Introduzione al legering e al feeder fishing in mare. Canne, mulinelli e generalità sulla tecnica di pesca in ambiente marino.
Dopo la panoramica sul legering (vedi articoli precedenti) in questa serie di articoli approfondiamo il tema della pesca in mare. Come vuole il percorso che abbiamo deciso di intraprendere non entreremo troppo nello specifico cercando di fornire le basi per una corretta interpretazione di quello che scriveremo più avanti.
Questo lungo articolo non si limita a riassumere e sostituire quanto pubblicato in precedenza (avevamo già dedicato al feeder in mare un nutrito numero di post) ma lo integra con contenuti più recenti ed un punto di vista forse più rigoroso.
Una revisione il cui scopo è quello di fornirvi sempre contenuti aggiornati.
Le canne
Se si intende praticare il vero legering, quello classico, non ci sono differenze tra mare e acqua dolce. Alcune canne sono messe sul mercato con indicazioni specifiche, prevalentemente per quanto riguarda la resistenza alla salsedine di alcuni componenti (anelli in primis) ma è solo questione di cura. Pesco in mare da anni con le stesse canne con cui pesco in fiume e vi assicuro che sono come nuove. Dunque sfatiamo il mito che per pescare a legering/feeder in mare sono necessarie attrezzature particolari. Le canne vanno con il tipo di approccio e non con il tipo di acqua. Se poi intendete non averne cura il discorso è diverso, ma lasciatemi dire che siete partiti già con il piede sbagliato.
Una canna da feeder ha solitamente due o più vettini (quiver tip) di diversa sensibilità.
Oggi le canne da legering/feeder sono le quiver rods, canne ad innesti dotate di più vettini in fibra o in carbonio pieno detti quiver tip. Se non vi fosse chiaro di cosa si tratta vi invito ancora a leggere gli articoli precedenti.
Non confondiamo, perché siamo in mare, le tecniche di pesca. Se pescate dalla spiaggia con il mare mosso fate surfcasting, se pescate in condizioni simili dalla scogliera fate rock fishing, sempre dalla spiaggia in condizioni di calma potreste fare del beach ledgering o in porto ed in altri spot una generica pesca a fondo (PAF). Il legering classico (di origine anglosassone) e il feeder sono discipline ben delineate e con un rapporto praticamente costate con la pasturazione. Per praticarle come si deve servono canne da legering/feeder e non è previsto riadattare attrezzi specifici per altre tecniche.
Non spenderò una parola di più, alle caratteristiche generali è già stato dedicato un articolo intero. Mi limito ad indicare un range che è quello delle canne che vanno da 11 a 13 piedi del tipo che va da light a strong a seconda che si intenda praticare un legering leggero su corta distanza o uno più impegnativo sul medio-lungo raggio.
Vettini in carbonio pieno (a sinistra) e in fibra (a destra).
La pesca a legering in mare è essenzialmente una pesca in acqua ferma, intendendo cioè che si è in assenza di una corrente chiaramente individuabile e con le caratteristiche di quella che si trova spesso in fiume e nel tratto di foce.
Sono tollerate ovviamente un certo grado (ridotto) di onda, una minima turbolenza o una debole corrente di fondo ma, in generale, si può parlare di “calma”. Trattandosi di una disciplina che punta molto su precisione e sensibilità non è adatta a mare formato e forti turbolenze che da un lato comprometterebbero la lettura delle mangiate sul quiver e dall'altro impedirebbero di pasturare e presentare l’esca in pastura come si deve.
Torniamo così al discorso di prima e pescare a legering/feeder non è equivalente a pescare a fondo con un pasturatore.
In quest’ottica la scelta della canna in mare è dettata da esigenze un po’ diverse. In condizioni di calma (premessa fondamentale) opteremo per canne più corte e leggere (11-12 ft di tipo light e medium-light con vette in fibra o carbonio pieno di 1-2 oz) se la pesca si svolge su riva bassa e corta o media distanza. Opteremo invece per canne da 12-13 ft di tipo medium o medium-strong e vette in carbonio pieno fino a 3 oz se agiremo su rive più alte, se è richiesto raggiungere distanze maggiori o se vi sono condizioni (vento, un po’ di onda o una leggera turbolenza) che fanno prediligere la potenza rispetto alla sensibilità. A parte le 11 ft, generalmente progressivo-paraboliche, le altre saranno canne ad azione progressiva.
Se pensate di pescare in long casting, con pesi importanti e avete il dubbio che vi servano canne più lunghe (14 ft) e molto potenti, chiedetevi se intendete ancora pescare a legering/feeder o se non state sfociando in un’altra tecnica.
