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La squadra di Fiorenzo Roncari si impone al #stadioProvasi per 6 a 0 sui #piemontesi #borgomanero: già a finel 1 t. partite in ghiaccio per 4-0. Domenica prossima debutto ufficiale per il derbino 🏆🇮🇹 #lilla 🏟️#stadioMari (presso Stadio di Castellanza) https://www.instagram.com/p/B1A2T12I9zZ/?igshid=fj0r2dg18wad
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L’orgoglio torinese che si ribella alla decrescita infelice di Chiara & i suoi appendini viene da lontano. Da quando...
L’orgoglio torinese che si ribella alla decrescita infelice di Chiara & i suoi appendini viene da lontano. Da quando Annibale mise a soqquadro l’intero Nord Italia e un solo villaggio si rifiutò di aprire le porte all’invasore: quello dei Taurini, che vennero distrutti. Poi il vento cambiò e arrivarono le falangi a testuggine tanto care a Gigius Caesar Di Maio, ma i Taurini superstiti non aprirono neanche a loro. Vennero distrutti un’altra volta, però sempre mantenendo la schiena in posizione verticale.
Nella loro lingua il nome «taur» non significa toro, come equivocarono i Romani, che si limitarono a tradurlo in latino. Significa monte. Torino dovrebbe chiamarsi Montagnino e montagnini i suoi abitanti. I quali, anche dopo secoli di migrazioni, conservano le caratteristiche di chi è cresciuto con una catena di vette innevate sullo sfondo: la resilienza, la diffidenza, la dignità.
Quando i moti rivoluzionari del 1848 affogarono e l’Europa intera abrogò le Costituzioni liberali, un solo staterello si rifiutò di accartocciare la propria: il Piemonte di un allora imberbe Vittorio Emanuele II, appena succeduto a Carlo Alberto. All’ambasciatore borbonico che gli suggeriva di uniformarsi al vento reazionario del continente, quel giovanotto di poche e sgrammaticate parole rispose con una spremuta di aulica torinesità: «Le condizioni in cui versa il vostro Stato vi autorizzano più a chiedere consigli che a darne. Nel mio non vi sono né traditori né assassini». E lo mise sovranamente alla porta. I Taurini non avrebbero saputo fare di meglio.
La storia dei «bögianen» è un altro equivoco di traduzione. I soldati piemontesi meritarono l’appellativo durante la battaglia dell’Assietta contro i francesi (1747) perché non si mossero. Nel senso che, di fronte all’avanzata dei trisnonni di Macron, rimasero ai loro posti invece di scappare a gambe levate. Dunque «bögianen» non significa pigro o conservatore, ma coraggioso ai limiti della pazzia (vedi alla voce Annibale). I montagnini sono pazzi, di una follia che sconfina nella creatività. Il progresso tecnologico li esalta fin dai tempi del primo filatoio per la seta di monsù Peyron (fine Seicento), che anticipò la rivoluzione industriale senza averne purtroppo i capitali, e del traforo ferroviario del Fréjus (metà Ottocento), che non si doveva fare e invece si fece, nonostante gli appendini e i grillini esistessero già allora (però esisteva anche Cavour).
A differenza del milanese, che nasce con l’autonomia nel sangue, il torinese ha il culto dell’obbedienza e dell’organizzazione. È stato un contadino e un soldato fin dall’antichità, un impiegato pubblico quando Torino era una capitale, poi un operaio metalmeccanico. Rispetta le gerarchie, ma non è un servo. La fierezza montanara da cui discende gli ha trasmesso un fastidio congenito per i soprusi. Sopporta tutto in silenzio, tranne i prepotenti, specie quelli che si presentano a cavallo di un luogo comune. Ricordate Annibale? Appena un vincente lo minaccia, il montagnino invece di adeguarsi si ribella. Arrivando a fare cose che normalmente detesta, come l’andare in piazza. Durante lo sciopero infinito del 1980, davanti ai cancelli di Mirafiori apparvero dei bollettini ciclostilati dal titolo inequivocabile: «Giù la testa, Capo». Contenevano nomi, indirizzi e targhe automobilistiche dei quadri aziendali Fiat: quasi una segnalazione ai brigatisti in cerca di bersagli. La rabbia si impastò con la paura e produsse il consueto mix di fierezza e follia. I minacciati uscirono allo scoperto, autoconvocandosi in un teatro sulle sponde del Po, da cui poi marciarono verso il centro della città. Partirono in poche migliaia, ma il corteo si ingrossò lungo la strada: impiegati, dirigenti, negozianti che abbassavano le saracinesche per unirsi alla fiumana di cappotti scuri. La famosa marcia dei quarantamila, che forse erano la metà, ma di sicuro pesarono il doppio.
Agli inizi del nuovo millennio l’orgoglio torinese venne messo alla prova un’altra volta. I fratelli Agnelli defunti, la Fiat in rottamazione, la città dei Taurini percorsa da una crisi di identità. Chiunque si sentiva in diritto di insegnarle che cosa avrebbe dovuto fare per uscirne. Però il «bögianen», lo abbiamo detto, si chiama così non perché sta fermo, ma perché non molla. I soldi e i sogni delle Olimpiadi Invernali rimisero in movimento la macchina della cultura, dell’innovazione e persino del divertimento, trasformando il mortorio in movida. Quando la fiaccola olimpica attraversò le strade, moltissimi torinesi erano in lacrime. All’improvviso si scoprivano felici di essere felici. Ed era tale la sorpresa che veniva loro da piangere.
Non immaginatevi però un pianto a dirotto. I torinesi detestano gli eccessi. «Esageruma nen» (non esageriamo) è uno dei loro mantra. Specie quando si arrabbiano. Anche perché di solito si arrabbiano proprio con chi esagera. Ai No Tav che dicono «Non si può fare», i pronipoti dei soldati dell’Assietta e degli operai del Fréjus rispondono «Lo abbiamo sempre fatto». Troveranno il modo di farlo anche stavolta. Ma senza esagerare. Altrimenti che torinesi sarebbero.
Il #pignolettorosso , una delle #antichevarietà autoctone #piemontesi che coltiviamo... Con i suoi chicchi rossi e appuntiti dá vita a farine dal gusto intenso, sapori unici, del presente e del futuro ripresi dal #passato... #antichimaispiemontesi #maisautoctoni #glutenfree #tradizione #innovazione #agricoltura #mulinomarello