Pierre Faure l'ho scoperto per caso. Come ogni weekend ero dentro la Stazione Termini, aspettando il treno che mi riporta a casa e, come ogni attesa, mi godevo uno dei miei momenti preferiti: quel lungo attimo di solitudine dopo 48 ore no stop, nel quale rallento e ricomincio a camminare lentamente, sola, mentre una marea di gente corre attorno a me. La libreria della stazione è quasi un automatismo e sapere di avere del tempo da dedicare nel reparto fotografia, quello più isolato del negozio e quasi sempre vuoto, rilassa ogni tensione.
Pierre Faure nasce nel 1965 in Francia, precisamente a Rouen, capitale della Normandia e luogo di martirio di Giovanna d'Arco. Prima di Japan aveva già lavorato con i "nonluoghi", tra il 1997 e il 2001, nel suo progetto In the Common Stream, realizzandolo a Parigi. La borsa di studio di Villa Kujoyama, importante residenza artistica associata con l'Istituto franco-giapponese di Kansai, gli permette di recarsi per la prima volta in Giappone nel 2003 e di avvicinarsi alle città di Kyoto, Tokyo, Osaka e Kobe. Ci tornerà, poi, una seconda volta per completare il suo lavoro.
Pierre Faure si reca in Giappone da esploratore. E si mimetizza perfettamente nella giungla urbana nipponica, cogliendo la freddezza e, allo stesso tempo, la dolcezza di un mondo lontano dal suo vivere quotidiano. Da un lato immobilizza paesaggi urbani e li guarda da larghe distanze. Immagini scattate durante il giorno, fatte da blocchi di cemento, strade, pubblicità alienanti ed automobili, dalle quali ne oscura il cielo, privando l'immagine del suo unico tratto morbido ed accentuandone tutto il resto. Dall'altra parte si avvicina al soggetto umano e lo fa talmente tanto da entrare in una sorprendente intimità. La rigidità si scontra e si scioglie con piccoli istanti: con uno sguardo, un gesto, un'azione spontanea e naturale. Faure li segue, si avvicina, se ne innamora e li guarda con attenzione come se li vedesse per la prima volta.
Pierre Faure propone un gioco perfetto tra un getto d'acqua fredda ed uno d'acqua tiepida. Porta a galla le due facce del genere umano ed evidenzia le conseguenze della modernità, alternando non luoghi dove chi fa da protagonista è l'assenza di identità, la precarietà, lo standard, l'individualismo e la circolazione accelerata. Poi di botto una luce calda rallenta il ritmo, diminuisce il battito, rilassa le pareti dello stomaco, ristabilisce un contatto con l'essere umano e ne riscopre la spontaneità e le debolezze, belle ed essenziali per vivere e sopravvivere.