È vero che esistono canne di questo tipo, come è vero che sono dedicate ad un feeder estremo, un approccio “di nicchia”, particolare e non abituale. Un approccio che in mare finisce facilmente in una zona grigia e che qui non tratteremo.
I mulinelli
Stesso discorso fatto per le canne, le indicazioni le abbiano già date. Non c’è un mulinello che abbia utilizzato in mare con un problema, nonostante abbia lavorato anni. Tutto sta nella cura e nell’attenzione. Trattandosi però di acqua salata, se proprio vogliamo metterci al riparo da brutte sorprese, scegliere un modello un po’ più schermato potrebbe essere buona cosa. Nella foto sotto uno Shimano Nasci con Coreprotect, tecnologia costruttiva finalizzata a proteggere il mulinello dalle infiltrazioni d’acqua.
Shimano Nasci 4000.
Fate attenzione al fatto che Shimano (ma anche PENN) ha tolto l’antiritorno e se ne fate uso siate consapevoli che invece dovrete affidarvi alla sola frizione. Nel mio caso, essendo un fan dell’antiritorno, uso molto i mulinelli diciamo più “tradizionali” e posso dire che non ho mai avuto problemi di infiltrazioni (a meno che non vi cadano in acqua e allora son dolori).
I mulinelli devono essere spolverati con un pennellino, vanno rimossi i residui di sabbia o pastura, sciacquati e asciugati, lubrificati nelle parti più esposte. Se fate in questo modo e non vi capitano incidenti particolari non ci sono problemi.
Cura e manutenzione
Ricordatevi sempre di sciacquare e asciugare bene le canne che sono entrate in contatto con l'acqua di mare e proteggetele di tanto in tanto (soprattutto i passanti e il manico in sughero) con un lubrificante al silicone.
Applicazione di olio siliconico su un passante
Gli anelli con il tempo tendono a perdere la protezione dall’attacco degli agenti atmosferici e uno strato siliconico li protegge da umidità e salsedine.
Peraltro quel poco di olio siliconico favorisce lo scorrimento del filo e diminuisce gli attriti favorendo il lancio e riducendo lo stress della lenza in fase di combattimento.
Una corretta manutenzione prolunga anche la vita dei mulinelli e ne permette il perfetto funzionamento nel tempo. Particolare cura va dedicata ai modelli di fascia media che possono mancare di caratteristiche presenti su quelli di gamma superiore che limitano il contatto di numerose parti con gli agenti atmosferici o che gli conferiscono particolare resistenza.
Applicazione di vasellina tecnica sul rullino guidafilo
Limitiamoci a pochi interventi, semplici, periodici e più o meno frequenti.
Se vi sono residui di sabbia, pastura o sporco si può utilizzare un pennellino per rimuoverli più efficacemente e talvolta anche l’aria compressa facendo tuttavia attenzione che si tratti di parti esterne e che il getto d’aria non finisca per far penetrare la sporcizia ancor più in profondità.
Pulire poi velocemente con acqua tiepida (a frizione chiusa) ed asciugare molto bene un mulinello dedicato alla pesca in mare è fondamentale per evitare deposizioni di sale e ossidazioni. Sempre meglio un nebulizzatore che il getto d’acqua diretto. Ogni tot pescate lubrifichiamo le parti metalliche più esposte (rullino guidafilo, viti, snodo della manovella) con della vasellina tecnica e distribuiamo sulla faccia interna ed esterna della bobina del silicone spray.
La frequenza dipende dall’uso e dalle condizioni che ci troviamo ad affrontare.
Di solito questo basta ad evitare problemi. Se vi venisse il dubbio che il silicone fa galleggiare il filo mentre di solito nel feeder si consiglia di utilizzare fili affondanti mi permetto di far notare che stiamo pescando a fondo e non al colpo e che nel feeder più che altro il filo deve essere a bassa elasticità.
Bomb fishing, link legering e feeder
Che si tratti di mare o acqua dolce il legering viene praticato con piombo diretto e pasturazione manuale (o a fionda) oppure a feeder. In genere quando le condizioni lo permettono ed è possibile effettuare la pasturazione a mano io tendo a preferire l’approccio con il piombo, che trovo più discreto e per certi versi “naturale”. Quando intuisco che un pasturatore porta maggiori vantaggi passo al feeder. Come detto tante volte sono due sistemi che si integrano e non è raro passare dall'uno all’altro anche nell’arco di una stessa sessione di pesca.
