano.
Nel suo racconto, lo spettatore non è mai solo davanti allo spettacolo. C’è un primo momento, subito dopo la visione, in cui il confronto “a caldo” fa parlare le emozioni. E poi c’è un secondo tempo, più lento, che passa anche attraverso la chat WhatsApp: uno spazio in cui le impressioni sedimentano, riemergono, si trasformano. Roberta ha nominato con precisione questo passaggio: il pensiero, quando viene condiviso, “passa dal verbo”. Parlare e verbalizzare permette di accorgersi di intuizioni che, restando sole e silenziose, forse non sarebbero nemmeno diventate consapevoli. In questo senso, la discussione non aggiunge semplicemente qualcosa allo spettacolo: produce trasformazione.
Anche Cristina, spettatrice dell’Arboreto, ha restituito l’esperienza della partecipazione come scoperta di una responsabilità. Abitando a Mondaino e frequentando il Teatro Dimora da alcuni anni, ha raccontato come la presenza alle prove aperte abbia cambiato il suo modo di stare davanti al lavoro artistico. A differenza di un approccio più distante, come può accadere al cinema, la prova aperta lascia spazio allo spettatore e costruisce una relazione diversa. Nel buio della sala, guardando, Cristina dice di sentirsi parte di un pubblico che non è semplicemente lì a ricevere, ma che partecipa a uno scambio: “noi siamo lì per loro e loro sono lì per noi”.
Questa frase restituisce bene una delle questioni centrali dell’incontro: la spettatorialità come forma di responsabilità reciproca. Non si tratta soltanto di assistere, ma di esserci. Di riconoscere che anche lo sguardo fa parte della relazione teatrale. E che quella relazione può continuare dopo, nel racconto, nella condivisione, nella sedimentazione lenta di immagini e pensieri che tornano nel tempo. Alcuni spettacoli, ha detto Cristina, germinano più di altri: depositano suggestioni, si lasciano ripescare, diventano esperienza personale e condivisa insieme.
Roberto, che conosce L’arboreto fin dalla sua nascita nel 1998, ha portato invece la memoria lunga di una comunità che ha visto crescere il Teatro Dimora attraverso corsi, laboratori, prove aperte e incontri. Anche per lui il valore dell’esperienza sta nella possibilità di conoscere persone vicine e lontane, scoprendo lati nascosti e inattesi. Ma il suo intervento ha aperto anche una domanda importante: che cosa accade quando il rapporto con gli artisti si approfondisce oltre il momento della prova aperta?
Roberto ha ricordato con nostalgia alcuni momenti del Pane Quotidiano, quando era possibile entrare più da vicino nella residenza, conoscere meglio gli artisti e le artiste, sentirsi coinvolti in prima persona nel processo. Quel tipo di vicinanza, ha detto, apre “un altro mondo”, un altro modo di vedere. E permette poi di guardare le prove aperte “sotto un’altra luce”. La sua testimonianza ha ricordato a tutti che la partecipazione non riguarda solo il dopo, cioè la restituzione o il commento, ma anche il prima e il durante: la possibilità di accompagnare un processo creativo mentre si forma.
In questo senso, l’esperienza dei Custodi diventa particolarmente significativa. I e le Custodi sono chiamati a stare accanto, a esercitare uno sguardo, a dare forma a una presenza vigile e sensibile. Custodire, allora, significa imparare a osservare stando nel processo, avvicinarsi stando in ascolto, accompagnare senza spiegare troppo presto.
Il fatto che l’incontro avvenisse su Zoom non è stato soltanto un dettaglio tecnico. In qualche modo, era parte stessa della riflessione. Laura ci ha invitati a pensare la presenza non solo come compresenza fisica, ma come relazione che può prodursi anche attraverso media, schermi, chat, parole condivise a distanza. La liveness, in questa prospettiva, non coincide semplicemente con l’essere nello stesso luogo nello stesso momento: riguarda piuttosto la qualità della relazione che si attiva, il modo in cui ci si sente presenti gli uni per gli altri, anche quando i corpi non abitano lo stesso spazio.
