Era il 1968 e un omarino della Pampa dribblò 11 uomini.
Oggi no, oggi mi sento colpevole. Colpevole di non riuscire a svolgere una quantità di cose che mi farebbero sentire bene nel letto durante la notte. Ho imparato che nelle grandi capitali del mondo, per forza, devi saper cedere qualcosa, come gioco forza di una scelta: prendi qualcosa, lasci andare qualcos’altro.
Il mio ego combatte, quindi, quotidianamente con tutto ciò che la mia vita mi impone di fare arrivando magari a trascurare quello che mi farebbe sentire meglio. Occhio non parlo di un disco non comprato, una bevuta o uscita in meno..no mi riferisco a quell’impotenza urticante che ti assale quando vedi la dignità umana che combatte strenuamente con il proprio status sociale. Parlo in codice? A cosa mi riferisco?
Beh il Latino America ti pone di fronte a una serie di domande intime che molto spesso non fanno altro che aumentare la tua rabbia sensibile, quella buona, dico….quella che ti fa “fare cose.” Ogni giorno mi scontro con esseri umani, uomini e donne, che combattono ad ogni ora del giorno e della notte, con il freddo (e ora ce n’è molto) e il caldo, autunno o primavera, contro lo status che la società gli ha imposto.
Inefficenza propria o del walfare state? Non so, ci sarebbe da fare una riflessione più profonda e probabilmente non possiedo neanche gli strumenti. Quello che so per certo, per quanto mi riguarda e per il quale mi colpevolizzo è di non trovare un secondo o più semplicemente la forza “nell’elevarmi” alla loro condizione. Avere il coraggio d’incrociare il loro sguardo come se mi sentissi colpevole di qualcosa di cui non sono responsabile direttamente.
Condizione necessaria, dite? Non so, non vedo molta sensibilità in giro o forse, dite, che c’è ma come ogni cosa buona bisogna saperla scovare?
Forse si, e forse questo perlomeno per ora mi fa sentire più tranquillo..almeno per prendere sonno.
Poi domani non so, incrocerò di nuovo lo sguardo di Augusto e mi girerò…o forse no….
Questa volta, incrocerò lo sguardo di Agusto, gli sorriderò e gli racconterò di quella domenica quando mio padre diventò juventino per un dribbling dell’oriundo Omar Sivori.