Volendo dare qualche indicazione in più direi di valutare lo straight lead (piombo diretto) nell’approcio light o medium-light sul medio-corto raggio e in presenza di acque chiare e basse. Reca meno disturbo e le esche delicate sono meno stressate dai continui lanci. Quando la profondità e/o la distanza, come la presenza di vento, iniziano a complicare la pasturazione manuale passo al feeder.
Varie tipologie di pasturatore. Da sinistra cage feeder, open-end feeder, block-end (maggot) feeder, pellet feeder e method feeder.
I pasturatori sono quelli che abbiamo già visto. Ciò che cambia è per lo più relativo alle esche e alle pasture, anche se esiste una notevole sovrapposizione tra acqua dolce e mare. Molte sono infatti comuni (si pensi ad esempio alle pasture a base di farina di pesce, ai pellets, ai bigattini, al pane, alle pastelle, ecc...). Anche le montature sono più o meno le stesse.
C’è chi sostiene (o sosteneva) la teoria dei terminali lunghi in mare e più corti in fiume. Non mi ha mai trovato d’accordo.
Se pescate a method o pellet feeder utilizzerete sempre un terminale cortissimo, indipendentemente da dove pescate. Se volete insidiare un pesce estremamente sospettoso in acqua chiara che al primo accenno di resistenza sputa l’esca utilizzerete probabilmente un terminale lungo e sottile. E di pesci così ve ne sono in mare come in acqua dolce. Il discorso del diametro e della lunghezza di un terminale nella pesca a fondo (non parliamo di pesca al colpo) è legato a fattori che poco hanno a vedere con il fatto che l’acqua sia salata o meno. Troverete forse più similitudini tra una spigola ed un cavedano che tra una spigola ed un sarago.
Generalità sugli spot
Eccezion fatta per le spiagge a fondale molto basso dove occorre lanciare a lunghissima distanza e che dunque richiedono approcci diversi come il beach ledgering, direi che quasi non esiste spot in mare in cui non si possa praticare il legering/feeder. E anche questa eccezione non è del tutto vera in quanto conosco spiagge relativamente basse, anche se un po’ particolari, in cui si pesca a link leger o a bomb fishing entro i 25 metri da riva.
Sessione a light legering in spiaggia a basso digrado
Anche la scogliera naturale è un ottimo spot. Basta saper sondare o conoscere il fondale ed evitare così le aree più problematiche, quelle in cui è alto il rischio di incaglio (cosa che vale per ogni forma di pesca a fondo) o in cui esca e pastura rischiano di finire nascoste (come nel pieno di una prateria di posidonia).
Individuata l’area ottimale tutto sta nel pasturare e lanciare con estrema precisione. La precisione è un punto cardine del feeder ed anche per questo si devono utilizzare le canne giuste. In scogliera naturale ed in generale negli spot con fondale insidioso l’accuratezza nel lancio non solo garantisce di concentrare le prede e non disperderle (che è il minimo) ma permette sempre la presentazione ottimale evitando le zone che avevamo scartato per via del fondo giudicato non idoneo.
Sessione a feeder in scogliera naturale
Porti e porticcioli (ove sia consentito di svolgere l’attività di pesca sportiva) sono da sempre ottimi posti. Raramente è richiesto di lanciare lontano in quanto le prede sono solite pascolare o predare molto prossime alla banchina se non addirittura lungo il margine. Ed ecco che anche in mare si può parlare di pesca ai margini un po’ come in acqua dolce e ciò accade ogni qualvolta vi sia in uno spot in cui i pesci abitualmente frequentano l’immediato sotto riva. Sotto riva che non necessariamente deve presentare una profondità importante, anzi talvolta all’orario giusto e se facciamo particolare attenzione a non farci vedere, prede di tutto rispetto possono essere cercate anche in meno di due metri d’acqua.
Sessione a feeder in porto
Le spiagge che digradano rapidamente, quelle a granulometria medio-grande che entro pochi metri presentano già una discreta profondità, sono altri ottimi spot. Qui la sabbia grossolana e i ciottoli si alternano a fondale di tipo misto, specie in vicinanza di scogliere. Non è quasi mai necessario lanciare lontano con notevoli probabilità di catture entro i primi cinquanta metri. Grazie alla pasturazione queste spiagge che altrimenti a mare calmo potrebbero apparire sterili risultano invece ricche di sorprese per la grande variabilità di specie che le frequentano.