È una questione che riguarda molto da vicino il progetto dei Custodi. Perché una residenza non vive soltanto nel momento della prova aperta o dello spettacolo, ma anche in tutto ciò che le sta intorno: gli incontri preparatori, le domande, le conversazioni, i messaggi sulla chat, le memorie, le parole che continuano a circolare dopo. I media digitali diventano così luoghi in cui lo sguardo si prepara, si racconta e si trasforma; non sostituiscono la presenza, ma la estendono, accompagnandola e dandole altri tempi e altre forme. Così, davanti agli schermi, si è composta una piccola comunità teatrale mediatizzata: giovani custodi, spettatori e spettatrici con una lunga esperienza di relazione con i luoghi, ricercatrici, persone legate a due residenze artistiche.
Accanto alle voci degli spettatori e delle spettatrici delle comunità di Corte Ospitale e de L’arboreto, sono arrivate anche quelle dei Custodi del passato, giovani che hanno già attraversato questa esperienza negli anni precedenti e che ne hanno restituito il senso a partire dalla memoria viva del percorso.
Per Elena, l’incontro con il progetto è stato innanzitutto l’ingresso in un mondo poco conosciuto. Il teatro, racconta, era qualcosa di nuovo: aveva visto alcuni spettacoli, soprattutto all’Arboreto, ma non sapeva davvero che cosa aspettarsi. Il percorso dei Custodi le ha permesso di comprendere meglio ciò che sta dietro a uno spettacolo, ma soprattutto di scoprire quanto un lavoro artistico cambi continuamente durante il processo creativo, fino a trasformarsi, a volte, in qualcosa di molto diverso rispetto all’idea iniziale.
Ciò che resta, però, non è solo la scoperta del “dietro le quinte”. Elena ha nominato con forza la dimensione relazionale: i rapporti nati tra i Custodi, la sensazione di aver vissuto una sorta di bolla intima di condivisione, preziosa proprio perché temporanea. Ogni persona portava una personalità distinta, marcata, e da questo intreccio si è formato un gruppo. Anche il rapporto con l’artista Anita Pomario è rimasto centrale: la storia condivisa, la figura del ragno, diventata per lei un emblema, e infine il gesto concreto di costruire insieme una grande scultura-ragno con messaggi rivolti agli spettatori. In quel passaggio, il custodire non è stato solo osservare, ma “portare dentro una storia e darle vita con le mani”.
Alex ha rilanciato questa stessa memoria sottolineando due aspetti decisivi: da un lato, il privilegio di poter seguire tutte le fasi creative di un’opera e dialogare con l’artista; dall’altro, la parte emotiva e relazionale che si sviluppa tra i Custodi, e tra i Custodi e l’artista. “Non si parla soltanto di teatro”, dice Alex, “ma anche di vita e di morte, magari sotto un cielo stellato. Sono esperienze che restano, che non si esauriscono con la fine del progetto e che continuano ad abitare chi le ha vissute”.
Le loro parole hanno reso ancora più evidente ciò che Laura aveva messo al centro dell’incontro: la comunicazione teatrale nasce dalla relazione e la partecipazione non coincide semplicemente con il “fare qualcosa”, ma con l’entrare in un processo di scambio, ascolto, interpretazione e trasformazione. Nel caso dei e delle Custodi, questa trasformazione riguarda insieme lo sguardo, la conoscenza del lavoro artistico e i qualche modo di se stessi, la costruzione di legami. La spettatorialità diventa così un’esperienza estesa: comincia prima dello spettacolo, attraversa il tempo della creazione, continua nei racconti, negli oggetti prodotti, nelle immagini che restano, nelle parole che tornano a distanza.
In questo senso, le voci dei Custodi del passato hanno offerto ai nuovi Custodi non tanto un modello da imitare, quanto una traccia possibile: hanno mostrato che custodire una residenza significa accettare di entrare in un tempo fragile e provvisorio, fatto di trasformazioni, attese, confidenze, domande. Un tempo in cui il teatro non è solo ciò che appare alla fine, ma tutto ciò che accade mentre prende forma.
Forse è proprio qui che il progetto dei Custodi trova una delle sue immagini più forti: nello spazio fragile e potente tra chi crea e chi guarda, tra chi arriva per la prima volta e chi porta con sé una lunga consuetudine con il teatro, tra chi osserva da vicino e chi partecipa da lontano, tra chi vive lo spettacolo come incontro e chi lo trasforma in parola, memoria, pensiero condiviso.
Essere spettatori, ieri sera, è apparso come un esercizio di attenzione, un modo per allenare lo sguardo, ma anche la responsabilità. Perché ogni esperienza artistica continua a vivere anche in ciò che chi guarda trattiene, trasforma e restituisce.