Sessione a feeder in spiaggia con fondale misto
Un particolare cui anche in mare occorre fare ben attenzione è relativo al posizionamento della canna. La maggior parte dei pescatori tende a preferire le vette rivolte in alto, forse per abitudine, venendo da tecniche di pesca a fondo che si basano sull’attesa della partenza. Il legering/feeder è invece una tecnica molto dinamica che si basa sulla lettura dei movimenti del quiver (come si osservasse il comportamento di un galleggiante).
La canna viene dunque rivolta in alto solo quando serve preferendo in tutte le altre situazioni il posizionamento inverso (vetta in basso), più comodo ed in grado di fare registrare meglio ogni minimo movimento della vetta. Avremo comunque modo di riparlarne.
Short range vs Long range
La scelta è abbastanza semplice: si pesca a distanza quando lo spot lo richiede o vi sono le condizioni ambientali per le quali i pesci preferiscono starsene più lontani da riva. E non è la regola. Io se posso pesco sempre a medio-corto raggio e i motivi sono diversi. In primo luogo i pesci si richiamano in zona pasturando correttamente quindi il più delle volte possiamo “portarli” da noi senza doverli andare a cercare chissà dove, la precisione poi è inversamente proporzionale alla distanza sia per quanto concerne la pasturazione che il lancio. Terzo, e non meno importante, maggiore è la distanza minore (sia in quantità che qualità) è la trasmissione delle mangiate al quiver. Quando si pesca in long range, soprattutto in mare, se non si fa particolare attenzione si finisce facilmente più per pescare a fondo che pescare a feeder, con ritmi generalmente più lenti e in parte dovuti proprio al tempo richiesto per per le fasi di lancio, messa in tensione e recupero del sistema pescante sulla lunga distanza.
Trecciato in bobina
Quella del long range è dunque per me una possibilità, un’opzione da mettere in campo in casi selezionati quando invece la maggior parte delle sessioni si svolgono normalmente, sul medio o corto raggio.
Rispetto a qualche anno fa oggi chi pesca sulla distanza non può fare a meno del trecciato il quale, come ormai tutti sanno, è sottile (rispetto al carico di rottura) e privo di elasticità. Ciò si traduce in lanci lunghi e mangiate trasmesse con la massima rapidità possibile (per quella determinata distanza).
La mancanza di elasticità richiede l’uso di un leader in nylon piuttosto lungo (almeno 3 volte la canna) che viene collegato con uno dei tanti nodi a disposizione (es. Alberto).
Sul nodo è sempre consigliabile applicare una goccia di cianoacrilato in modo da formare una sorta di perlina lucida, sottile, che riduce la possibilità di appiglio delle spire di filo soprastanti durante il loro svolgimento nel lancio, nonché un miglior passaggio del nodo attraverso gli anelli. Il risultato è un lancio migliore e più fluido. Ricordo, anche se non ce ne dovrebbe esser bisogno, che trecciato equivale a pesca sulla lunga distanza e mai deve essere utilizzato per quella a medio o corto raggio.
EFB NEWSletter - Anno V° Numero Unico, 2019
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La pesca all'inglese in mare con il pellet. Quando, dove e perché. Tipologie di pellets, attrezzatura, montature, innesco tramite bait band e azione di pesca.
Prima di iniziare a parlare di tecnica occorre fare il punto sull’uso del pellet in mare. Il pellet non è concettualmente diverso da una pallina di pastella, un cubetto di formaggio, un fiocco di pane o un tocchetto di petto di pollo crudo. Si tratta di elementi estranei all’ambiente marino, cioè non naturalmente presenti, ma che esercitano capacità attrattiva nei confronti dei pesci in virtù del fatto che rilasciano aromi graditi e che rappresentano del cibo ricco di costituenti importanti (carboidrati, oli, proteine, ecc.). Ciascuno ha le sue proprietà organolettiche e fisiche (consistenza e tenuta all’amo) e può essere utilizzato a seconda del target, della stagione e delle condizioni meteomarine.
Spesso si è sostenuto (e non manco all’appello) che il pellet rende meglio in spot prossimi ad impianti di itticoltura, per via dell’occasionale fuga di pesci abituati a cibarsene, tuttavia ciò non significa che il suo utilizzo sia limitato a questi contesti. Vedremo infatti come in spot “selvaggi”, tipicamente le scogliere naturali lontane da detti impianti, porti, foci e canali, il pellet se ben dosato e utilizzato possa risultare un arma micidiale.
Pellet duro: tipologia e trattamento
Come abbiamo già avuto modo di dire, nella pesca con il pellet occorre utilizzare pellettati di vario diametro. I diametri minori sono destinati alla pasturazione mentre quelli maggiori all’innesco.
Pellets da allevamento duri, misure 8, 6 e 4 mm
In particolare io uso i 4 ed i 6 mm come pastura (in mix al 50%) e gli 8-9 mm come esca. Tutti vanno bagnati preventivamente e poi scolati. Si utilizzano dei contenitori dotati di tappo e si ricopre il pellet con acqua (del luogo è meglio). Dopo un tempo variabile in base al diametro (diciamo un minuto per millimetro) si scolano. A questo punto si mixano i 6 e 4 mm mentre gli 8-9 mm si tengono da parte.
Pellets bagnati, scolati e pronti all’uso. Piccole misure per la pasturazione e quelli più grandi per l’innesco.
Perché? In primo luogo la bagnatura ammorbidisce la parte esterna del pellet così che, una volta in acqua, rilasci immediatamente microparticelle e oli altamente attiranti. Il resto lo fanno i piccoli pesci mordicchiandone la superficie parzialmente ammorbidita. I pellet di piccolo diametro attirano e distraggono i piccoli pesci, che vi creano una nuvola intorno, mentre quelli più grandi e assai resistenti all’attacco della minutaglia rimangono a disposizione per i pesci più grandi.
Già così va bene. Vi sono comunque degli accorgimenti come l’aggiunta di sangue e olio di sarda e la preparazione di un fondo che possono accelerare il richiamo dei pesci, ma ne parleremo nella prossima rivista.
Quando, dove e perché
Premesso che con il pellet potete pescare sempre e ovunque (il che non è decisamente male) in mare io lo utilizzo prevalentemente in tarda primavera e in estate, da scogliera naturale.
I pellet da allevamento alla farina di pesce sono molto graditi ai saraghi, alle orate, alle occhiate e alle spigole. Tutti pesci che frequentano la scogliera ai cambi di luce (meglio all’alba). In questo periodo i porti li conoscete e poi, se posso, i pesci di scogliera vivono in tutt'altro ambiente così se dovete mangiarne uno siete tranquilli.
Particolare di scogliera naturale nella bella stagione. Nonostante la profondità si riesce a vedere il fondo. Occorre rimanere nascosti durante l’azione di pesca.
In questa stagione i bigattini sono l’esca peggiore a mio avviso, per via dell’attacco che subiscono dai pescetti, con conseguenze negative sia sulla pasturazione che sulla durata dell’innesco. Per non parlare della conservazione.
Altre esche subiscono sorte analoga.
In scogliera naturale, dove subito sotto scoglio vi sia una buona profondità, i pesci pascolano e cacciano quasi radenti alla riva, come fosse la banchina di un porto. L’acqua è cristallina quindi troviamo una postazione che ci consenta di stare al riparo, di non proiettare sagome e ombre (ne abbiamo parlato a lungo in un vecchio numero della rivista) e limitiamoci a pasturare a pochi metri.
Attrezzatura
Quando si parla di Pellet Waggler in realtà ci si riferisce ad una tecnica specifica utilizzata nelle fisheries. Qui utilizziamo il termine per indicare sempre una pesca all’inglese ma adattata al mare. Comunque sempre pellet e di wagglers si tratta.
La canna è la classica inglese in tre pezzi di 15 piedi (circa 4.50 mt). Potete utilizzare anche una bolognese? Sì. È uguale? No.
Non stiamo ora a spiegare le differenze, basti dire che l’inglese per questa pesca è più indicata in quanto più precisa e reattiva.
Classica impostazione nella pesca all’inglese da scogliera naturale. Di solito basta un tripode telescopico per posizionare la canna correttamente.
Se non l’avete il mio consiglio è di acquistarne una. Non occorre spendere una fortuna. Lasciate perdere i mille discorsi e ricordatevi che siete in mare e non a fare gare in un canale. Io ho canne di tutte le fasce e all’Elba, dove purtroppo in questi anni pesco di rado, ho lasciato quelle più economiche. Vi dico che vanno benissimo e intorno ai 100 euro potete acquistare sia canna che mulinello.
Per quest’ultimo optate per una taglia 3000-4000 da imbobinare con uno 0.18 affondante. Non occorre salire di diametro con il filo perché pescheremo a corta distanza ed utilizzeremo pesi ridotti.
Varie tipologie di waggler.
Per i galleggianti è bene averne di diversa tipologia. Vorrei descriverli in dettaglio ma c’è da dire tante cose e lo spazio è poco. Rimandiamo il tutto alla rivista.
Basti che in scogliera pescheremo su fondali abbastanza importanti e che la montatura sarà scorrevole, c’è poi da tener conto del possibile moto ondoso così avremo a disposizione wagglers non piombati o regolabili o con margine di almeno +2, di cui alcuni con forma particolare (si notino i due in basso a corpo spostabile lungo l’asse).
Montatura
Il pellet da 8-9 mm non è un bigattino. L’inglese non è la bolognese. Dunque lasciamo perdere le corone di pallini e concentriamoci sui pesci che vogliamo insidiare. Saraghi e orate mangiano in prossimità del fondo, spigole e occhiate a mezz’acqua e spesso in calata. Opteremo quindi per un terminale relativamente sottile (tra 0.12 e 0.13 mm), in nylon, privo di piombo e molto lungo (3 mt).
Subito sopra, sulla lenza madre dello 0.18, avremo il bulk di taratura (dai 2 ai massimo 4 grammi in 2-4 pallini) e il galleggiante inglese scorrevole.
Questa montatura, semplicissima, ci consentirà di pescare nei primi tre-quattro metri della colonna d’acqua sfruttando il solo peso del pellet oppure in vicinanza del fondo. È solo questione di spostare il nodo di stop superiore. In ogni caso avremo sempre tre metri di terminale libero di fluttuare e calare lentamente.
Se dovessimo pescare a distanza avremmo bisogno di qualche piccolo accorgimento per ridurre possibili grovigli durante il lancio ma nel sottoriva (massimo 10 metri) basta fare un po’ di attenzione. Eliminiamo quindi trecce e piombature addizionali che avrebbero troppo impatto dal punto di vista visivo e dinamico.
Tratterò comunque le lenze molto più in dettaglio nel prossimo numero della rivista. Se l'argomento vi interessa non perdetela.
Azione di pesca
L’innesco prima di tutto. Chi pesca in acque dolci ben conosce l’hair rig e i rapporti tra esca e amo. Mi permetto di dire che in mare le cose a mio avviso sono un po’ diverse. In primo luogo i pesci mordono e non aspirano, poi l’acqua è molto più chiara e le nostre prede ci vedono benissimo. Nella mia esperienza le ho provate un po’ tutte e ritengo che l’amo debba essere leggermente sottodimensionato e che le bait band (gli anellini in lattice) appuntati siano meglio di quelli della Stonfo (che hanno il doppio anello, uno per l’amo e l’altro per l’esca).
Particolare del pellet da innesco (8 mm) e dell’amo utilizzato.
Con i pellets da 8 mm io preferisco utilizzare i Gamakatsu LS-Serie 8GP del numero 16. La bait band viene appuntata sull’amo così che questo risulti a contatto con l’esca benché rimanga pur sempre esterno alla stessa.
L’insidia è nascosta al pesce, date le dimensioni maggiori del pellet e l’innesco rimane discreto anche se il pellet viene morso dai piccoli pesci: pur riducendo il volume del pellet il rapporto tra quantità rimanente e amo si mantiene a lungo ottimale.
Innesco del pellet tramite bait band.
Nel 90% dei casi, quando il pesce morde l’esca l’amo penetra nel labbro e questo ha diversi vantaggi. In primo luogo facilita il rilascio con una slamatura veloce e relativamente indolore, sicuramente priva di conseguenze importanti per la salute della preda. Poi non si rischia che i denti del pesce taglino il terminale o le placche/molari rompano l’amo.
Sarago fasciato. Si noti dove generalmente va a penetrare l'amo.
Le prede più difficili in tal senso sono gli sparidi, tutti dotati di una dentatura formidabile e in grado di triturare (saraghi e orate) e tagliare (occhiate e salpe) in modo incredibile.
Vale tuttavia anche per le spigole, benché il loro apparato boccale sia diverso e straordinariamente ampio.
Spigola. Si noti ancora la collocazione dell’amo nel labbro superiore.
Per il resto, innesco a parte, l’azione di pesca si svolge in modo simile a quella con i bigattini. Giunti sullo spot si lanciano un paio di manciate di pellets (mix al 50% di 4 e 6 mm) poi si prosegue al ritmo di una decina di pellets ogni cinque minuti circa. In rivista mi soffermerò su alcune particolarità tuttavia per le spigole l’azione di pesca si svolge a poco più della metà della colonna d’acqua (es. quattro metri su un fondo di sette), per i saraghi e le orate a circa un metro dal fondo. Dipende dal tipo di fondale comunque in scogliera si fa una media piuttosto che indicare una misura precisa (per via degli alti e bassi).
Conclusioni
La pesca all’inglese con il pellet in mare è una tecnica relativamente semplice ed estremamente efficace. Richiede pochissima attrezzatura e non comporta problemi di conservazione e preparazione delle esche e della pastura.
Pur essendo praticabile tutto l’anno ed in qualsiasi spot rappresenta la soluzione ideale nella stagione calda, quando l’attività dei piccoli pesci è massima e così la loro azione di disturbo.
Una bella spigola di scogliera.
Le prede principali sono rappresentate da sparidi e spigole pur potendo avere la possibilità di interessare anche specie diverse come i cefali di taglia, benché questi ultimi preferiscano in genere esche più morbide.
Per i pellets consiglio quelli duri da allevamento (Veronesi o Skretting) che molti negozi di pesca vendono sciolti a peso (intorno alle 3 euro al chilo). Altre tipologie di pellets, più costose, non danno migliori risultati.
Capoliveri contro Porto Azzurro, pesca dalla barca contro pesca da riva, traina con il vivo contro bolognese. Questo sabato ognuno ha preso la sua strada e l’unica cosa che ci accomuna è la speranza di averla azzeccata, magari entrambi, male che vada almeno uno dei due.
Bolognese
Sono giorni di alta pressione e cielo sereno. L’alba coincide quasi con il picco di marea e le ore successive il livello del mare è destinato a scendere. Il maestrale soffia con una certa intensità ma lo spot è ben protetto e davanti alla postazione la superficie dell’acqua è chiara e ferma. Al di là dello spettacolo che si sta delineando all'orizzonte e tutt'intorno, mettendo da parte la fantasia, appare chiaro sin da subito che non sarà una mattinata ricca di catture.
L’approccio è il più leggero possibile per lo spot scelto, una scogliera naturale con fondale di circa sei metri, di tipo misto, per la maggior parte frequentato da sparidi.
Monto un galleggiante inglese, uno straight waggler 3+2, e opto per una montatura semplice con torpilla secca e terminale a svolazzo di 150 cm dello 0.12. I saraghi non hanno bisogno di spallinate e lenze complesse mentre la naturalezza dell’esca, per le più diffidenti orate, è garantita dal terminale lungo e sottile. L’idea è ovviamente di pescare nei pressi del fondo in quanto le condizioni meteo-marine, la luminosità elevata e l’orario non sono favorevoli a prede che stazionano negli strati più superficiali dell’acqua.
La pasturazione è manuale con bocce di sfarinato (formaggio e fondo mare al 50%) per creare un richiamo iniziale e poi con bigattini incollati appesantiti con un po’ di sabbia e proposti in maniera costante lungo l’arco dell’intera battuta. L’esca è lo stesso bigattino su amo del 14, innescato a ciuffetto di tre-quattro larve.
Le poche mangiate testimoniano la correttezza della previsione e le catture sono tutte di taglia modesta, da rilascio.
Guardo verso Capoliveri e oltre Capo Calvo vedo un po’ di mare. Mi chiedo come starà andando a Stefano.
Traina
Le temperature semi estive della famosa estatina di San Martino amplificano e non di poco la voglia di pesca. L’assenza di vento di giovedì e venerdì scorso permettono di catturare qualche calamaro e alcune seppie per fare una bella traina durante il fine settimana. I cefalopodi vengono mantenuti in apposite gabbie immerse in acqua per far si che l'esca rimanga viva.
Sabato alle prime luci di una fantastica alba parto con la mia barca in direzione delle miniere di Capoliveri anche se le condizioni meteo non sembrano ottime come due giorni prima: c'è un bel po’ di maestrale, cosa molto poco gradita.
Calo la prima esca, un calamaro di medio-piccole dimensioni, giusta misura per innescare l’amo ferrante ed il trainante scorrevole su un buon fluorocarbon del 45 XPS della Trabucco messo a doppio. La velocità è minima, ma il vento che via via aumenta rende difficile mantenere la direzione della barca. Dopo circa 30 minuti decido di controllare il calamaro trainato su una profondità di circa 45 mt: come sospettavo è morto, ucciso dalle famigerate tanute, che ne sono ghiotte.
In tutta fretta innesco una bella seppia — sempre ottima esca e più resistente del calamaro — e con non poca difficoltà a causa del vento ripercorro lentamente la rotta precedente. Finalmente dopo due ore buone di traina una discreta partenza fa strillare il cicalino della frizione. Capisco subito che la preda è di modeste dimensioni, infatti dopo qualche minuto di recupero isso a bordo un dentice di poco superiore al chilo e mezzo.
Il mare anche questa volta è stato generoso e decido di chiudere qui la battuta di pesca anche se avrei potuto continuare avendo ancora un'altra seppia bella viva. Ma come spesso ricordiamo: mai esagerare, non ha alcun senso.
Vince Stefano
Per fortuna uno dei due salva la cena. A dirla tutta una grossa mano la da anche Tore, fornendo i calamari per il primo e permettendoci di destinare il dentice al secondo. Al padrone di casa il compito di mettere il vino, rigorosamente di campagna, come vuole la tradizione.
Esauritosi l’arembapampane[1] il mare è tornato calmo. Possiamo così uscire in barca e testare la nuova attrezzatura arrivata da poco: canne e mulinelli della Shimano per la traina leggera (Catana da 16/20 lb abbinata ad un TR 200-G), tecnica di pesca che negli ultimi tempi abbiamo un po’ trascurato e che dalle nostre parti sa regalare sempre grandi soddisfazioni.
La sera prima con l’amico Marcello partiamo alla via dei totani, tra Reale e Capo D’Arco, ognuno con la sua barca per coprire uno spazio maggiore e aumentare le probabilità di cattura. La serata sembra buona e infatti subito dopo il calasole due discreti esemplari di totano attaccano il mio artificiale e lo stesso accade a Marcello. Purtroppo la vasca del vivo è fuori uso e dobbiamo affrettarci a far ritorno alla base per inserire le esche nei tubi.
Il “tubo” è una sorta di gabbia chiusa ad un’estremità da un tappo mentre l’altra è dotata di una rete fine che consente all’acqua di mare di fluire all’interno e di garantire un adeguato apporto di ossigeno al totano. Non è la soluzione ideale per mantenere la vitalità dell’esca ma in mancanza d’altro e per un breve periodo rimane comunque un’opzione percorribile.
La mattina del giorno seguente partiamo alle prime luci dell’alba e raggiungiamo la zona di pesca posizionandoci — sempre ognuno con la propria imbarcazione — poco distanti dalle miniere su un fondale di circa 45 metri. Caliamo gli inneschi belli vivi, la coda con l'amo trainante mentre il ciuffo con l'amo ferrante, ed iniziamo la traina.
Il filo che abbiamo caricato in bobina è un buon 0.50 della Trabucco, mentre come terminale si è scelto un XPS Fluorocarbon 100% dello 0,45 sempre della solita azienda.
Non passa più di mezz’ora che a Marcello parte la frizione del mulinello. Il pesce da subito si dimostra combattivo e molto poco intenzionato ad arrendersi. Da quel che vedo ho l’impressione si tratti di un pelagico e infatti dopo una discreta battaglia finisce a bordo una bella ricciola (Seriola dumerili) di 2,5 kg.
Ma non c'è "uno senza due": dieci minuti appena e sento di nuovo il suono stridulo della frizione, questa volta per fortuna la mia. La canna è piegata e ferro prontamente con energia stando attento alla velocità, circa due nodi. Il mare che nel frattempo si è fatto leggermente mosso complica un po’ il recupero ma riesco comunque a imbarcare un dentice (Dentex dentex) di 2,6 kg.
Un bel pesce per uno in poco tempo, non si può chiedere di meglio e soprattutto non si deve chiedere di più di quanto non sia necessario. Possiamo far ritorno a casa soddisfatti, ciascuno con la sua preda da gustare a cena.
Ecco, su questo vorremmo spendere due parole conclusive: abbiate sempre rispetto per il mare. Evitate gli eccessi e siate consapevoli dei limiti di legge (ricordiamo che nella pesca sportiva è fissato un massimo di 5 kg di pesce a testa, tranne il caso di una singola preda di peso superiore).
Un bravo pescatore trattiene il giusto, per sé, o può anche decidere — se la situazione lo consente — di non trattenere alcunché. Il resto non ha nulla a che vedere con il carattere ricreativo e sportivo della pesca.
Stefano “Giorgio” Giorgini
Note lessicali:
1. Arembapampane. Termine con cui all’Elba viene indicato il vento che ammucchia le foglie secche delle viti.
A partire da fine aprile, meteo permettendo, inizia una delle pesche più tradizionali italiane in mare: quella della mazzetta ai cefali. Una tecnica largamente diffusa anche in Liguria, forse sua terra d’origine, fin dai lontani anni cinquanta. Con Lorenzo Valvassura, titolare del marchio Ellevi, affrontiamo i vari aspetti di questa pesca che trova il suo culmine in agosto quando viene praticata anche da tanti turisti.